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Un'altra mamma chiede: ridatemi i miei figli

Nel 2000 due bimbi furono sottratti a una madre dichiarata alcolista. Oggi, 16 anni dopo, la donna vuole giustizia

Chi legge le cronache di In-giustizia sa bene quante volte è stato qui descritto il disastro sentimentale provocato da una decisione di un Tribunale dei minori. Ha così già avuto modo di leggere storie inquietanti, proteste disperate, appelli commoventi. La lettera che segue descrive lo strazio esistenziale e familiare causato da una sentenza del 2000. Lasciamo la parola alla mamma, la cui vera identità viene inevitabilmente celata per proteggere quella del più piccolo dei suoi due figli, un ragazzo che la giustizia minorile da quasi 16 anni tiene lontano da lei (e  da suo padre). La donna sostiene di essere stata vittima di una falsa accusa, e chiede giustizia, ma soprattutto vorrebbe poter vedere più spesso i suoi figli: anche se le cose non stessero proprio come racconta nella sua lettera (non abbiamo gli strumenti per dirlo), la sua non sembra comunque una richiesta indebita. Comunque sia, giudichi il lettore la storia. A Panorama.it resta la speranza che in questa vicenda, come in tante altre, possa intervenire per una verifica il Consiglio superiore della magistratura, o il ministero della Giustizia. O forse la Commissione parlamentare per la protezione dell'infanzia e dell'adolescenza.

Mi chiamo Alessandra. Di me posso dire solo che vivo, anche se con un cuore frantumato da una sentenza disumana, pronunciata da un Tribunale dei minori il 20 maggio 2000. Con decreto emesso “in via provvisoria ed urgente”, quel giorno veniva disposto l'affidamento dei miei due figli al Consorzio intercomunale dei servizi sociali di Xxxxx perché svolgesse “interventi di vigilanza e sostegno, in particolare di supporto alla coppia”.

Il servizio sociale aveva constatato la difficile relazione di coppia tra me e mio marito. Lui aveva dichiarato che io abusavo di alcoolici. Aveva parlato di disagi psicologici. Alla fine i servizi sociali stabilirono che entrambi non eravamo adeguati al ruolo di genitori. I bambini mi/ci furono strappati: mia figlia aveva due anni, mi figlio 13 mesi.

Da allora sono sopravvissuta solo e soltanto grazie all'amore incondizionato per le mie creature. Ho lasciato passare anni senza dire nulla, non volevo sconvolgere ulteriormente i miei figli. Ora però è venuto il momento di dire basta. Dei miei due ragazzi, una è maggiorenne, l'altro ha 17 anni: sono ancora lontani da me, ma ora che sono grandi io non temo più nulla e nessuno.

Voglio raccontarvi la mia storia, la storia di una vita iniziata sotto una cattiva stella: in casa mia non ho mai avuto buoni rapporti con le mie tre sorelle, forse per la differenza di età; sicuramente i nostri genitori non hanno mai fatto in modo che legassimo. Loro sono sempre state ambiziose, alla moda, sofisticate: io no, a me non è mai interessato niente, ero e sono ancora molto semplice, “alla buona".

Con me, in famiglia, i rapporti sono sempre stati complicati. Mia madre, quando rimase incinta della mia prima sorella, aveva già più di 40 anni. Quando nacque lei, nel 1973, io avevo sei anni e mia madre iniziò a mettermi in disparte. Poi mia madre si mise a bere, poco a poco diventò alcolista. E per me iniziò un vero e proprio inferno.

Poi a 21 anni conobbi mio marito. Ci sposammo dopo appena quattro mesi: evidentemente non vedevo l'ora di uscire di casa. Presto, però, scoprii di essere passata dalla padella alla brace. Lui aveva problemi di obesità e assumeva farmaci che ne alteravano il carattere. Viveva con i suoi genitori, sua madre era ammalata e io, con amore, l'ho assistita fino all'ultimo.

Quando è arrivata la mia prima bimba, ho finalmente assaporato la prima gioia della mia vita: in realtà era (ed è) la mia vita. Anche se i rapporti con mio marito non erano proprio dei migliori, restai subito di nuovo incinta e questa volta nacque mio figlio. Ero veramente felice, ma la felicità durò poco: dovevo lavorare e quindi lasciavo i bimbi con mio suocero, perché mio marito non voleva che li portassi all’asilo nido.

Dato che il nonno paterno non era in grado di badare ai bambini, insistei per mandarli all’asilo, e quel tema in breve divenne motivo di un contrasto insanabile con mio marito: come impazzito per la mia ribellione, alla fine mi denunciò ai servizi sociali, parlò di un mio presunto alcolismo, aggiunse accuse di carattere psicologico, e ottenne disastrosamente che i bambini fossero sottratti a entrambi.

