Rivolte e violenze di piazza Tienanmen
Rivolte e violenze di piazza Tienanmen
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Rivolte e violenze di piazza Tienanmen

L'incidente nella piazza simbolo di Pechino è solo l'ultimo di una lunga serie: un'auto contro la folla

 

Tutti hanno negli occhi la rivolta studentesca dell’autunno 1989 che ha contribuito a fare di Tienanmen un luogo simbolo anche per noi occidentali. Da allora l’area centrale della piazza è chiusa ai pedoni, che possono transitare solo ai bordi e in una piccola porzione di isola centrale, guardati a vista da centinaia di soldati, poliziotti e miliziani del Partito comunista in borghese. Ma neppure in epoca recente la piazza più grande e più presidiata del mondo, la più frequentata dai turisti, non si è fatta mancare proteste, gesti clamorosi e attentati suicidi. Anche se spesso e volentieri queste azioni sono state silenziate dal regime e dai media di Stato, o al massimo ricondotte a raptus del folle solitario di turno (categoria che comunque in Cina pare abbondare), la casistica è ricchissima.

 

Il biennio 1996/97, ad esempio, fu caratterizzato dalle autoimmolazioni dei monaci buddisti, ipotesi al momento non esclusa neppure oggi dalla polizia metropolitana di Pechino, anche se è davvero difficile che trapelino dettagli sull’attività investigativa. Almeno quattro di loro si cosparsero di benzina lasaciandosi divorare dalle fiamme a pochi passi dal Mausoleo di Mao Tse-Tung e dall’ingresso della Città proibita, in segno di silenziosa protesta nei confronti dell’occupazione cinese del Tibet, e soltanto uno fu salvato in tempo dall’intervento delle guardie armate di estintore. Probabile che gli autoimmolati siano stati molti di più, ma dato che le loro manifestazioni furono tenute rigorosamente nell’ombra, che in piazza Tienanmen vige l’usanza di controllare e sequestrare spesso il materiale fotografico compromettente a turisti e giornalisti, e che Internet allora non aveva l’odierna presenza, non tutti i suicidi sono giunti fino a noi.

 

Di natura diversa l’ultimo attentato in piazza ufficialmente ammesso dalle autorità di Pechino, risalente al 16 febbraio 2000: quel giorno alle quattro di pomeriggio Li Xiangshan, un contadino arrivato dalla provincia, arrivò fino alle transenne che delimitano il mausoleo (più o meno lo stesso punto dell’esplosione di oggi) con addosso una carica di tritolo e si face saltare in aria, riuscendo però solo a uccidere se stesso e a ferire un turista coreano. Poteva essere una strage perché a quell’ora solitamente la piazza è affollata di visitatori, ma la temperatura polare l’aveva fatta svuotare in fretta. L’allora capo della polizia locale, in un comunicato di poghe righe, sostenne che Li era un malato mentale grave già noto alle forze dell’ordine e si rifiutò di rispondere alle domande dei reporter stranieri che ipotizzavano un collegamento con l’assemblea plenaria del partito comunista che si sarebbe tenuta di lì a pochi giorni e che tradizionalmente rappresenta un catalizzatore di tutte le proteste, organizzate e non, all’interno della piazza.

 

Stesso copione tre anni prima: il 17 luglio 1997 un ordigno artigianale esplose in pieno giorno ai piedi della statua dei contadini e degli operai, che sovrasta la parte nordoccidentale della piazza, a poca distanza dal luogo dell’incidente odierno: nessun ferito e solo lievi danni per la struttura. Incredibilmente la polizia rifiutò di mettere in relazione l’episodio con altri due attentati simili avvenuti nei mesi precedenti a Changsha e Wuhan, preferendo indirizzarsi sulla consueta pista del folle, rapidamente individuato. Un certo Deng Qilin, operaio in una fabbrica di fuochi d’artificio della provincia di Hubei, quel giorno in visita ai monumenti pechinesi, fu catturato, processato e condannato a morte nel giro di tre settimane. Il movente della tentata strage, secondo i giudici, fu la voglia di compiere un gesto eclatante dopo una discussione con il suo capo.

 

E se l’attentato di oggi – al momento in cui scriviamo le vittime accertate sono 5, con 38 feriti di cui diversi in gravi condizioni – rappresenta un salto di qualità dal punto di vista numerico, è anche vero che può vantare un precedente piuttosto simile risalente al settembre 2009, quando due indipendentisti tibetani si diedero fuoco (almeno questa è la versione ufficiale) all’interno di un veicolo nella vicina Wangfujing road dopo essere stati fermati dalla polizia che impedì loro di raggiungere Tienanmen: l’arteria che i due suicide bombers buddisti stavano percorrendo a tutta velocità si trovava dal lato opposto rispetto a quello da cui oggi proveniva il Suv con a bordo tre persone di identità ancora ignota, ma la dinamica sembra abbastanza simile. Oggi come allora la piazza venne ripulita in fretta e furia e riaperta al pubblico nel giro di poche ore; oggi come allora ci si interrogò sulla natura dell’esplosione: fu decisa deliberatamente dai passeggeri o fu causata dal fuoco di sbarramento della polizia? Risposte mai pervenute e scarsissima attenzione da parte dei media.

 

L’ultimo episodio in ordine di tempo, e il più noto perché l’unico a coinvolgere cittadini occidentali, risale a poco più di un anno fa: era l’inizio di settembre del 2012 quando due turiste spagnole furono accoltellate, per fortuna senza rtiportare ferite gravi, all’interno di una delle caffetterie che si trovano nella Città proibita. Autrice del folle gesto, una donna che reclamava attenzione per la detenzione ingiusta di suo marito.

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