Università: calano gli iscritti. E' una buona notizia
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Università: calano gli iscritti. E' una buona notizia

I guai dei nostri atenei sono altri: i baroni, il merito (che non esiste), il titolo (che è carta straccia)

Finalmente una bella notizia. Le università italiane (le scriviamo con la “u” minuscola per distinguerle da quelle americane, britanniche, francesi che trovandosi nei primi 100 posti della classifica mondiale per qualità degli studi meritano invece la maiuscola), le università italiane, dicevo, hanno perso 58mila studenti in 10 anni, con un calo del 17% sulla popolazione universitaria.

Altro dato, già noto, da collegare al precedente è che siamo trentaquattresimi su 36 fra i Paesi Ocse quanto a percentuale di laureati fra i 30 e i 34 anni (il 19%, contro la media europea del 30). Ma se quel 17% di matricole in meno pesca soprattutto nel 17.3% di iscritti che non danno esami (il 33.6% se la prende comoda e va fuori corso), dov’è il problema?

Ottimo. Non scherzo: questa cruda fotografia della realtà ci incoraggia ad affrontare la conclamata rovina dell’università italiana. Basta non ritoccare la fotografia raccontandoci le solite balle sulle tasse universitarie troppo alte o sull’importanza in sé della Cultura (con la “C” maiuscola, la Cultura avulsa dalla realtà che possono permettersi solo le classi agiate politically correct). Si può ripartire da qui, purché le analisi non siano dettate dalle baronie, dagli ideologi, da quelli che vivono e prosperano nell’università e che invece di curare l’interesse dei giovani si concentrano sul risiko delle cattedre acquisite attraverso “meriti” politici, familistici o sessuali.

Anzitutto, l’alto afflusso di studenti non è un bene in sé. In un paese in cui la laurea ha ancora valore legale ed è quindi carta straccia, utile solo come requisito per essere assunti “su segnalazione” (il 77 per cento degli italiani, quasi 8 su 10, trova lavoro rivolgendosi a intermediari o padrini), il calo delle matricole può significare che diminuisce il feticismo per il diploma. C’è crisi, ci saranno meno “perditempo” all’università.

Ma se cala il numero degli studenti, resta incredibilmente alto quello degli atenei, 80. Nessuno, ripeto, nei primi 100 posti della classifica mondiale. Il che significa che il solco fra le classi si approfondisce. I ricchi mandano i figli all’estero per garantire qualcosa più della carta straccia che si produce in Italia, inserendoli in un meccanismo di competizione basata sul merito: la laurea all’estero conta per dov’è stata conseguita e con quali professori, è integrata in un percorso/curriculum complessivo ed è questo che viene selettivamente ponderato per l’accesso al lavoro e la successiva carriera. Le università italiane sono invece, spesso, feudi slegati dal circuito della formazione globale: inutili. Mangiatoie per professori imposti da mafie politiche e/o accademiche (con le dovute, eroiche eccezioni). Luoghi di perdizione per studenti volenterosi, ma anche per tanti “bamboccioni” che arrivano (tardi) alla laurea solo per esser poi catapultati dai genitori nelle caselle destinate loro fin dalla nascita.

In Italia il passaggio di ceto è raro. Più del merito, valgono eredità e consonanze politiche. Ovvio che difetti la trasparenza: il raggiungimento degli obiettivi, nelle università come nel mondo del lavoro, è un optional. Con la scusa che la Cultura si nutre di se stessa, sfuggiamo alle verifiche perché così conviene a chi ha acquisito i “diritti” una volta per sempre (e se li tiene stretti). Sistema che alimenta una visione sciamanica dell’università e della vita pubblica. L’Italia è ben rappresentata dal governo dei Professori.

Ho amici e parenti che in Italia farebbero la fame e soprattutto non potrebbero fare ricerca, e che negli Stati Uniti si son fatti valere, insegnano nelle università, dirigono orchestre o équipe di laboratorio. Ogni anno devono dimostrare quello che valgono, mentre in Italia tutto è “diritto acquisito” e il merito non conta. Anzi, chi merita è fottuto.

Ultima osservazione: le tasse universitarie da noi sono relativamente basse, l’istruzione costa molto di più nel resto del mondo civile. Quel che manca agli atenei arriva dalla fiscalità generale, cioè da una redistribuzione al contrario: i poveri finanziano i ricchi. Il “titolo” si compra con poco, ma vale anche poco. La mentalità diffusa pone la formazione in fondo alla lista della spesa. Si preferisce l’abbonamento allo stadio o la casa al mare. In America o in Gran Bretagna i padri/madri vendono (o non acquistano) la seconda casa pur di finanziare l’università dei figli. In Italia, il pargolo può continuare a fare la spola tra casetta e casa al mare, ciondolando in attesa del pezzo di carta stracca e di una spintarella. Intanto i “professori” si spartiscono le cattedre e se qualcuno tenta di spezzare le reni ai baroni, questi si arrampicano sui tetti. Tanto, c’è sempre un Bersani di turno che in nome del Partito sale su a stringergli la mano e portarli giù con tante scuse.

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