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Bill Gates sotto torchio su Epstein: «Non avrei mai dovuto incontrarlo»

Bill Gates sotto torchio su Epstein: «Non avrei mai dovuto incontrarlo»
Bill Gates, chair of the Gates Foundation, arrives for a closed-door deposition with the House Oversight Committee in Washington, DC, US, on Wednesday, June 10, 2026. The appearance of Gates, one of the world’s richest men and the face of the technological revolution for a generation of Americans, was a striking testament to the broad and influential network of connections Epstein cultivated. Photographer: Tierney L. Cross/Bloomberg via Getty Images

Bill Gates ascoltato dalla commissione della Camera sui rapporti con Jeffrey Epstein: «Sapeva delle mie amanti e mi faceva pressioni».

Per anni Bill Gates è stato raccontato attraverso le parole che ne hanno costruito il mito pubblico: filantropo, co-fondatore di Microsoft, miliardario visionario, uomo capace di trasformare la tecnologia in infrastruttura globale e poi la ricchezza in una macchina filantropica tra le più potenti al mondo. Ma davanti alla commissione di sorveglianza della Camera americana, in un’audizione a porte chiuse, quell’immagine è stata costretta a misurarsi con una delle ombre più pesanti e corrosive degli ultimi decenni: Jeffrey Epstein.

«Non avrei mai dovuto incontrarlo», ha ammesso Gates nella sua dichiarazione iniziale, chiamato a spiegare i rapporti avuti con il finanziere condannato per reati sessuali e morto suicida in carcere nel 2019. Una frase che pesa perché arriva dopo anni di domande, fotografie, ricostruzioni e sospetti, e perché prova a delimitare il perimetro di una frequentazione che lo stesso Gates oggi riconosce come un errore grave.

Secondo quanto dichiarato dal magnate, i rapporti con Epstein sarebbero durati almeno tre anni e avrebbero avuto un unico obiettivo: ottenere fondi per la fondazione benefica creata insieme all’ex moglie Melinda. Una spiegazione che non cancella il problema, anzi lo rende politicamente e moralmente ancora più delicato, perché Gates ha ammesso di aver accettato quella conoscenza senza fare i dovuti controlli, pur trattandosi di un uomo già condannato.

«Anche se avesse portato donatori, non sarebbe stato giustificabile»

Nella sua deposizione Gates ha provato a tracciare una linea netta tra il proprio errore di valutazione e qualsiasi coinvolgimento in attività criminali. «Alla luce di ciò che so oggi, capisco che anche se avesse procurato i donatori promessi alla Gates Foundation questo non avrebbe giustificato il fatto di essere associati a lui», ha dichiarato, aggiungendo di non aver mai assistito a comportamenti criminali di Epstein e di non aver avuto alcun indizio, durante i loro incontri, del fatto che fosse coinvolto in attività illecite.

Il co-fondatore di Microsoft ha anche respinto con forza ogni accusa personale, affermando di non aver mai molestato alcuna ragazza e di non essere mai stato sull’isola, nel ranch o nella villa in Florida di Epstein. Una precisazione tutt’altro che secondaria, perché il nome di Gates, pur non essendo associato ad alcuna accusa formale, compare in diverse immagini diffuse dal dipartimento di Giustizia nell’ambito del caso.

La sua linea difensiva resta quindi costruita su due piani: da una parte l’ammissione dell’errore, dall’altra la negazione di qualunque condotta illecita. Una posizione che prova a contenere il danno reputazionale senza negare ciò che ormai appare incontestabile: l’esistenza di un rapporto, di incontri, di contatti e di una sottovalutazione clamorosa del profilo di Epstein.

Le pressioni sugli affaire extraconiugali

Il passaggio più esplosivo della deposizione riguarda però la natura delle pressioni che Epstein avrebbe esercitato su Gates. Il miliardario ha dichiarato di aver avuto paura di interrompere i rapporti perché il finanziere era a conoscenza dei suoi affaire extraconiugali e minacciava di usarli contro di lui.

