Scienza

Marijuana, non chiamatela droga leggera

Nella cannabis oggi il principio psicoattivo è più che triplicato, con danni al cervello comprovati, soprattutto sui giovani

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Daniela Mattalia

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Facile da trovare, fa sentire leggeri e imperturbabili, costa poco e poi, «uno spinello, che sarà mai». Non stupisce che la cannabis sia, fra i ragazzi, al primo posto nel consumo di stupefacenti. Nella fascia d’età 15-19 anni, il 32,4 per cento l’ha utilizzata almeno una volta nella vita, il 25,8 ne ha fatto uso nell’ultimo anno. E i dati (quelli 2018 del rapporto Espad Italia) sono probabilmente sottostimati.

Così come sottostimate sono le conseguenze dell’uso prolungato della cannabis su un cervello in divenire come quello di un teenager. Il principio attivo della cannabis di oggi raggiunge concentrazioni molto più elevate del classico spinello «peace and love» degli anni Settanta. I figli dei fiori si passavano canne dove il Thc (tetraidrocannabinolo) era intorno al 2 per cento, oggi come minimo si aggira sul 7 per cento. «Negli ultimi vent’anni il Thc della marijuana è via via aumentato, in alcune partite sequestrate arriva al 27 per cento» conferma Gaetano Di Chiara, professore emerito di farmacologia all’Università di Cagliari. Non solo. La cannabis attuale è stata selezionata per contenere più Thc e meno cannabidiolo, altra sostanza della pianta che, se ad alte dosi, attenua gli effetti psicoattivi del Thc; quando è in concentrazioni basse, invece, li potenzia. Da qualche tempo, poi, negli Usa (e in modo meno diffuso anche da noi) si è sviluppata una tecnica chiamata «bho», butane hashish oil, un concentrato di cannabis ottenuto tramite estrazione con butano. E qui il Thc raggiunge concentrazioni del 70-90 per cento.

A questo punto, definire la cannabis una «droga leggera» non ha senso. Esistono, puntualizzano gli esperti, solo droghe più o meno ricche di principio attivo, e soggetti più o meno predisposti a sviluppare dipendenza. «Il picco del consumo di marijuana è tra 15 e 16 anni. E un adolescente è difficile che si limiti a uno spinello al giorno, spesso l’assunzione continua per 4-5 anni» riflette Di Chiara. «I recettori dei cannabinoidi intervengono proprio durante la maturazione sinaptica. I ragazzini che iniziano con la cannabis sono in genere i più curiosi e intraprendenti: hanno un buon rendimento scolastico che presto crolla perché il fumo ne abbassa le performance».

Qualche anno fa un’ampia indagine prospettica, condotta in Nuova Zelanda su ragazzi seguiti nel corso degli anni, ha dimostrato che gli adolescenti che avevano avuto un consumo giornaliero di marijuana, mantenuto per 3-4 anni, una volta adulti mostravano una riduzione marcata delle capacità cognitive.

Non bastasse, c’è poi il legame, nei giovanissimi, tra cannabis e schizofrenia. La marijuana non causa direttamente la psicosi, però il suo consumo elevato la innesca in chi è predisposto. Uno studio apparso il 19 marzo su Lancet, condotto in 10 città europee e coordinato dalla psichiatra Marta di Forti, mostra che assumere marijuana con Thc sopra il 10 per cento raddoppia il rischio di psicosi rispetto a chi fuma Thc sotto quella soglia.

«L’altro grosso problema, oltre all’uso sempre più precoce della cannabis, persino a 12-13 anni, è poi il policonsumo: cannabis e alcol, sostanza che non manca mai in quella fase, perché è legale e si trova con facilità» avverte Lorenzo Sartini, psicologo bolognese che ha lavorato a lungo nei Sert e nei servizi di strada. «E l’abbinamento alcol-spinello dà uno sballo difficilmente controllabile, molto più alto di quello che ci si può aspettare. Da quasi tre anni (dal 2016) è legale in Italia la canapa light, la cui concentrazione di Thc va dallo 0,2 allo 0,6 per cento. E quasi ovunque si trovano negozi che vendono prodotti con cannabis light (dai cosmetici ai dolci, dalle gomme da masticare alle tisane). Se il Thc è così basso, che male farà? «Nelle preparazioni light, il contenuto di Thc dichiarato è effettivamente molto basso» dice Giuseppe Remuzzi, medico e direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano. «A parte una forte variabilità individuale nella risposta alla sostanza, molto dipende da quanta se ne assume e in quanto tempo. E non abbiamo modo di sapere che rapporto ci sia tra quanto è dichiarato e quanto c’è davvero in quella preparazione».

Proprio Remuzzi, nei giorni scorsi, riferendosi a uno studio apparso su Annals of Internal Medicine, avvertiva dei rischi legati all’assunzione di alimenti alla cannabis. «In Colorado, nei pronto soccorso si sono presentate persone che, dopo aver assunto cannabis commestibile, riportavano sintomi di intossicazione, ansia, psicosi, schizofrenia, peggioramento di malattie croniche: episodi più frequenti rispetto a chi la marijuana l’aveva fumata. Questo perché, a parità di Thc, l’assorbimento è più lento, chi la usa non nota subito gli effetti collaterali e tende a consumarne altra. Inoltre i grassi contenuti nel cioccolato e nelle caramelle ne aumentano l’assorbimento».

In Colorado, dove la cannabis è legale da anni, le concentrazioni di Thc sono maggiori che da noi. In Italia, però, lo 0,2 per cento non ha rassicurato il Consiglio superiore di Sanità (vedi servizio nella pagina a fianco), il cui parere è stato lapidario: «La loro pericolosità non può essere esclusa».
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