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Frugal chic, quello stile sobrio che non teme mode e crisi

Frugal chic, quello stile sobrio che non teme mode e crisi

Il lusso silenzioso riscopre il valore del «meno»: tra capi d’archivio e minimalismo. Così l’estetica della «sottrazione» diventa una nuova affermazione di eleganza.

«Le freak c’est chic» era il grido di battaglia della fine degli anni Settanta, quando con lo stivalone glitterato avanzavamo fiduciosi verso i luccicanti anni Ottanta. Sono passati cinquant’anni, lo stivale a mezza coscia lo abbiamo da tempo rivenduto su Vinted, adesso con la scarpa da barca ripescata dal fondo dell’armadio ci si trascina verso l’ignoto. Ma anche in questi tempi bui abbiamo un mantra: «Frugal c’est chic».

La sobrietà è la nuova tendenza sempre più presente sui social. Nei Paesi anglosassoni è un vero movimento culturale, la risposta responsabile a una realtà appiattita sul consumo eccessivo. «Vivi lussuosamente, spendendo consapevolmente», predica la guru Mia McGrath, ventenne cinese, adottata da una famiglia inglese, partita dal nulla e ora seguita soprattutto dalla GenZ.

Perché la sobrietà è la nuova tendenza

Mocassini bassi e blazer blu, la filosofa del pensiero morigerato dispensa consigli e impartisce decaloghi. Perché chi frugale vuole apparire, un po’ deve soffrire. La forza del messaggio è: riscopriamo le nostre radici, come cantava Richie Havens, torniamo con i piedi per terra. Coraggio, santino di San Francesco sul cruscotto e come gli stoici iniziamo a vedere in ogni «poracciata» una moda cui lesti tendere la pargoletta mano. Non si tratta di privazione, né deve essere scambiato per minimalismo alla Carolyn Bessette. È necessaria una strategia che sappia guardare lontano.

Risparmiare significa essere indipendenti, avere progetti, saper investire in qualcosa di più interessante che una borsa firmata. Finanza e stile di vita si intrecciano nella moderazione. Ne quid nimis, non eccedere in nulla. Discrezione, mai ostentazione. Va benissimo il cerchietto in acetato in stile Kennedy, anzi a New York fanno code chilometriche per acquistarlo, ma il vero accessorio è la pinza di plastica. Quella rossa della casalinga in fuseaux alle prese con il mocio. Mai più senza.

Dalla skincare coreana al decluttering dell’anima

Poi si passa a mani e capelli, che per McGrath sono il primo stadio dell’ascesa alla frugalità. Sono finite le estenuanti sedute dalle manicure cinesi a mettere e togliere smalti semipermanenti, le unghie si tengono naturali, corte e curate. Avete mai visto Carrie Bradshaw o Cameron Diaz con il gel da panterona? Così anche per il «parrucco»: un buon taglio, il colore non si cambia a ogni fidanzato che vi molla e la piega si fa al vento. Ogni sei mesi vedrete il parrucchiere, più per una seduta psicoterapeutica che per farvi installare le odiose stagnole. Anche la menata sulla skincare coreana ha fatto il suo tempo.

Il viso si lava con l’acqua gelata del pozzo (no, forse così è troppo). La creatrice di contenuti in uno dei suoi post domanda: «A cosa vi servono miriadi di nuances di ombretti, quando ne bastano due?». Se non vi sentite Moira Orfei dentro sono necessari pochi e buonissimi prodotti. Si compra meno e meglio, si combatte come novelle Giovanna d’Arco il consumismo bulimico, alzando la qualità della vita. Per tutto il resto si rubano i campioncini in hotel.

I frugal cucinano a casa, al ristorante vanno pochissimo. Allora forza a tirare la pasta, infornare la parmigiana, tagliare le verdurine per l’insalata russa. Solo cibo della tradizione, mai precotto, né ordinato. E lo comprano dai contadini, a km zero. Naturalmente lo coltivano nei loro orti (anche sul balcone crescono i pomodori e le fragole). Guai a farvi cogliere impreparati: a chi vi chiede cosa farete quest’estate, cominciate subito a decantare la bellezza della campagna. L’aria sottile, le cicale al tramonto, la magia del silenzio.

Addio a Bali: il nuovo turismo è in Appennino

Addio a Bali, Vietnam, Uzbekistan. I seguaci della moderazione si avventurano nell’altrove meno conosciuto: l’isola di Levanzo, il Cilento, le spiagge di Maratea, il mistico Appennino tosco-emiliano, Populonia, i casoni della laguna di Grado. Gioiellini. Altro che l’Ultima Spiaggia a Capalbio. I radical chic, quelli alla Tom Wolfe, si sono estinti da tempo, come gli etruschi, insieme alle loro friulane. È rimasta solo «La fascia alta dei morti di fame» (Walter Siti) con qualche caftano comprato a Marrakech e la tote bag di Adelphi a ricordarli.

Ed è qui che entrano in gioco le scarpe da barca di cui dicevamo. Classiche, marroni con la suola bianca, solide e affidabili. Recuperatele, ripulitele, armatevi e partite. L’abito fa il monaco. Creare una propria uniforme è uno dei punti centrali: «Vi aiuterà a essere riconoscibili, a non aver bisogno di moltitudini di capi da indossare, a selezionare, scartare tutto quello che è fast fashion per il quiet luxury».

Camicie bianche, jeans, maglioni di cachemire meglio se délabré. Tutte le icone di eleganza da Audrey Hepburn a Jane Birkin fino a Donna Marella Agnelli avevano uno stile che le contraddistingueva. «Basta allo shopping compulsivo, non può diventare il vostro hobby, non è un intrattenimento. Cercatevi altre occupazioni, leggete», tuona McGrath. «Smettete di seguire le influencer che spingono prodotti, uscite dalla pressione costante dei social e fate qualcosa di estroso».

Trastullatevi con i corsi di rammendo creativo, come quelli di Paola Pellino, imparate a lavorare a maglia, a riadattare, tingere, tagliare gli abiti vecchi. Scambiate, barattate, regalate, insomma toglietevi dalle palle l’inutile. Lo spiega Hideko Yamashita in Danshari. Meno cose, più fortuna, che in Giappone ha venduto oltre sette milioni di copie. «Dobbiamo riordinare la nostra vita con cura, amore, fermezza, eliminando ciò che non serve, facendo spazio, sia esteriore che interiore».

Il decluttering giapponese, lo sbaracco, è collegato alla buona sorte. I sobri, duri e puri, hanno un numero massimo di grucce da usare nell’armadio. Guai a chi sgarra, pena l’infelicità a vita. E per finire in gloria, ci vuole un consono mezzo di trasporto. Chi ha il Pandino verde acqua ha già vinto. Anche se il vero frugal-chic si sposta a piedi, altro che app Uber. Cammina inesorabile verso il sole dell’avvenire con le sue «mocassine». Frugale e felice.

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