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Luciano Cannito: un artista senza confini

Luciano Cannito: un artista senza confini

Uno dei grandi maestri del teatro italiano si racconta svelando la sua estrema curiosità, il rigore nella danza e la voglia di sperimentare

“È curioso vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno le maniere semplici.” Così scriveva Giacomo Leopardi. Duecento anno dopo, la frase sembra essere ancora più attuale.

Solitamente, maggiore sono la personalità, il carisma e il talento di chi si intervista, maggiore è la sua umiltà nel raccontarsi, e Luciano Cannito ne è un perfetto esempio.

Ballerino, straordinario porteur, coreografo, regista, imprenditore, pianista, presidente e direttore artistico di diversi teatri, pilota di aerei privati, ideatore di creatività. Laurea in Lettere, intrapresa dopo aver lasciato Medicina per potersi dedicare totalmente alla danza.

Luciano, ho dimenticato qualcosa?

“Alcuni anni fa mi chiamavano “l’Ufo”, perché nessuno riusciva a collocarmi in un settore preciso; credo che questo sia stato il mio vantaggio e il mio svantaggio nella carriera. Sono estremamente curioso e ho toccato diversi profili del mondo dello spettacolo: danza, cinema, opera lirica nel balletto e, ultimamente, musical.”

Tu nasci come ballerino classico, con la passione nata da ragazzo

“E’ inevitabile che la passione nasca e si coltivi fin da ragazzo per elevarla a livello professionale. Ho un percorso assolutamente accademico di formazione rigidissima, quasi fondamentalista oserei dire, della severità della danza, della disciplina, della ricerca dell’eccellenza e del dettaglio. Ho perso mio padre a sedici anni, e visto che mia mamma non lavorava, la mattina andavo tre volte a settimana ai mercati generali (in quel periodo abitavamo a Napoli). Mi svegliavo alle quattro, lavoravo, e alle otto e mezza frequentavo il liceo classico.

Quando la racconto, non la ricordo come un’esperienza triste “da libro Cuore”, ma come un vissuto positivo che mi ha arricchito: il fatto di poter lavorare e imparare cose nuove, anche come si sta d’inverno sotto la pioggia sulle bancarelle.”

Quando si dice fare la gavetta, ma sempre con il sorriso, curiosità ed entusiasmo

La curiosità deve muovere gli artisti. Come sosteneva Albert Camus, “il progresso viene dall’assurdo”. Ovviamente tutto ciò che non è assurdo già esiste, e di conseguenza io non ho mai paura di rischiare, mollare tutto e cominciare da capo con un altro argomento. L’essere stato al Metropolitan di New York con una mia produzione, come al Teatro alla Scala di Milano, al Bolshoi di Mosca nel mondo del balletto, a Parigi, Giappone, Cina, mi ha talmente restituito tutti i sogni che avevo sognato, che è scattata in automatico la voglia di esplorare altri mondi.”

Si può solo immaginare come ci si possa sentire a portare un proprio spettacolo nei mostri sacri del teatro mondiale. Penso ad esempio al Metropolitan. Portarlo, vederlo realizzato e applaudito. Un’emozione bellissima, ma forse non facilissima da gestire

“Hai ragione, però la motivazione vera che spinge gli artisti a fare questo lavoro è proprio avere delle mete nuove da raggiungere, e una volta conseguite, averne ancora di nuove. Ammetto che al Metropolitan, così come alla Scala, mi tremavano le gambe: sono luoghi che hanno fatto la storia dell’umanità, per cui è chiaro che senti non solo il senso della soddisfazione, ma anche quello della responsabilità, che non è così semplice. Quando hai una prima dove c’è Michail Baryšnikov in sala a guardare il tuo spettacolo, non hai soltanto il piacere di vederlo in prima fila, ma hai la sensazione che in quel momento sei parte della storia della danza: se stai facendo una bestialità, la stai facendo clamorosa!

In quel momento hai talmente tante emozioni nella tua testa, che non sei al cento per cento consapevole di quello che sta accadendo, ma è come quando devi parlare una lingua che non è la tua. Devi concederti di poter sbagliare. Se hai paura di fare degli errori, non la impari mai.”

Giovanissimo hai creato la tua prima compagnia

“La verità è che sono stato da sempre interessato alla parte più creativa, ho iniziato a fare danza perché volevo creare balletti.

Creare lo spettacolo, non interpretarlo. Ho ballato in Austria, Inghilterra, Israele, ma non vedevo l’ora di creare la mia compagnia. Il mio primo tour internazionale è stato in Austria mentre lavoravo in Israele.”

Tu puoi cercare di mantenere un profilo basso, ma sei un uomo che ha vissuto dieci vite. Hai creato una tua compagnia a ventisette anni, il cui primo tour era in Austria, le prove si facevano in Italia, mentre tu ballavi in Israele. Il tutto quando Internet non esisteva e anche gli spostamenti non erano agevoli come oggi!

“A ventisette anni ero un manager, quando una telefonata da Israele costava una fucilata! Però si faceva tutto, ho fatto tutto.

Ho affrontato sforzi e sacrifici, ma sono stati tutti abbondantemente ripagati.

Ho lottato, ho rischiato tanto, ci ho creduto fortemente, forse perché sono un po’ pazzo – perché un po’ pazzi in questo mestiere bisogna esserlo –  e questo ha portato i risultati.”

Hai ballato e creato spettacoli in tutto il mondo. cosa ti ha spinto a tornare in Italia?

“Sono molto orgoglioso della nostra storia culturale. Abbiamo per troppo tempo pianto su noi stessi guardando all’estero come chimere, dicendo che all’estero si stesse meglio. Noi abbiamo una cultura millenaria, stratificata; respiriamo l’arte in ogni città. Sono tornato in Italia nonostante avessi una bellissima carriera all’estero, perché avevo voglia di esprimermi nella mia lingua, di riappropriarmi della mia cultura.”

Fame, Cabaret, Cantando sotto la pioggia, Sette spose per sette fratelli. Sei innamorato anche del mondo del musical

“Ci sono tutte le quattro arti dello spettacolo dal vivo, danza, canto, recitazione e musica, che convivono in un modo armonico, coerente, senza che nessuna disciplina sovrasti le altre. A me piace molto portare il lavoro profondo della prosa anche nel mondo del musical dove spesso, soprattutto in quello italiano, non viene approfondito. Quando parli diversi linguaggi puoi ampliare la possibilità di comunicare e di condividere quello che vuoi raccontare, le tue emozioni, i tuoi pensieri. Credo che la gente voglia divertirsi, voglia condividere il piacere e la gioia di stare in un posto bello e staccare la spina per due ore. Mi autodefinisco pop, voglio lavorare e investire per il grande pubblico e non solo per gli addetti ai lavori o per un pubblico d’élite. Questa è la mia strada e questo sono io.”

E sulla sua strada c’è anche il musical “Raffaella”, il terzo spettacolo più visto in Spagna dopo Wicked e il Re Leone, e che l’anno prossimo verrà in Italia.

Ma questa è un’altra storia, che verrà raccontata a tempo debito.

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