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Stato-mafia: la Procura si prende la rivincita

Non è escluso che il presidente, che deporrà a porte chiuse al Quirinale, possa trovarsi faccia-a-faccia con alcuni tra i peggiori mafiosi della storia


È ufficiale: Giorgio Napolitano sarà sentito come testimone nel processo palermitano sulla presunta «trattativa» tra Stato e mafia, che secondo la Procura sarebe stata segretamente ordita dopo le bombe dell’estate 1992 per chiudere la stagione stragista.

Il presidente della Repubblica era già stato citato come teste il 17 ottobre 2013, ma con una lettera indirizzata alla Corte d’assise palermitana aveva fatto sapere di non avere «nulla da riferire». Oggi la corte ha deciso diversamente: resta da decidere soltanto la data dell’interrogatorio.

Il capo dello Stato dovrà essere ascoltato dai giudici, in particolare, sulla lettera da lui inviata nell’aprile 2012 all’allora procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito. In quella missiva il presidente riferiva delle lamentele presentategli dall’ex presidente del Senato Nicola Mancino, oggi imputato nel processo per falsa testimonianza. 

Napolitano dovrà testimoniare anche sulle «preoccupazioni» espresse dal suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, che in una lettera del 18 giugno 2012 si era lamentato con lo stesso Napolitano «di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi»: proprio quelli di cui si dicute a processo. D’Ambrosio, sottoposto a una feroce campagna di stampa da parte di giornali vicini alla Procura di Palermo, è morto d’infarto nel luglio 2012, a soli 64 anni.

La decisione di interrogare il capo dello Stato rappresenta una parziale rivincitra per la Procura di Palermo, cui la Corte costituzionale nel gennaio 2013 aveva imposto la distruzione di alcune telefonate intercorse tra lo stesso Napolitano e Mancino, che era intercettato.

L’udienza del processo per la trattativa Stato e mafia in cui Napolitano deporrà come testimone si terrà al Quirinale, e a porte chiuse. Oltre ai giudici, verranno ammessi esclusivamente i magistrati dell’accusa e i difensori di tutti i 10 imputati. La Corte d’assise, presieduta da Alfredo Montalto, ha deciso di ascoltare il capo dello Stato applicando l’articolo 502 del Codice di procedura penale, che disciplina i casi di testi impossibilitati di andare in udienza e che pertanto vengono ascoltati a domicilio: e il domicilio di Napolitano è il Quirinale.  

Non è improbabile che alcuni degli avvocati, in particolare quelli che difendono i boss mafiosi Totò Riina, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, non si facciano sfuggire l’occasione di porre qualche domanda al presidente della Repubblica. Ma c’è un rischio in più: in punta di diritto, infatti, l’interrogatorio a porte chiuse non evita il collegamento audio-video con gli imputati, tutti reclusi in carceri di massima sicurezza, e propone (in teoria) l’imbarazzante ipotesi di un faccia-a-faccia tra Napolitano con alcuni tra i peggiori mafiosi della storia. L’ultimo comma dell’art. 502 dice infatti che «il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame».

 


 


 

 

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