Questa storia comincia nel 1970, quando Pier Paolo Pasolini si rifugia a Caserta Vecchia per ambentare il suo Decameron.

“Lo scrittore e regista friulano - racconta Vittorio Sgarbi nelle prime battute della sua lectio magistralis a Caserta per il tour Panorama d'Italia introdotta dal direttore di Panorama Giorgio Mulè - era approdato nella città campana in fuga da Roma, dove arrivò convinto di poter far sì che la "stranezza" con cui era stato bollato nella propria città si trasformasse in quella creatività eversiva che lo possedeva e chiedeva di venire espressa”.

Roma->Napoli->Caserta

La Capitale, divenuta invece luogo senza storia e vittima dell’omologazione e dell’americanità, lo deluse fino a (re)spingerlo duecento chilometri più a sud, verso Napoli e il suo circondario, dove invece l’umanità del luogo aveva resistito alle sirene della modernità e portava la sua identità con orgoglio, tra la povertà, le strade sporche e gli edifici fatiscenti.

Giunto a Caserta, Pasolini era felice. Lo era soprattutto nella parte vecchia della città, quel borgo medievale perfetto per la sua opera cinematografica perché rimasto intatto nei suoi tanti motivi romani e arabo-siculi. “Al cospetto dello straordinario campanile, del tufo che innalzava il Duomo, e nella pulizia assoluta delle sue navate ritrovava un tempo perduto”, rievoca Sgarbi.

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Il viaggio dello storico tra le bellezze artistiche della Casa Irta (toponimo legato al fatto che la parte vecchia della città, cioè l’antico centro urbano, sorge in posizione elevata rispetto alla piana circostante) prosegue all’Abbazia di Sant’Angelo in Formis, il cui nome potrebbe derivare dalla sua vicinanza a un condotto o a una falda acquifera (dal latino forma, acquedotto) oppure in riferimento alla dimensione spirituale (informa, senza forma) del luogo.

All’interno affreschi che raffigurano episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, tra angeli, evangelisti e paradisi colorati.

Patrimoni dell'Unesco

Le tappe successive toccano il Belvedere di San Leucio, l’Acquedotto Carolino (entrambi patrimonio Unesco), il Palazzo Paternò e dulcis in fundo, la Reggia, opera maestosa commissionata da Carlo di Borbone re di Napoli a Luigi Vanvitelli e che rappresenta uno dei simboli più alti dell’architettura italiana successiva ad Andrea Palladio, suo maestro.

“In una specie di competizione con quella di Versailles - spiega il Maestro - lo spazio della Reggia di Caserta è quello di una residenza gigantesca, il palazzo reale dal volume più ampio del mondo”. “Sembra un’opera costruita per gli dei, così come il giardino che si arrampica con fare geometrico su per la montagna, alla sinstra di una città che invece si sviluppa in maniera disordinata” prosegue il critico d'arte.

La Reggia è dunque un’impresa titanica con la quale l’uomo intende trasmettere l’idea di voler superare la bellezza della natura, creata da Dio, nel tentativo di entrarvi in competizione.

“Mi auguro che un giorno possa diventare uno dei luoghi artistici più rappresentativi d’Italia”, conclude.

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