Panorama d’Italia 2016

Steve McCurry, ospite "a sorpresa" di Panorama d'Italia

Quattro chiacchiere con uno dei più grandi fotografi viventi, in Italia per presentare i suoi ultimi due libri

Lo abbiamo incontrato seduto al tavolo da pranzo, durante lo show cooking  che Chicco Cerea ha tenuto all'Hotel Gallia per Panorama d'Italia. Era inevitabile fermarlo per un saluto, che alla fine si è traformato in una piccola intervista.

Lui è Steve McCurry, la rockstar dei fotografi contemporanei, a Milano durante il tour di presentazione dei due nuovi libri fotografici a lui dedicati, Steve McCurry. Leggere e Il mondo di Steve McCurry, editi da Electa e da Mondadori Electa.

Allora partiamo proprio da qui. Cosa pensa di questa città?
Quando cammini per le sue strade, ti sembra ordinaria. Ma una volta che ti addentri scopri un mondo. Come se ti si aprisse una meraviglia a ogni angolo...

Mentre, più in generale, dell'Italia che ci dice?
Amo l’Italia perché amo la cultura. Mi piacciono i posti che si distinguono, che hanno una propria individualità. Mi piace l’arte, la bellezza. Quando sei in Italia, sai di essere in un posto unico e speciale, per la sua storia, la tradizione, il cibo, il vino.
Credo che se fossi un turista, rimarrei affascinato soprattutto dalle tracce lasciate dal Medioevo e dal Rinascimento

E a proposito degli italiani?
Sono un popolo amichevole, con un grande senso dell’umorismo, capaci di non prendersi mai troppo sul serio

Ci racconti l'istantanea che scatterebbe per catturare al meglio l'attuale momento politico e sociale italiano
Non riesco molto a pensare all’Italia di oggi. Si metta nei miei panni e pensi se le chiedessi di venire nel mio Paese (gli Stati Uniti, ndr) e di semplificare quello che vede in un tweet...

Se però dovesse immortalare un luogo rappresentativo che più di altri ha catturato la sua attenzione?
Scatterei a Roma

I suoi ultimi due libri sono una sorta di biografia o, se preferisce, un testamento professionale. Ci dice quali sono stati i momenti più rappresentativi della sua storia lavorativa?
In cima metto sicuramente il mio primo viaggio in India, nel 1978. Decidere di partire è stata la decisione che mi ha aiutato a uscire da una "vita" e dare una svolta alla mia esistenza incontrandone una nuova. Grazie a quel viaggio, sono diventato un uomo "libero"

In che cosa consisteva la "gabbia" in cui si sentiva di vivere prima di allora?
Facevo il fotografo in un giornale e non ero soddisfatto di quello che facevo

Quindi, a un certo punto della sua vita, ha deciso che doveva esplorare il mondo
Esattamente!

E lo ha fatto senza risparmiarsi... Quali sono i momenti vissuti in questi anni che l'hanno maggiormente segnata?
Sicuramente l’11 Settembre, la Guerra del Golfo, sono stato a Beirut nel 1982 durante la Guerra Civile, nelle Filippine nell’1986

Viviamo in un momento storico molto particolare in cui cambiamenti, anche radicali, si susseguono rapidamente, molto più che in passato. Come vede tutto ciò dall’obiettivo della sua fotocamera?
Per prima cosa, il mondo sta diventando sempre più interconnesso, più globale, c'è una grande spinta all'omologazione. Basta vedere il modo in cui ci si veste: ovunque ti trovi, nel mondo, vedi persone che indossano i medesimi capi di abbigliamento. E lo stesso può dirsi per l’architettura, la musica, il cibo. Tutto sta diventando più "condiviso".
Certo, globalizzazione e modernità hanno ovviamente portato anche aspetti positivi, come una migliore assistenza sanitaria, una maggiore istruzione, le persone oggi si spostano da un luogo all'altro più agevolmente. Però è inevitabile notare anche come ci siano aspetti, e parlo, per esempio dell'ambiente, dei cambiamenti climatici e del rispetto per la natura di cui molta gente sembra non preoccuparsi.

Immagino che, conseguentemento a tutto ciò, stia cambiando anche la sua prospettiva, il suo sguardo da fotografo sul mondo...
Sì. Negli ultimi tempi, a catturare la mia attenzione sono stati soprattutto i fenomeni di integrazione. Se osservo, per esempio, il mio Paese vedo cinesi, italiani, tedeschi, russi, gente dal Messico, della Scandinavia, irlandesi, indiani. E tutti si sentono, in primis, americani. Credo proprio che debba essere così dappertutto. Credo che sia importante sentirsi uguali pur sapendo di essere diversi gli uni dagli altri

Lei è sempre stato molto apprezzato dai giovani. Ha mai sentito un senso di responsabilità rispetto a quello che trasmette alle persone che stanno crescendo, che si stanno formando?
Credo che la responsabilità debba essere di tutti. E che ciascun di noi senta la necessità di vivere la propria vita nel miglior modo possibile, con rispetto per la legge e per il prossimo, cercando di dare sempre il proprio contributo positivo al pianeta. Questo è il mio concetto di responsabilità, che non dipende dal fatto di essere giovani o vecchi, bianchi o neri.

Del resto io sono soltanto un fotografo.

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