Scienza

Alla scoperta della montagnaterapia

La rete Passaggio chiave spiega che cos'è l'innovativo approccio per la cura delle dipendenze

MONTAGNATERAPIA

Elisabetta Burba

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«La montagnaterapia è uno straordinario strumento per la cura delle dipendenze». L'entusiasmo di Lorenzo Grimaldi per quest'innovativo approccio terapeutico è contagioso. Educatore dell'Unità operativa dipendenze della Asst di Monza, Grimaldi è anche membro della rete Passaggio chiave. Con la preziosa collaborazione della scuola di alpinismo del Cai, il network lombardo riunisce una dozzina tra servizi ambulatoriali pubblici e comunità terapeutiche no profit per organizzare, in montagna, momenti di cura per chi è affetto da dipendenze. Il 25 febbraio Passaggio chiave presenterà alla sezione Cai di Bovisio Masciago il programma di uscite annuali. Panorama coglie l'occasione per scoprire che cos'è la montagnaterapia.
«Nata negli anni Ottanta in Francia e Belgio, la montagnaterapia è arrivata in Italia negli anni Novanta» spiega Lorenzo Grimaldi. «Il suo obiettivo è offrire un ulteriore strumento terapeutico alla cura di persone affette da varie patologie (dagli handicap ai problemi psichiatrici, fino alla cecità) nell'ambiente montano, attraverso i valori dell'alpinismo». Il network Passaggio chiave si concentra solo sulle dipendenze: abuso di stupefacenti e di alcol, ma anche gioco d'azzardo.




«Il cammino è stata un'esperienza interiore».
 

La montagnaterapia agisce su due livelli» spiega Grimaldi. «Il primo è quello concreto: il corpo e la mente del paziente si mettono in gioco non più in modo distruttivo, ma in modo costruttivo, raccogliendo una sfida per raggiungere un obiettivo in un contesto ostico come quello della montagna. La fatica necessaria a camminare, scalare e arrampicare permette di conoscere se stessi meglio, mettendosi alla prova. Il secondo livello è di carattere simbolico. Chi sta cercando di liberarsi da una dipendenza vive un momento di trasformazione, con modalità che rappresentano metafore proprie del cammino in montagna: bivio, meta da raggiungere, sentiero in salita, nuovi orizzonti…»
Già, la montagna. «Misurarsi con questo contesto ambientale insegna al paziente a misurarsi con le difficoltà della vita e a far emergere le sue capacità spesso sepolte, dimenticate o svilite dall'abuso di una sostanza» prosegue Grimaldi. «Quindi non solo imparare a fare lo zaino, a reggere la fatica e a superare le paure, ma anche  raggiungere un obiettivo assieme agli altri, in un'ottica di collaborazione e non di competizione, senza spirito di onnipotenza, ma facendo i conti con i limiti personali e con quelli ambientali (la roccia è roccia)». Un'attività che riscuote grande successo. Ecco alcune risposte dei pazienti di Passaggio chiave al rientro dal cammino della Via francigena, nel 2016, e dal trekking dal mare al Gran Sasso, nel 2017. I questionari erano anonimi e l'età dei pazienti variava tra i 18 e i 45 anni. Alla domanda "Come ti sei sentito al termine dell'esperienza?", le risposte andavano da "Mi sono sentito un'altra persona mentalmente" a "Molto soddisfatto di aver fatto un'esperienza che mai avrei immaginato e mi son detto: guarda cosa sono capace di fare". Invece alla domanda "Come hai vissuto l'esperienza all'interno del gruppo?" un paziente ha risposto: "Davvero bene. Quando pensavo di non farcela, c'era sempre qualcuno a fianco a me che mi motivava". E un altro: "Frate Andrea - operatore di una comunità - è una persona fantastica e mi ha fatto venire voglia di vivere ancora di più”. Significativa la risposta di un altro paziente alla domanda "Cosa ne pensi dei luoghi che hai attraversato?": "Incantevoli. Mentre L'Aquila mi ha fatto riflettere, lì la natura ha sbriciolato tutto ciò che delle persone si sono costruite in tutta una vita, mentre io mi stavo sbriciolando la mia vita".  


«Luoghi dove puoi spiritualmente ritrovare te stesso».

In Italia la montagnaterapia era inizialmente concentrata nell'ambito psichiatrico. Da 15 anni a questa parte si è diffusa alle altre aree di disagio sociale. Ed è così diffusa che ci sono comunità che hanno una torre di arrampicata all'interno della struttura, altre che hanno i famosi boulder, su cui ci si arrampica senza imbrago. «In qualche comunità, come l'Arca di Como, ci sono corsi di alpinismo che hanno addirittura portato i pazienti in cordata sul Breithorn, nella catena del Monte Rosa, a oltre 4.000 metri» conclude Grimaldi.  
La creazione della rete Passaggio chiave è stato un ulteriore passo avanti. Il nome della rete ha un chiaro significato: «Si tratta di un termine usato nel linguaggio alpinistico per indicare il momento in cui, durante un'arrampicata, si supera un ostacolo, cioè il passaggio più difficile» spiega Grimaldi. «C’è proprio una corrispondenza tra la pratica alpinistica e la cura di sé: il punto di maggiore difficoltà in un’ascesa, una volta superato, conduce al raggiungimento della meta proprio come accade lungo il percorso terapeutico nella cura delle dipendenze». Passaggio chiave, che comprende una dozzina di enti (dalla Scuola di alpinismo lombarda Alpiteam alla Cooperativa sociale Solaris), organizza uscite con gruppi compresi fra le 30 e le 75 persone. Quest'anno gli eventi in programma sono 17: dalle escursioni collinari a quelle in alta quota, come l'Alta via delle Grigne, fino alle vere e proprie attività di arrampicata a Quincinetto, in Piemonte. «Nella stessa escursione c'è un doppio livello» conclude Grimaldi. «Durante l'uscita in Val Seriana, per esempio, c'è un primo livello che raggiunge il rifugio Albani, a 2000 metri, e il secondo che arriva in cima, sul monte Ferrante, a quasi 2500 metri di altitudine».  


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