Scuola: il concorso di Renzi è un pasticcio di burocrazia
Il presidente del Consiglio MatteoRenzicon la moglie (professoressa) Agnese Landini prima di votare nella sezione 3 dellascuolaelementare De Amicis di Pontassieve, 25 maggio 2014 ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI
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Scuola: il concorso di Renzi è un pasticcio di burocrazia

Il concorso per abilitare gli insegnanti, voluto da Renzi, gestito in maniera pessima rischia di annegare nei ricorsi

E’ il suo pasticcio più grande, proprio perché è la sua formula vincente. Invece di sbloccare l’Italia, l’istruzione e quindi «ripartire dalla scuola», Matteo Renzi rischia di farla annegare nel più imponente, inappellabile, ragionevole ricorso italiano della giurisprudenza, nel più demagogico dei provvedimenti elettorali.

In tandem con il ministro Stefania Giannini, ultima ridotta della estinta Scelta Civica, Renzi nella settimana precedente alle elezioni europee ha in fila e in ordine indetto un bando per abilitare i laureati all’insegnamento, allargato e aperto le graduatorie come fossero dei cancelli e non scale di merito, emendato dunque “condonato” il professore irregolare che senza abilitazione insegna non solo negli istituti privati ma anche in quelli statali.

Ma c’è ancora e di peggio: l’equivalenza di un irrisorio esame informatico fatto di “control”, “alt”, “esc”, “canc”, equiparato come titolo e valore addirittura a una laurea specialistica che è il massimo accademico, la corona di un intero corso di studi, il tutto a prezzi di saldo (da 60 a 190 euro per ottenere la certificazione) che ha già scatenato l’appetito e la corsa all’oro.

Non è solo l’arte (elettorale) di correre. L’im-broglio di Renzi nella scuola è appunto il pasticcio principe che non ci libera dalla mala amministrazione, ma che potrebbe segnare il suo trionfo ancora una volta: un mostro di carta. Se non fosse Renzi a ricordarlo e a combatterla, non servirebbe dimostrare che se di procedura si muore, con l’arroganza e l’incompetenza si finisce per diffondere la pandemia del cavillo, provocare la paralisi per iperattivismo. Il metodo è sempre il medesimo: l’annuncio dell’annuncio, e basta seguire le date per finire inghiottiti in quella macchina, nella “k” di burokrazia che Renzi dice di aver già smontato.

Si comincia il 7 maggio quando si comunica che il bando per abilitare gli insegnati è pronto, imminente, depositato. E’ il proclama che serve a serrare i ranghi dei partecipanti e preparare l’adunata indetta per il 9 maggio. Ebbene, il 9 maggio non solo non accade nulla ma bisogna attendere il 16 maggio prima di vedere il bando apparire sul sito del ministero.

E troppo semplice e disonesto sarebbe dare la colpa della frenata a quelle sigle sindacali che naturalmente ricevute per formalità sono state subito dimissionate in pieno galateo renziano. La conferma è proprio la data in calce al bando pubblicato il 16 maggio ma retrodatato al 7 maggio, la cui unica informazione utile è il giorno limite (16 giugno) per inoltrare la domanda di partecipazione.

E però, mancano le istruzioni, quel protocollo che Renzi definirebbe pedanteria ma che è ilnecessaireper qualsiasi concorso che si vuole pubblico e che infatti arriva cinque giorni dopo. Solo il 21 maggio agli insegnanti, che come non smette giustamente di ripetere Renzi sono dinamo e sentinelle italiane, viene comunicato che la loro iscrizione passa dal sito ministeriale del Cineca. Ma è l’ennesima impreparazione tecnica prima che un ostacolo questo sito di fatto congelato e bloccato fino alla settimana seguente (28 maggio). E il guasto in legge si propaga, interrompe i circuiti, rallenta invece di accelerare. Neppure le università chiamate a fare da cassieri sono preparate: Bari, Milano, Pisa, Potenza e sono solo alcuni degli atenei, come segnalano ormai in maniera tempestiva e puntuale sui social network, fino a oggi hanno predisposto il pagamento della tassa indispensabile per partecipare alla selezione.

Ed è la prima volta che Renzi viene qui smascherato nel decisionismo che è studio e competenza e non quella miscela di pressapochismo e faciloneria con cui crede di aggirare le regole in maniera maldestra e pericolosa. Non è il sindacato a inchiodare Renzi ma il suo balocco preferito, il tweet, che ha iniziato a sbeffeggiarlo e pungerlo come fa Daniela Nicotera: «Ennesima beffa per il tfaordinario, non ci posso credere, non c’è futuro per chi crede nelle regole»; Michele Russo: «Matteo Renzi chieda conto al ministro Giannini dell’ennesima sanatoria che ha approvato»; 12 sambro: «Docenti abilitati a casa mentre i bocciati in aula. Questa è l’Italia che cambia verso?».

Ma si può annunciare un concorso e non conoscere il calendario di un concorso salvo indicare in maniera generica il mese di luglio come scrive uno dei partecipanti Giuseppe Lomuscio su Facebook: «Noi dobbiamo versare entro il 16 giugno 50 euro come tassa d’iscrizione per un test per il quale non riusciamo a completare la procedura di preiscrizione, per di più senza conoscere la data del test». E renziani crescono nella supponenza anche al ministero della pubblica istruzione come Max Bruschi, ispettore del Miur, che ha il vizio della battuta come Renzi e che al disincanto di Lomuscio («Mi sento come Vladimiro ed Estragone in aspettando Godot») sentite come risponde: «Piacere, Giovanni Drogo» per aggiungere ancora: «Se non considerassi la vostra situazione me ne sarei partito per le ferie». Quasi bisogna ringraziarlo e dire che ci piace. E certo lo sa per prima la moglie di Renzi, la professoressa Agnese Landini, lei che un anno fa ha partecipato al maxi concorsone, che un reclutamento così confuso, raffazzonato è il migliore modo per preparare il peggiore ricambio generazionale, preparazione impossibile, studio poco, quiz e fortuna tanta.

E come avverte Fiorenzo Liguori che all’università di Napoli impartisce e spiega il diritto amministrativo, chiunque se solo volesse riuscirebbe a fermare questo concorso: «Perché il canone della ragionevolezza stabilisce un termine congruo tra l’annuncio di un concorso e la chiusura delle domande di solito fissato in trenta giorni. Ma qui si tratta quasi di un percorso a ostacoli, cosi non va bene, anzi si può perfino ipotizzare che l’amministrazione si sia mossa in maniera capziosa per sfavorire la maggiore partecipazione. E’ venuto meno il principio di buonafede e correttezza». E torna così la vera zavorra italiana: il ricorso, il Tar, la solita babele di fascicoli e scartoffie, commi, paragrafi, decreti. Ecco, la scuola di Renzi, che è la casa per eccellenza dei pasticci, dimostra che la lotta alla burocrazia non è mai la lotta contro il diritto e che non si superano le pastoie con l’impreparazione. Insomma, Renzi fa venire in mente il Totò di “Siamo uomini o caporali”. Anche lui cercava di spogliarsi dei vestiti come Renzi cerca di sottrarsi alle regole: per indossare il vestito giusto ne metteva sopra un altro, sempre più pesante, sempre più goffo.

Carmelo Caruso 

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