Tassare il ceto medio: lo sport del Pd
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Tassare il ceto medio: lo sport del Pd

L'emendamento democratico sull'Imu per le case di lusso: un colpo alla media borghesia

Tassare il ceto medio sembra essere lo sport nazionale, solo che il ceto medio, la media borghesia, non è più quello di una volta. È spompato e ha già intaccato il risparmio. Non consuma, e infatti è notizia di ieri che il gettito dell’Iva è calato in misura drammatica. S’era detto che l’Imu sulla prima casa sarebbe stata cancellata. E invece no. L’altra notizia di ieri è che un emendamento del Pd la ripropone per le prime case con rendita catastale sopra i 750 euro. E sarebbero questi i ricchi da colpire? Ma fateci il piacere.

È un tiro alla fune, un inconcludente polpettone di film in cui la pellicola si riavvolge ancora e ancora: tasse e ancora tasse. Sempre tasse. Sembrava che finalmente il governo Letta, seppure tra le polemiche e a dispetto dei puntigli ideologici del viceministro Fassina, avesse archiviato la tassazione dell’abitazione di proprietà, “superandola” in direzione della service tax, una tassa in cambio di un servizio reale nella speranza, o illusione, che non si ripeta quello che sempre avviene in Italia quando un’imposta diventa troppo odiosa: il gioco delle tre carte in cui sparisce il nome ma rimane la tassa. Ma la cosa peggiore, in questo balletto indecente attorno all’Imu e all’Iva, è l’incertezza che genera nei cittadini.

Consideriamo l’assurdità dell’emendamento del Pd. Anzitutto, era stato pensato per evitare che l’Iva aumentasse dal 21 al 22 per cento, peccato che l’Iva nel frattempo sia passata al 22 e si sia dovuto perciò emendare l’emendamento modificando la sua ragion d’essere. Non più ripristinare l’Imu per le case cosiddette “di lusso” (in realtà già escluse dall’esenzione) a copertura del mancato aumento dell’Iva, ma ripristinarla  per dimostrare che il Pd è autonomo dal Pdl e attento al suo bacino di consenso sociale. La visione di Fassina, all’osso, è quella di far pagare più tasse ai più ricchi. Solo che gli “abbienti” appartengono ormai alla più vasta categoria di una borghesia che s’impoverisce, che possiederà pure una casa dignitosa ma non sarà in grado di abitarla, di viverci, di pagarci le tasse, e perciò dovrà scegliere tra svenderla e tirare la cinghia. Cioè, tagliare i consumi.

L’incertezza è quasi peggio della certezza di dover pagare. L’impossibilità di pianificare un treno di vita, consumi, investimenti, budget, è l’effetto di una politica miope, confusa e litigiosa che tiene in ostaggio un paese. Lo scontro politico e ideologico su Imu e Iva serve a celare la responsabilità maggiore della classe politica e di governo: la non volontà, o la palese incapacità, di tagliare la spesa pubblica improduttiva e varare riforme strutturali, unica ricetta in grado di spingere il paese verso una difficile risalita.

Se al centro dell’interesse dei politici c’è l’equilibrio di forze all’interno dei singoli partiti (è il caso di Pd e Pdl) o il mantenimento di un caos che favorisce un appeal elettorale per chi urla di più (è il caso dei grillini), a rimetterci siamo noi famiglie, imprese, individui, costretti a ballare sulla tolda del Titanic Italia al suono dei mandolini. E se qualcuno, disperato, sogna di tornare al voto, è preso per disfattista o pazzo.

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