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Violenza e fragilità, la vita dei nostri ragazzi al cellulare

La seconda puntata dell'inchiesta di Panorama tra videogiochi traumatici, cyberbullismo, sesso selvaggio e droga

Questi ragazzini come cento iene, con i cellulari attaccati alle vene». Gemitaiz, rapper romano, è quello che meglio sa interpretare la scatola nera che hanno nel cuore i nostri ragazzi. Trecentomila adolescenti italiani, maschi e femmine, su due milioni e 800 mila sono malati di Iad, ossia Internet addiction disorder. È più del 10 per cento, un numero semplicemente spaventoso. «Sono come canne al vento. E per i nativi digitali il vento soffia anche e soprattutto dai social network» scrive il giornalista e docente universitario Paolo Del Debbio nel suo ultimo saggio Cosa rischiano i nostri figli (Piemme). «È una dipendenza, come l’alcol, la droga. Non riescono più a vivere senza essere collegati per almeno sei ore al giorno. E se il cellulare si rompe soffrono di vere e proprie crisi di astinenza. Stati di ansia, tremori. Pochi tra gli adulti immaginano che si tratti di un fenomeno così esteso. Il 90 per cento dei genitori non controlla il cellulare dei propri figli» spiega a Panorama il conduttore di Dritto e rovescio. L’incertezza di una generazione persa nell’era della post-ideologia: «La violenza si scatena sulle chat perché non esiste un confronto diretto» continua Del Debbio. «Ho ripensato alle lettere dei soldati dal fronte durante la Prima guerra mondiale. C’era il dolore di aver sparato a un altro uomo dopo averlo visto negli occhi. Oggi invece i ragazzi “uccidono” senza mai guardare la vittima».

Come è capitato a Sofia (nome di fantasia), di 14 anni, che vive in provincia di Verona. Tutto ha inizio perché a un’altra amica piaceva lo stesso ragazzino. Dopo pochi mesi Sofia scopre che è stato creato un suo profilo fake su Instagram, dal quale insulta pesantemente i compagni. Viene allontanata dal gruppo, anche se non ha fatto niente, ma nessuno le crede. «Noi abbiamo capito che era sincera» racconta la madre. «Soffriva, piangeva, non dormiva più. Viviamo in una piccola città, dove tutti sapevano. Si era creato il vuoto intorno». Dopo un mese scopre che circola anche una chat su WhatsApp a suo nome da cui partono bestemmie, minacce di morte, altre oscenità. «La nostra famiglia era provata, non riuscivamo più a gestire la situazione, abbiamo chiesto aiuto a uno psicologo e poi a un avvocato. La vittima paga un prezzo altissimo» continua la madre. «Siamo andati alla Polizia postale, ma denunciare un altro minore è molto pesante. Emotivamente difficile. Se non lo fai sei complice, eppure io pensavo al dolore della famiglia della ragazzina che aveva fatto tutto questo. Forse senza rendersene conto».

Una volta era la scritta sul muro che si cancellava con un secchio di vernice, oggi lo stigma rimane. Come un Franti moltiplicato milioni di volte, che non si ferma ai cancelli della scuola ma raggiunge singoli e gruppi appena si accende il cellulare. Non c’è scampo. «Sei un escremento, una cacca. Nato per sbaglio, sei un errore del mondo». Queste le frasi che girano su una chat di dodicenni rivolte a un ragazzino di colore adottato che frequenta una scuola privata di Roma. A Milano tra i ragazzi bene delle medie e del liceo girava invece un’altra primizia: Le cagne di Milano, un gruppo su cui i maschi facevano transitare qualunque tipo di foto ricevessero dalle ragazze. A metà novembre in una media di Pogliano Milanese è partita una sfida, o challenge, come dicono i ragazzi, con l’obiettivo di superare le 500 persone. I numeri sono diventati impressionanti. Così le immagini apparse sui cellulari di centinaia di preadolescenti. Tra queste molti «sticker» estremi. Si tratta di una recente possibilità di creare le proprie icone, che nella versione di ragazzi con la voglia di stupire diventano un’aberrazione: anziché gattini sorridenti, foto di Hitler e di ebrei trasfigurati dall’avidità, marijuana, armi, dettagli pornografici ben scontornati.

A Siena una madre ha denunciato il figlio tredicenne perché era entrato nel famigerato gruppo The Shoah Party. È la prima denuncia in Italia da parte di un genitore. I contenuti erano così scabrosi che persino i carabinieri del Comando provinciale, che hanno condotto le indagini, faticano a parlarne. Materiale pedopornografico, inni all’Isis e al nazismo, decapitazioni e stupri, rapporti sessuali anche con bambini molto piccoli. Racconta a Panorama il colonnello Stefano Di Pace: «La semplice descrizione fa ribrezzo. Sulla chat sono transitati più di 300 ragazzi, dai 12 ai 19 anni. Classi sociali diverse, un mondo trasversale. Senza controllo, adolescenti lasciati a se stessi. È qualcosa che colpisce profondamente». L’inchiesta coinvolge 25 persone, di cui 19 minorenni.

