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Taiwan, la guerra da 2 mila miliardi che paralizzerebbe il mondo: chip, IA e l’incognita Trump

Taiwan, la guerra da 2 mila miliardi che paralizzerebbe il mondo: chip, IA e l’incognita Trump
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Fondamentale per gli investimenti nell’intelligenza artificiale dei colossi informatici di tutto il mondo, la “Provincia Ribelle” sta vivendo un momento d’oro dell’economia (+14,6%). L’ex presidente Tsai: “Una guerra costerebbe due trilioni di dollari”

Mentre a Taiwan proseguono le operazioni di rafforzamento delle difese territoriali, dall’installazione di batterie di missili fino all’ampliamento delle basi scavate nelle montagne dell’isola, a Washington e Taipei si cominciano a fare i conti sui costi di una guerra ormai promessa ma certamente da evitare. Secondo gli economisti e i politici dei due Paesi un conflitto tra Cina e Taiwan costerebbe due trilioni di dollari ma, soprattutto, avrebbe ripercussioni in tutto il mondo per la paralisi che imporrebbe all’industria globale dei semiconduttori. A esprimere un giudizio tanto netto è stata Tsai Ing-wen, ex presidente di Taiwan dal 2016 al 2024 e membro del Partito progressista democratico, che ha ha dichiarato tale pensiero durante un’intervista al settimanale francese L’Express: “Una crisi nello Stretto di Taiwan non si limiterebbe alla regione, bensì avrebbe ripercussioni sul mondo intero. Lo Stretto è una delle rotte commerciali più importanti al mondo. Taiwan produce circa il 70% dei semiconduttori mondiali e il 95% dei chip di alta gamma. È un pilastro della rivoluzione dell’intelligenza artificiale; inoltre, l’economia cinese è integrata nell’economia globale molto più profondamente di quella russa. Per queste ragioni, le conseguenze di un conflitto su vasta scala avrebbero conseguenze maggiori rispetto a quelle della guerra in Ucraina.” Non è l’unica certezza: stando ai ricercatori di diversi istituti occidentali, una guerra a Taiwan sarebbe lunga e una crisi così grave danneggerebbe il commercio, le catene di produzione e la crescita economica globale, rallentando considerevolmente l’innovazione tecnologica e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per molti anni. Tsai Ing-wen precisa: “Il Rhodium Group, ente di ricerca americano, ha stimato che le perdite economiche derivanti da un simile conflitto potrebbero raggiungere i due trilioni di dollari.” Sul fronte cinese, Pechino ha ripetutamente affermato che la riunificazione con Taiwan è solo questione di tempo, ma anche se da anni aumentano la frequenza e l’intensità delle esercitazioni militari nell’area, con anche sortite di velivoli armati nel cielo dell’isola ed esercitazioni a fuoco, pattuglie di controllo costiero e manovre nella cosiddetta “zona grigia”, resta il fatto che la Cina nell’era moderna non ha mai affrontato un guerra d’invasione e l’opinione pubblica sarebbe del tutto impreparata a un evenienza del genere. Poiché una cosa è credersi forti e invincibili, ben altro è subire centinaia o migliaia di perdite umane. Inoltre, secondo la ex presidente Tsai, le nazioni dell’Asia orientale e nord-orientale che stanno seguendo da vicino la situazione nello Stretto temono le ripercussioni che ci sarebbero nel caso di un attacco che sia la reazione a un episodio scatenante, ovvero una possibile reazione a una delle tante provocazioni cinesi che vengono effettuate di continuo. “Sanno che un incidente nello Stretto avrebbe importanti ripercussioni per la sicurezza di tutti i paesi dell’Asia orientale e nord-orientale” ha spiegato la Tsai, “la Cina minaccia non solo Taiwan, ma anche altri Paesi della regione per i quali l’area è strettamente legata alla più ampia architettura di sicurezza che ha contribuito alla pace e alla stabilità nell’Indo-Pacifico per decenni.” 

Taipei, cala la fiducia verso Trump ma vola l’economia

Sul fronte interno, invece, i taiwanesi temono che il presidente Donald Trump sia meno leale al loro Paese rispetto ai suoi predecessori, impressione che nasce dall’evidente propensione per gli affari piuttosto che ai principi, e per il fatto che ha spesso espresso la sua simpatia per il presidente cinese Xi Jinping. E questo anche se gli scambi commerciali tra Taiwan e gli Stati Uniti continuano a crescere con le aziende americane che hanno effettuato investimenti significativi sull’isola. Nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni di Taiwan verso gli Usa hanno superato quelle provenienti dalla Cina con Taipei che ha esportato beni e servizi per un valore di 116,1 miliardi di dollari contro i 105,5 miliardi esportati da Pechino. Questo successo è figlio dalla crescente domanda globale di semiconduttori avanzati, microchip e server per l’intelligenza artificiale prodotti da aziende come Tsmc. Inoltre, un accordo commerciale bilaterale firmato all’inizio dell’anno ha stabilito specifiche tariffe per Taiwan, incentivando le spedizioni dirette anziché l’assemblaggio tramite stabilimenti nella Cina continentale. Le maggiori aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Apple, Microsoft, Amazon Web Services, Google, Oracle e Meta, stanno investendo massicciamente in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, con una spesa complessiva compresa tra 750 miliardi e 1.000 miliardi di dollari solo quest’anno. Nel primo trimestre di quest’anno, l’economia di Taiwan è cresciuta del 14,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’impennata è stata trainata principalmente dalle esportazioni legate all’intelligenza artificiale e dai relativi effetti a catena sugli investimenti, sul mercato azionario e sulla spesa dei consumatori. Un’invasione potrebbe portare alla distruzione di queste infrastrutture, definite inestimabili e insostituibili, ma questo non è neppure nell’interesse cinese.

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