Strada accidentata per l'Italicum al Senato
Strada accidentata per l'Italicum al Senato
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Strada accidentata per l'Italicum al Senato

Dopo il sì della Camera, lo scoglio è a Palazzo Madama dove i numeri sono più incerti. E gli antirenziani del Pd sognano la rivincita - Cosa prevede l'Italicum - Le promesse di Renzi

Ora ci riprovano al Senato. Dopo aver tentato fino all’ultimo di far saltare l’Italicum, il partito trasversale contro il patto per il bipolarismo tra Matteo Renzi e il Cavaliere, che vanta la maggior parte dei rappresentanti tra gli irriducibili dell’antiberlusconismo  del Pd, si prepara a disseminare di altre mine l’ultima parte del percorso della riforma elettorale, approvata a Montecitorio e valida solo per l’elezione dei deputati.

Il tentativo numero uno di impantanare per mesi l’Italicum è quello di mettere il Senato subito  al lavoro per l’abolizione di se stesso. La trasformazione di palazzo Madama in Camera delle autonomie è una delle tre riforme istituzionali del pacchetto Renzi concordato con Silvio Berlusconi nel patto del Nazareno. Ma al momento una vera bozza della complicata riforma in cui i senatori sono chiamati ad abolire il proprio ruolo non c’è. Ci sono molte proposte di legge, solo nel Pd almeno un paio. Facile comprendere che ci vorranno mesi per superare il bicameralismo perfetto. E nel frattempo l’Italicum starebbe in un pericoloso stand by. Anzi, “starebbe nelle mani di Anna Finocchiaro (ala bersanian-dalemiana, presidente della commissione Affari Costituzionali che con Renzi ha un’antica ruggine ndr) e Roberto Calderoli (leghista vicepresidente Senato, contro la riforma elettorale ndr), ottime mani!”, ironizzano un paio di deputati dem che sognano un simile scenario. Ma tra i sogni e la realtà, ci sarebbe la determinazione del premier a far marciare spedito l’Italicum tra una settimana o due al massimo anche al Senato. Almeno così assicura un renziano doc a Panorama.it.

Come sottolinea lo stato maggiore di Fi, dal capogruppo alla Camera Renato Brunetta alla responsabile della comunicazione Deborah Bergamini all’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan a Gianfranco Rotondi, “ è stato il senso di responsabilità di Forza Italia a salvare Renzi”. Che ora, incalza Daniela Santanchè, “deve continuare a tenere fede agli impegni”. Lo scenario con maggiori chance è che l’Italicum viaggerà parallelamente alla trasformazione del Senato. Ma anche in questo caso il partito contro il  patto Renzi-Cav ha già annunciato quali saranno i prossimi trabocchetti. Che se avessero successo stravolgerebbero la riforma. Li ha elencati a chiare lettere il capogruppo pd alla Camera, Roberto Speranza, di nomina bersaniana, come del resto il grosso dei deputati e dei senatori. Speranza, dopo essere stato nei giorni scorsi accusato da Rosi Bindi in buona sostanza di tradimento, ha rilanciato su tutta la linea, rivestendo i panni del bersaniano duro e puro. “Al Senato ripartirà la battaglia per la parità di genere, per le soglie e per le primarie”, annuncia  il giovane capogruppo, che, secondo i maligni, ora però sarebbe sempre più insidiato dal renziano doc Matteo Richetti, che potrebbe prendere il suo posto. E’ chiaro che se si ritoccano le soglie al ribasso, come nel caso di quella stabilita al 4,5 per cento per i partiti coalizzati, e al rialzo, come  per quella necessaria a ottenere il premio di maggioranza, fissata al 37 per cento, la riforma aumenta quel potere di ricatto dei partitini contro il quale l’Italicum è nato.

Non a caso alla riforma sono mancati i voti di Scelta Civica che si è astenuta, di buona parte dei Popolari per l’Italia ( solo Ferdinando Adornato Udc è venuto allo scoperto, dichiarando di aver votato a favore).  Sono, secondo i tabulati, 23 i voti del Pd venuti meno alla riforma.   Ci sono nomi eccellenti tra coloro che non hanno votato in segno di protesta: da Stefano Fassina a Rosi Bindi a Pippo Civati a Francesco Boccia, al lettiano Marco Meloni allo stesso Enrico Letta.

Nessuno del Pd comunque ha votato contro, a cominciare dall’ex segretario Pier Luigi Bersani. Proprio colui che sembra tornato alla guida della fronda anti-Renzi. E’ Bersani il bersaglio numero uno del premier quando punta l’indice contro “il disfattismo” che ha perso “a vantaggio della politica”. Si ribella il suo predecessore al Nazareno: “Non parli Renzi di complotto, ma ringrazi i suoi deputati”. E ancora evocando la malattia che lo ha colpito: “Ora che mi sono salvato il cervello, non lo regalo certo a Renzi”. Parole dure, inequivocabili sullo stato dei rapporti a largo del Nazareno, ma  che suonano anche surreali. Bersani è reduce da due pesanti sconfitte consecutive: le elezioni di un anno fa e la carica dei “101”che affossò i suoi candidati  al Colle. “Parla come se fosse ancora segretario del Pd e avesse vinto! Ma è matto?”,  lo attaccano i renziani nei conversari privati.

L’accusa di esser “matto” è simmetrica a quella che  Bersani avrebbe fatto a Renzi parlando con i deputati a lui più vicini. Ammette Sergio Pizzolante, socialista di rito craxiano, ora deputato  di Ncd: “C’è un odio nel Pd nei confronti di Renzi che ricorda quello del Pci verso Bettino!”. Anche il Nuovo centrodestra alfaniano ha contribuito compatto con Forza Italia a salvare l’Italicum. Ma ora, come confermano Pizzolante e Barbara Saltamartini a Panorama.it, al Senato Ncd chiederà “miglioramenti, a cominciare dall’eliminazione della norma flipper secondo la quale a causa del riparto nazionale dei voti non sai in quale circoscrizione prendi i seggi e nella peggiore delle ipotesi neppure se li prenderai anche se hai contribuito a far prendere voti alla coalizione”. Evidente l’affanno di Ncd che ora si trova di fronte alla prova del Nove delle europee. Per Angelino Alfano scatterà la prima soglia di sbarramento: il 4 per cento, altrimenti niente eurodeputati ma anche meno potere a Roma.       

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