«Di gruppi WhatsApp violenti ce ne sono molti più di quanti immaginiamo, certamente più di quanti hanno avuto clamore mediatico» spiega il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minori di Milano, Ciro Cascone. «Tanti ragazzi parlano di droghe, di armi, fanno i duri in stile Gomorra. Quando è il caso li prendiamo, ma sono la punta dell’iceberg».

Il primo a parlarne e ad avere il coraggio di pubblicarle su Facebook è stato, nel 2015, Pier Paolo Eramo, preside dell’Istituto Parma Centro. «Oggi sono diventate una moda. Si scagliano parolacce, bestemmie, copiano il linguaggio degli youtuber. Lo smartphone è il regalo per la Prima comunione, concesso senza fissare regole. E dopo un anno ti accorgi che tua figlia posta i video su TikTok in reggiseno e ha un account Instagram anche se non potrebbe». Per il preside i problemi arrivano già in quarta, quinta elementare: «Nell’ultima chat che ho letto due piccoli allievi si insultavano: “Ti ammazzo e sembrerà un incidente”. Erano bambini. Fragili, soli, in balia delle loro paure. Proibire non serve a niente. Bisogna stargli vicino». Continua il procuratore di Milano: «Il cyberbullismo si consuma tutti i giorni nel silenzio generale. La distanza fisica o l’impressione di anonimato fa sentire onnipotenti i ragazzini. Spesso l’aggressività non arriva alle minacce ma pur restando edulcorata, a bassa tensione, sa denigrare sottilmente, escludere dal gruppo. Abbiamo visto casi di ragazzi che hanno dovuto cambiare scuola e addirittura città». Nelle chat che bullizzano c’è qualcuno più aggressivo, mentre gli altri sorridono o si limitano a mettere un like. E ogni like è un sasso.

«Si dileggia l’aspetto fisico: basso, grasso, brutto, sfigato. Siamo al confine del crimine d’odio», ammette Cascone. I canoni estetici richiesti dai social, soprattutto da Instagram, sono elevati, ardui da raggiungere. Una ricerca della Royal Society for Public health l’ha definito «il social network più pericoloso»: genera ansia, paura di sentirsi esclusi, addirittura depressione. Uno stato di cui soffrono più le ragazze come ha rilevato uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Lancet (il 60 per cento delle ragazze collega il problema alle insicurezze estetiche). Le foto vengono modificate, ma i difetti restano, così il senso di inadeguatezza, la mancanza di autostima che possono portare anche all’abdicazione della propria dignità, alla concessione del proprio corpo o delle sue immagini più intime (l’abbiamo visto nella prima parte dell’inchiesta, uscita sullo scorso numero). Facilmente si può scivolare nel cutting: forma di autolesionismo che consiste nel tagliarsi la pelle con lamette o oggetti affilati. Una tendenza in ascesa tra le giovanissime native digitali. Ma farli sentire colpevoli non serve. «Durante gli interrogatori della Polizia postale spesso i ragazzi non vogliono che i genitori siano presenti», racconta l’avvocato Marisa Marraffino, esperta in reati informatici, con una lunga esperienza di adolescenti e uso dei social. «Quando chiediamo il perché, rispondono: “Se fosse stato un buon genitore non mi avrebbe mai lasciato da solo a casa con l’accesso totale al computer”».

Barbara Tamborini, psicopedagogista e autrice di La mamma di Attila (appena uscito per le edizioni Solferino), ha deciso di dare ai suoi quattro figli il cellulare solo alla fine della terza media. «Fino ad allora i gruppi giravano sul mio. E questo abbassava i toni. Mia figlia mi ha raccontato che, quando al liceo ha avuto il suo telefono, sono iniziate le parolacce e le espressioni più violente. Manca lo specchio, il confronto». Secondo Tamborini la tecnologia non dovrebbe entrare nelle loro vite fino ai 14 anni. «Proporrei un referendum. D’altronde nelle scuole della Silicon Valley, luogo simbolo dell’avanguardia tecnologica, fino a quell’età si coltiva la terra e si dà spazio alla creatività». Invece alle feste di quinta elementare non giocano più, guardano il telefonino e si annoiano terribilmente. Conclude la psicopedagogista: «Sono distratti, confusi da una serie di rumori di fondo. I videogiochi li lasciano iperattivi con una forte agitazione addosso».