«Ha usato queste informazioni per farmi pressioni affinché riprendessi i contatti con lui. Non ci è riuscito, ma ciò dimostra alcuni dei modi in cui ha cercato di sfruttarmi per portare avanti i suoi obiettivi», ha spiegato Gates ai deputati.

È qui che la vicenda assume una dimensione quasi da romanzo nero del potere: il miliardario della tecnologia, l’uomo abituato a muoversi tra capi di Stato, fondazioni, capitali globali e grandi strategie sanitarie, racconta di essersi trovato esposto alla capacità manipolatoria di Epstein, che avrebbe usato informazioni private come strumento di pressione. Non una semplice frequentazione sbagliata, dunque, ma un rapporto nel quale l’ex finanziere avrebbe tentato di trasformare la vulnerabilità personale di Gates in leva di influenza.

Il ruolo di Melanie Walker

Gates ha dichiarato di aver conosciuto Epstein nel 2011, quindi dopo la condanna del finanziere per favoreggiamento della prostituzione di una minore, attraverso una sua collaboratrice. Il nome centrale in questa parte della vicenda è quello di Melanie Walker, medico originaria di Seattle, amica intima di Epstein e figura che avrebbe contribuito a introdurre il finanziere nella cerchia del fondatore di Microsoft.

Walker ha lavorato per oltre dieci anni alla Gates Foundation e successivamente nell’ufficio privato di Gates. Nell’estate del 2017, dopo che i due erano diventati amanti, la donna avrebbe deciso di farsi da parte e di chiedere consiglio proprio a Epstein. Secondo la ricostruzione emersa, dopo che Walker gli aveva confidato il timore di una possibile vendetta da parte di Gates, Epstein le avrebbe suggerito di dirgli: «Ho raccontato tutto a Jeffrey… tutto».

Un dettaglio che illumina il modo in cui Epstein si muoveva dentro reti di relazioni potenti, usando confidenze, legami personali e zone grigie come strumenti di controllo. Walker, che ha dichiarato di essere stata presentata a Epstein da Donald Trump negli anni Novanta, apparteneva a quel mondo composito e ambiguo che circondava il finanziere, fatto di amicizie influenti, accessi privilegiati e rapporti trasversali con figure dell’economia, della politica e delle élite internazionali.

Una frequentazione iniziata nel 2011 e chiusa nel 2014

Secondo Gates, il rapporto con Epstein sarebbe terminato nel 2014, quando sarebbe diventato evidente che i donatori promessi dal finanziere non avrebbero contribuito alle sue attività filantropiche. Il magnate ha inoltre precisato di non aver mai voluto essere «amico» di Epstein, nonostante le avance di quest’ultimo, e di aver capito troppo tardi la portata dell’errore commesso nell’accettare quella relazione.

Resta però il nodo centrale: perché un uomo con l’accesso, i mezzi e la struttura di controllo di Bill Gates abbia accettato di incontrare Epstein dopo la sua condanna. È la domanda che continua ad attraversare il caso e che l’audizione alla Camera non sembra destinata a chiudere definitivamente.

Per Gates, il tentativo è quello di ridurre la vicenda a un errore di giudizio, grave ma non criminale. Per i deputati, e per l’opinione pubblica, resta invece il peso di un rapporto che dimostra quanto a lungo Epstein sia riuscito a orbitare intorno ai centri del potere globale, anche quando il suo passato giudiziario era già noto.

La frase «non avrei mai dovuto incontrarlo» suona oggi come una confessione tardiva, ma anche come il punto più fragile della difesa di Gates. Perché non spiega soltanto il rimpianto di un uomo potentissimo davanti a una scelta sbagliata. Racconta, ancora una volta, quanto fosse estesa la capacità di Epstein di entrare nelle stanze che contano, promettere denaro, costruire relazioni e trasformare la prossimità al potere in una forma di protezione.

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