Sembra assurdo, lo so. Ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile allontanare due bambini, molto piccoli, da una madre e da un padre per semplici sospetti non suffragati da indagini approfondite.

I bimbi furono inizialmente affidati a una delle mie sorelle, senza figli, che li tenne con sé per cinque anni: io li potevo vedere sì e no una volta al mese, per neanche mezz’ora. L’ordine del Tribunale dei minori era che ogni incontro si dovesse svolgere in un “ambiente protetto” e alla presenza di un’assistente sociale. Non potevo nemmeno telefonare a mia sorella per sentirli. Un vero inferno, per una mamma.

Mi sottoposero a esami clinici e a colloqui con gli psichiatri, dai quali emerse la totale estraneità alle accuse. Fiduciosa, chiesi un colloquio alle assistenti sociali e (documenti alla mano) le pregai in ginocchio di ridarmi le mie creature. Mi risposero di no. Non ci fu niente da fare. Mi sembrò di morire. E soltanto chi ha subito uno scempio simile sa che cosa significa.

Oltre a togliermi il cuore, mi tolsero anche il pane: mi venne rivolta l'accusa infamante di essere dedita all'alcool, accusa falsa perché nessun esame cui fui sottoposta diede mai risultati positivi di una sia pur lieve presenza di alcool. Ma bastò perché in paese fossi emarginata.

I miei figli vennero successivamente affidati a due famiglie diverse. Oggi vivono a Xxxxx. Mia figlia ha 19 anni, frequenta un istituto psicopedagogico, è all'ultimo anno e sta preparando la tesi. Mio figlio ne ha 17, frequenta la scuola agraria e anche una seconda scuola che aiuta i bambini che hanno problemi di concentrazione.

I tempi e i modi dei nostri incontri sono sempre stati stabiliti dalle assistenti sociali. L'anno prossimo anche mio figlio raggiungerà la maggior età. Io spero soltanto di poterli vedere un poco più spesso.

I miei ragazzi ora hanno trovato una sorta di "equilibrio", stanno bene, hanno ricostruito a fatica la loro vita. La famiglia affidataria gestisce un agriturismo di sua proprietà e Gloria lavora lì nel week-end.

Resta però innegabile che sentono, hanno sentito e sentiranno sempre un vuoto incolmabile dentro di loro: per forza, visto che sono cresciuti senza la loro mamma... Ora li incontro quando gli impegni scolastici e gli impegni lavorativi della famiglia affidataria lo permettono. Ma trascorrono anche quattro mesi senza che io possa vederli.

La mia caparbietà e l’insistenza a lottare con le assistenti sociali per poter mantenere sia pure minimi rapporti con le mie creature ora porta i miei figli a ragionare, a confrontare quel che veniva detto loro con la realtà dei fatti. Hanno capito che loro mamma ha subìto tutto quanto. Come mi dissero una volta: "Ci raccontavano che eri sempre ubriaca, che davi di matto. Ma quando venivamo agli incontri con te ci aspettavi tranquilla, pulita, seduta e paziente. E avevi sempre qualcosa per noi. Quando raramente venivamo a trovarti a casa, vedevamo una mamma che cucinava per noi, come tutte le mamme. E quel che avanzava ce lo davi dietro, ma purtroppo finiva sempre nel pattume”.

Che cosa voglio oggi, dopo tanti anni? Io vorrei solo giustizia, essere risarcita. Vorrei che la presunta “rete di protezione” dei minori venisse messa nella corretta luce: perché ci sono troppi assistenti sociali incompetenti, troppi giudici minorili onorari che scrivono provvedimenti infondati. Tra loro ci sono poi troppi personaggi in palese conflitto d’interessi, perché hanno quote di partecipazione in comunità di accoglienza per minori.

Dopo tante lacrime, dopo il mio strazio, vorrei davvero ottenere giustizia.

Giustizia per il tempo rubato al mio amore di madre, un tempo che so bene (purtroppo) non potrò mai riavere indietro.

Giustizia per l'angoscia che ancora oggi accompagna le mie notti, nelle quali sempre rivivo la scena in cui i miei figli mi vengono strappati dalle braccia senza aver fatto niente.

Giustizia per quell’orribile senso d'impotenza che non mi lascerà mai più.

Giustizia contro la prepotenza legalizzata.

Giustizia per essere stata uccisa senza spargimento di sangue. In coscienza, io credo (spero) che sia arrivato il momento che chi ha sbagliato debba pagare. Servirebbe un esempio affinché altre mamme non patiscano mai più questo mio calvario.

Grazie per la disponibilità. Spero che chi mi deve ascoltare voglia farlo attraverso Panorama.it. Io sono qui.

Alessandra

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