Il caso che per mesi ha incendiato social network, talk show e prime pagine si è chiuso questa mattina in un’aula del Tribunale di Milano con una formula secca: Chiara Ferragni è prosciolta. La giudice ha stabilito che non esiste l’aggravante contestata dalla procura — quella che avrebbe qualificato il reato come truffa aggravata ai danni di consumatori “in minorata difesa” — e la caduta di quel presupposto ha reso inevitabile la dichiarazione di estinzione del reato.
Senza l’aggravante, infatti, la truffa non è procedibile d’ufficio. E poiché il Codacons aveva ritirato la querela mesi fa, dopo un accordo economico già definito, il procedimento non aveva più i requisiti per proseguire.
Un epilogo che mette la parola fine su uno dei dossier giudiziari più esposti mediaticamente dell’ultimo biennio.
L’impianto accusatorio: il nodo della beneficenza
La procura sosteneva che Ferragni e i suoi collaboratori avessero amplificato artificialmente il legame tra l’acquisto di due prodotti — il pandoro Balocco “Pink Christmas” e alcune uova di Pasqua Dolci Preziosi — e presunte finalità benefiche. Un messaggio ritenuto ambiguo, capace di orientare i consumatori e di produrre, secondo gli inquirenti, un ingiusto vantaggio economico stimato in circa 2,2 milioni di euro.
Per l’imprenditrice e per l’ex manager Fabio Maria Damato erano stati chiesti un anno e otto mesi, mentre per Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia, la richiesta era di un anno. Secondo i pm, la forza del brand Ferragni e la fiducia dei suoi 30 milioni di follower avevano avuto un ruolo determinante nella diffusione delle campagne.
La posizione della difesa: “Errore di comunicazione, non dolo”
Fin dal primo interrogatorio, Ferragni ha contestato ogni addebito, parlando di un’iniziativa mal gestita sul piano comunicativo ma mai concepita con l’intenzione di trarre in inganno gli acquirenti. La linea difensiva ha rimarcato come la vicenda fosse già stata affrontata nelle sedi amministrative, con la chiusura del contenzioso per pubblicità ingannevole e il versamento complessivo di 3,4 milioni di euro fra sanzioni e donazioni.
I legali, Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, hanno insistito su un punto: mancava il dolo, l’elemento centrale della truffa. Le mail interne prodotte in aula — sostengono — mostrano come l’imprenditrice non avesse alcuna intenzione di costruire una narrazione ingannevole. L’influencer stessa, nel rito abbreviato, aveva ribadito che «nessuno ha lucrato» e che ogni passaggio delle campagne commerciali era stato affrontato «in buona fede».
“Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower” ha commentato Chiara Ferragni, visibilmente emozionata, dopo la sentenza di assoluzione nel processo milanese, sommersa da telecamere, cronisti e fotografi, appena fuori dall’aula.
Un caso giudiziario chiuso, un caso pubblico aperto
Con la decisione di oggi si chiude il fronte penale. Ma il “Pandoro-Gate” resta un caso che ha segnato uno spartiacque nella storia dell’influencer marketing italiano: ha aperto un dibattito sul rapporto fra promozioni commerciali e beneficenza, sulla trasparenza delle partnership e sulla responsabilità sociale dei grandi brand digitali.
Giuridicamente la vicenda è conclusa: Ferragni è prosciolta, e il tribunale ha stabilito che la truffa aggravata non c’è mai stata. Nell’opinione pubblica, invece, la sentenza è solo l’ultimo capitolo di una storia che ha coinvolto un’intera industria e ridefinito il suo perimetro etico.