Il più eclatante è Fortnite, gioco di strategia e combattimento «in prima persona» utilizzato su cellulare e console che permette anche di comunicare in tempo reale (sono oltre 250 milioni gli appassionati nel mondo). Una mamma della provincia di Milano racconta: «Mio figlio ha 14 anni e quando gioca vive un’esperienza così immersiva che devo stare attenta a non interromperlo all’improvviso: una volta mi ha guardato come se volesse farmi del male. Ho avuto paura. Quando smette, magari dopo un paio d’ore di gioco, sembra un militare allucinato dalla battaglia. Una mini-sindrome post-traumatica da stress. E mi rendo conto che sono io a permetterglielo. Ma ormai i ragazzi sono controllati in tutto e quello è il loro mondo segreto. Lasciamoglielo».

Meno ecumenico Emanuele, padre di due maschi di 12 e 13 anni che mostravano segni di dipendenza, o «gaming disorder», come è stato catalogato il problema: «Mi sono fatto coraggio e ho portato via la Playstation. Avevano cambiato personalità, diventando aggressivi tra di loro, con noi genitori, con gli altri». Alessandro, papà di due bambini di cui sente sfuggire le identità, inveisce: «Io stramaledico chi l’ha inventato». Il guado tra adolescenza e infanzia lo abbiamo attraversato tutti cercando di distinguerci dalla generazione precedente, riflette l’avvocato Marraffino: «Solo che il loro è un percorso più pericoloso, fatto di tecnologie misteriose per gli adulti. Bisogna che i genitori si sporchino le mani. Invece restano arroccati e si giustificano».

Lorenza Patriarca, preside da quasi trent’anni dell’Istituto Tommaseo di Torino, dopo il caso Shoah Party, con una lettera ha chiesto aiuto ai genitori degli alunni delle medie: «Vi assicuro che queste non sono preoccupazioni peregrine o eccessive perché la possibilità di venire in contatto con persone e situazioni a rischio è molto concreta e si tratta di esperienze che possono segnare profondamente i ragazzi e le ragazze di quest’età. Controllare i loro dispositivi personali non è una violazione della riservatezza dei nostri figli, ma un modo per aiutarli a crescere meglio». Il portale per studenti Skuola.net ha chiesto a oltre quattromila ragazzi tra 11 e 25 anni di mostrare i contenuti dei loro smartphone. Uno su tre aveva materiale compromettente. Il 65 per cento ha confessato di scaricare video porno, l’11 aveva immagini di violenza. Una minoranza si dilettava con slogan inneggianti al nazismo e al fascismo (8 per cento), inviti a challenge (7 per cento), bullismo (5 per cento) e razzismo (4 per cento). «Mentre i genitori si preoccupano che il figlio non vada su Pornhub, lui sulle chat ha accesso a un mondo molto più vasto, insondabile, a cui non si possono mettere i lucchetti» spiega Daniele Grassucci, direttore del portale dedicato agli studenti.

Vale la pena prendersi del tempo per esplorarlo, questo mondo. Su Instagram ci sono profili con migliaia di follower dove abbondano la droga come valore, le bestemmie come riferimento identitario, i soldi come scopo, la forzata sessualizzazione. Ma Panorama ha trovato anche profili dove ci si sfida a rompere con la testa alcuni oggetti (fino a farsi uscire il sangue dalla fronte) e altri dove si vedono ragazzini italiani, accento del Nord, brandire armi puntandole alla testa degli amici con sottofondo di musica trap.

«Organizzo incontri nelle scuole per sensibilizzare padri e madri» aggiunge l’avvocato Marraffino, «ma arrivano in pochi, dieci, 15 persone a dir tanto. Non c’è voglia di sapere, di informarsi, di prendere coscienza. Tutto rimane silente, finché non si scopre che i loro figli fanno sexting. Solo quando il ragazzo diventa vittima di estorsione si spaventa e chiede aiuto». Per il procuratore del Tribunale dei Minori di Milano siamo di fronte a una grande ipocrisia collettiva: «Lo smartphone è come un’automobile: si regala a bambini delle elementari, che imparano a usarlo meglio di tutti noi, ma non ne hanno consapevolezza sociale, e questo può provocare molti danni. Lo concediamo con leggerezza, senza far loro alcuna scuola guida».

La conclusione del libro di Paolo Del Debbio è una luce in fondo al tunnel: «Dobbiamo sforzarci di far immergere i nostri figli nella vita vera. Una volta provata la sua bellezza, neanche le asperità, né i dolori che, inevitabilmente, porta con sé, potranno portare a preferire la sua copia virtuale, povera e sbiadita». Basta accettare che la vita non è Walt Disney. Non sempre è facile. 

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