Sri Lanka: il Papa tra le vittime della guerra
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Sri Lanka: il Papa tra le vittime della guerra

Francesco incontra i parenti delle decine di migliaia di singalesi e tamil morti nel conflitto durato trent’anni. Poi si reca in un tempio buddista

Sono le 14 ora locale (le 9.30 in Italia) quando tre elicotteri MI17 dell’aeronautica militare dello Sri Lanka si alzano in volo da Colombo: Papa Francesco ha chiesto di recarsi a Madhu, nel nord dell’isola su quella che fino al 2009 è stata la linea del fronte del sanguinoso conflitto che per ben trent’anni ha opposto la maggioranza singalese, buddhista, alla minoranza tamil, induista. La Chiesa cattolica nel mezzo (i cristiani rappresentano appena il 7 per cento dei 21 milioni di abitanti dell’isola) a cercare una difficile mediazione tra i due contendenti forte del fatto che al suo interno conta fedeli di entrambe le etnie.

Seguiamo il pontefice su un altro elicottero. Atterriamo a Madhu dopo circa un’ora e un quarto di volo. Davanti a noi il grande santuario della «Nostra Signora», un luogo simbolo per una guerra che ha fatto decine di migliaia di vittime. Durante la guerra, infatti, il santuario ha aperto le porte a migliaia di feriti e sfollati di entrambe le parti, senza badare a religione o etnia. Buddhisti e induisti, accanto ai cattolici, in quegli anni hanno pregato in quel santuario, sotto l’immagine della Vergine, per chiedere la fine del conflitto e la riconciliazione. E tutt’ora tornano in pellegrinaggio: il Santuario di Madhu è diventato così anche il simbolo del dialogo interreligioso in Sri Lanka.

La commozione delle vittime della guerra
L’area antistante al santuario è gremita di persone: decine di migliaia di persone giunte non solo da questa regione ma da tutto il nord dell’isola. Sul sagrato, accanto alla statua della Madonna ornata di gioielli e abiti preziosi, c’è una rappresentanza di famiglie tamil e singalesi duramente provate dalle ostilità. Sul grande piazzale tantissime famiglie di cristiani, ma anche indù e buddhisti. Le parole del Papa sono un appello vibrante a «costruire un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace», non solo per lo Sri Lanka ma per tutto il mondo.

«Ci sono famiglie qui oggi che hanno sofferto immensamente nel lungo conflitto che ha lacerato il cuore dello Sri Lanka», dice Francesco guardando i parenti delle vittime. «Molte persone, dal nord e dal sud egualmente, sono state uccise nella terribile violenza e nello spargimento di sangue di questi anni. Nessuno Srilankese può dimenticare i tragici eventi legati a questo luogo». Oggi «dopo tanto odio, tanta violenza e tanta distruzione» solo Gesù ha «il potere di sanare le ferite e di restituire la pace ai cuori spezzati». Per far questo però, raccomanda il pontefice, bisogna arrivare a «comprendere alla luce della Croce, il male di cui siamo capaci e di cui persino siamo stati partecipi». Solo così «possiamo sperimentare vero rimorso e vero pentimento. Solo allora possiamo ricevere la grazia di avvicinarci l’uno all’altro con vera contrizione, offrendo e cercando vero perdono». Bergoglio affida a Maria gli «sforzi degli srilankesi di entrambe le comunità Tamil e Singalese per ricostruire l’unità che è stata perduta».

Sono momenti di grande commozione per le numerose famiglie delle vittime tamil e singalesi presenti, che hanno sofferto il dramma della guerra terminata solo pochi anni fa: Francesco vive con molta partecipazione la sofferenza di questo popolo e si sta impegnando direttamente per la riconciliazione. Non a caso, il 13 gennaio, nell’incontro privato con il neo presidente, Maithripala Sirisena, Bergoglio ha raccomandato l’istituzione di una «commissione per la verità» per investigare sulle atrocità e i crimini commessi durante il conflitto perché, ha spiegato rivolgendosi al capo dello Stato dello Sri Lanka, «Il processo di risanamento richiede di includere il perseguimento della verità, non con lo scopo di aprire vecchie ferite, ma piuttosto quale mezzo necessario per promuovere la loro guarigione, la giustizia e l’unità».

Scalzo, visita un tempio buddista
Al ritorno da Madhu, il Papa compie un fuori programma si reca nel tempio buddista di Maha Bodhi, uno dei centri buddisti principali di Colombo e di tutta l’isola. Lo Sri Lanka, infatti, è una delle patrie del buddismo, dove tale religione si è diffusa e affermata per prima. Il pontefice ha accolto l’invito di uno dei leader del buddismo dello Sri Lanka, il venerabile Banagala Upatissa Nayaka Thero e ha visitato il tempio. Francesco si è tolto le scarpe e per lui i monaci hanno aperto lo Stupa che racchiude le reliquie di due uomini santi del buddismo, che solitamente si apre solo una volta all’anno. Il Papa ha ascoltato in silenzio la spiegazione dei monaci ma «non ha pregato, ha specificato il portavoce, padre Federico Lombardi.



La libertà religiosa è un diritto umano fondamentale
Al mattino, nella cerimonia di canonizzazione del missionario Giuseppe Vaz, a Colombo, di fronte a una folla di 500 mila persone, il pontefice ha lanciato un altro importante appello per la libertà religiosa che «è un diritto umano fondamentale». Infatti, ha spiegato il Papa, «ogni individuo dev’essere libero, da solo o associato ad altri, di cercare la verità, di esprimere apertamente le sue convinzioni religiose, libero da intimidazioni e da costrizioni esterne. Come ci insegna la vita di Giuseppe Vaz, l’autentica adorazione di Dio
porta non alla discriminazione, all’odio e alla violenza, ma al rispetto per la sacralità della vita, al rispetto per la dignità e la libertà degli altri e all’amorevole impegno per il benessere di tutti». Così il pontefice ha ribadito quello che è stato il messaggio centrale della visita in Sri Lanka, rivolto non solo a questo Paese ma a tutto il mondo, dopo i tragici eventi delle ultime settimane in Francia, Pakistan e Nigeria: «Superare le divisioni religiose nel servizio alla pace».

Rafforzate le misure di sicurezza per timore di attentati islamici
Il timore per gli attentati al Papa si avverte anche in Sri Lanka. L’imponente servizio di sicurezza garantito dalla polizia e dall’esercito dell’isola, in collaborazione con la gendarmeria e la guardia svizzera vaticana ha svolto controlli capillari. Per le celebrazioni con il Papa non era previsto biglietto di ingresso ma ciascun partecipante alle celebrazioni è stato perquisito personalmente all’entrata delle aree previste. Lungo le strade dove è transitata la papamobile sono stati schierati poliziotti e militari ogni dieci metri.

E nelle Filippine il servizio di sicurezza sarà ancora più ampio. Preoccupano infatti le manifestazioni islamiche: in 1.500, tra cui studenti e donne velate si sono radunati nella piazza principale di Marawi, una delle principali città a maggioranza musulmana nel sud dell'arcipelago, per manifestare contro le rappresentazioni blasfeme del profeta. «Quello che è successo in Francia, la strage di Charlie Hebdo, è una lezione morale per il mondo a rispettare tutte le religioni e in particolare l’Islam», ha spiegato uno degli organizzatori della manifestazione, ripreso dal giornale francese Le Parisien. A Rizal Park di Manila, per la messa finale del visita papale sono attese cinque milioni di persone. Garantire la sicurezza e l’incolumità del Papa e di tutti i partecipanti non sarà una cosa facile.

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