Giulia Bongiorno Unità operativa di Medicina del Dolore Clinica e Sperimentale dell’IRCCS CRO di Aviano
Giulia Bongiorno Unità operativa di Medicina del Dolore Clinica e Sperimentale dell’IRCCS CRO di Aviano
Giulia Bongiorno Unità operativa di Medicina del Dolore Clinica e Sperimentale dell’IRCCS CRO di Aviano
Scienza

Recuperare la vita, e la forza, dopo il tumore al seno

Un nuovo progetto riabilitativo, nato al Cro di Aviano, aiuta le pazienti a riconquistare autonomia e benessere, con tecnologie all’avanguardia e un «fascicolo personalizzato».

Dopo la diagnosi di tumore (il momento peggiore), l’intervento, la terapia e il ritorno a casa, il peggio sarà anche passato, ma la strada è ancora lunga. E per un recupero - psicofisico - completo, e per la riduzione del dolore, la riabilitazione gioca un ruolo fondamentale. La riconquista della propria autonomia funzionale è tanto più importante per tutti coloro che, tra un controllo e l’altro (per scongiurare recidive), dovranno tornare a una quotidianità il più possibile normale, tra lavoro, famiglia, vita sociale.Sì, ma quale riabilitazione fare, per quanto tempo, e come sapere se la si fa nel modo giusto? Per aiutare i pazienti in un percorso riabilitativo che davvero venga incontro alle loro esigenze, presso l’Unità operativa di Medicina del Dolore Clinica e Sperimentale dell’IRCCS CRO di Aviano (Pordenone), diretta dal dottor Luca Miceli, è partito un progetto di riabilitazione personalizzata, dedicata alle donne con tumore al seno. In particolare, per sostenerle, dopo l’intervento chirurgico (in cui vengono il tumore e spesso anche i linfonodi) , nel recupero della funzionalità della spalla. «In genere, la paziente viene mandata a casa con l’intervento del fisiatra e un percorso riabilitativo standard» dice Miceli.

«E se ha dolore le si dice “prenda qualcosa”. Io invece lavoro sul singolo nervo di un distretto: si fa una neuromodulazione con un ago riscaldato, e in questo modo si riducono le afferenze dolorose al cervello provenienti da quel distretto corporeo. È una cosa che esiste da anni nella terapia del dolore, ma non tutti i centri la fanno. Si punta alla sopravvivenza dando meno peso a queste cose».Il progetto del centro di Aviano (che nella terapia del dolore lavora in sinergia con lo Ieo di Milano e l’Istituto nazionale dei tumori Pascale di Napoli), consiste in un fascicolo «fascicolo riabilitativo personalizzato» per fornire una fisioterapia ed esercizi terapeutici tagliati «su misura»; utile anche per rivalutare, nei successivi controlli in ospedale, i progressi fatti dalle pazienti e proporre ai loro terapisti, ovunque si trovino in Italia, aggiustamenti in corso d’opera.Nel Centro di Aviano, oltre a attrezzature dedicate alla riabilitazione, si cura il dolore e si costruisce un percorso personalizzato (con elettromiografi di superficie e sensori inerziali di movimento) anche grazie alla fisioterapista responsabile del progetto, la dottoressa Giulia Bongiorno.

«È lei, un’ex atleta di livello internazionale, a seguire le pazienti, a conoscere i muscoli nel dettaglio e capire quanto e come si muove la spalla» precisa Miceli. «Così stabiliamo chi ha abbastanza massa muscolare e chi no. Sono cose non si vedono a occhio, bisogna arrivarci con queste tecnologie». Si valuta, per fare qualche esempio, l’ampiezza di movimento della spalla, la fuidità del gesto, il contributo in percentuale di ogni muscolo al movimento voluto, l’eventuale calo di massa muscolare e di forza.Il progetto, come si diceva, per ora è dedicato alle donne operate di tumore al seno, perché è una patologia molto diffusa, con prognosi nella maggior parte dei casi buona, e le pazienti sono spesso giovani che devono tornare a lavorare e e un’attiva vita sociale. «E non basta dirsi “vado in palestra” se l’insegnante di palestra poi non sa bene cosa e come fare. Noi diamo il fascicolo personalizzato, perché non esistono cure o percorsi standardizzati, e in questo modo la riabilitazione o il mantenimento dei risultati vengono fatti nel modo più corretto ed efficace». L’idea, in prospettiva, è estendere lo stesso progetto ad altri tipi di tumori, per esempio quello al polmone per il quale la riabilitazione respiratoria è importantissima. «Il successo del progetto dipenderà non solo dalle tecnologie, conoscenze e competenze messe in gioco, ma anche dalla capacità di coinvolgere le pazienti, una volta uscite dall’ospedale. A insegnare loro a “farsi del bene” ogni giorno, durante gli esercizi a casa e dai loro fisioterapisti».

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