C’era una volta il “vaffa”, la purezza del Movimento, la pretesa di aprire il Parlamento come una scatola di tonno. Oggi, a quanto pare, di quei 5 stelle resta solo la puzza di bruciato. La lite tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio non è un semplice screzio da cortile, ma la fotografia del fallimento di un esperimento politico che ha portato il Paese sull’orlo dell’abisso. È la storia di un “avvocato del popolo” (e di chi se no?) e di un ragazzotto napoletano che, dopo essersi spartiti le spoglie del potere per un paio d’anni, ora si azzannano colmi di rancore reciproco.
Di Maio, che per anni ha incarnato la versione più docile e governativa – leggi: poltronara – del grillismo, oggi scopre che il trasformismo ha un prezzo. Conte, l’ex premier piovuto dal nulla, cerca disperatamente di salvare la sua narrazione populista da un Movimento che strada facendo è imploso sotto il peso delle proprie contraddizioni.
Il libro della discordia e i veleni di Giuseppi
Vederli scannarsi è uno spettacolo, certo. Ma anche una tristezza infinita. Prendete Giuseppe Conte, l’uomo che è passato con la disinvoltura di un acrobata dal sovranismo spinto con Salvini al progressismo spinto con la Schlein: ha deciso di darci lezione di storia con il libro Una nuova primavera. Un titolo che è già tutto un programma: dopo aver ghiacciato il Paese con i suoi Dpcm e i bonus a pioggia, ora pretende di essere il giardiniere della rinascita italiana.
Ma nel suo volume, più che i fiori, spuntano i veleni. Giuseppi punta il dito contro i “congiurati” – Renzi, Guerini e, naturalmente, l’ex pupillo Giggino – colpevoli, a suo dire, di avergli scippato la poltrona di primo ministro per far posto a Draghi. Dall’altra parte abbiamo Luigi Di Maio, l’ex «capo politico» che oggi osserva il mondo dalle dorate stanze del Golfo Persico per conto dell’Unione europea. Uno che, tra un tè nel deserto e una cattedra onoraria a Londra, trova ancora il tempo di incazzarsi perché Conte, nel suo libro, avrebbe scritto «falsità» per le quali lo accusa di «vittimismo» e di una «pessima caduta di stile».
Il teatro dell’assurdo e il declino elettorale
L’ex premier rosica perché non occupa più le stanze del potere e cerca di accreditarsi come il nuovo «federatore» di un campo largo che esiste solo in numeri non sommabili tra di loro; Di Maio, dal canto suo, cerca di costruirsi un’immagine da statista internazionale, dimenticando di aver promesso di abolire la povertà dal balcone di Palazzo Chigi.
Siamo al teatro dell’assurdo. Conte accusa Di Maio di averlo tradito; Di Maio accusa Conte di mentire per vendere qualche copia in più. In mezzo ci sono gli italiani, che di queste beghe da ballatoio farebbero volentieri a meno. Questa è la fine di una narrazione epica e poetica – la rivoluzione grillina – di una compagnia di improvvisati che si credeva destinata a governare per sempre e che oggi si ritrova a litigare sul nulla.
Hanno fatto danni incalcolabili al Paese, tra redditi di cittadinanza improduttivi e navigato in mari tempestosi con la bussola rotta. Ora, per fortuna, quel teatrino ha chiuso ma gli attori superstiti non si danno pace di non essere più al centro del palcoscenico. Valevano il doppio del Pd ora arrancano a circa la metà. Di come sia stato possibile dissipare in così breve tempo così tanto credito nel libro di Giuseppe Conte non c’è la minima traccia. E scommetto non sarà una rondine – la vittoria al referendum sulla Giustizia – a fare primavera.
