vaiolo scimmie
(Getty Images)
vaiolo scimmie
Salute

Tutte le armi contro il vaiolo delle scimmie

Molto meno grave, molto meno contagioso della variante umana. Il vaiolo delle scimmie spaventa il mondo ma va affrontato con lucidità. Anche perché abbiamo vaccini e farmaci

Dopo due anni di pandemia da Covid-19, l’apparizione o la ricomparsa di virus che si ritenevano spariti da tempo o comunque confinati in aree endemiche, e che evocano erroneamente scenari da film post apocalittico sulla falsariga del celebre “Virus letale” (anno 1995), spingono facilmente la popolazione verso un panico irrazionale che rischia di rasentare l’isteria collettiva: nonché di scatenare uno stigma sociale verso incolpevoli fasce della popolazione.

E’ il caso di “Monkeypox”, in italiano il “vaiolo delle scimmie”, del quale al momento si contano circa 100 casi variamente diffusi in Paesi dove la malattia non è endemica: Italia, Spagna, Svezia, Stati Uniti, Canada e molti altri.

La malattia infettiva, “cugina” del vaiolo umano ma molto meno grave e meno contagiosa, si può contrarre entrando in contatto con animali infetti (quindi tramite graffi, morsi, fluidi corporei, etc), consumando carne poco cotta, ma anche –tra esseri umani- attraverso contatti molto stretti.

Portatori del virus non sono solo le scimmie, ma anche roditori, scoiattoli, ghiri e ratti.

IL RITORNO DEI VECCHI VIRUS

Ma perché di punto in bianco vecchi virus dei quali solo gli infettivologi avevano contezza iniziano o ricominciano a diffondersi tra la popolazione? Per quanto riguarda i poxvirus, “famiglia” dei vaioli, alcuni ricercatori dell’Istituto Pasteur di Parigi sostengono sia colpa della diminuzione del numero dei vaccinati contro il vaiolo umano: tradotto, man mano che nei vari Paesi si sospende la profilassi contro un malattia ormai eradicata e quindi diminuisce la coorte degli immunizzati, le epidemie si allargano sempre di più. Avendo smesso di vaccinare i bambini contro il vaiolo, in tutto il mondo, tra il 1970 e il 1980, i conti sono presto fatti: quasi tutta la popolazione under 50 non è protetta e il crollo dell’immunità ha lasciato campo libero al virus: “Il calo dell’immunità a seguito della riduzione del numero dei vaccinati è un fenomeno conosciuto” spiega il professor Roberto Cauda, direttore UOC Malattie infettive, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e componente dello Scientific Advisory Group dell’Ema “Succede con tutti i virus, basti pensare all’epidemia di morbillo che colpì l’Italia nel 2016, con qualche migliaio di casi, a causa della diminuzione della copertura vaccinale della popolazione, e quindi del fatto che eravamo scesi sotto la cosiddetta “immunità di gregge”. Al momento, però, non abbiamo elementi per dire se questo è accaduto anche per il monkeypox. Del resto, la vaccinazione contro il vaiolo era stata sospesa perché, man mano che i casi diminuivano fino a sparire, il rapporto rischio/beneficio non giustificava più il proseguimento della campagna. L’interesse per il vaiolo è poi ritornato alla ribalta dopo gli attacchi bio terroristici con l’antrace del 2001, per il timore di attentati anche con il virus del vaiolo. Si sapeva che le scorte di vaccini vecchi non sarebbero bastate per tutta la popolazione e quindi si iniziò la ricerca e vennero approntati nuovi vaccini”.

LA GENESI IN CONGO E I SEQUENZIAMENTI

Scoperto nelle scimmie da laboratorio nel 1958, Monkeypox è stato riscontrato negli esseri umani per la prima volta nel 1970, in Congo, ed è stato subito chiaro il fatto che il contagio da uomo a uomo potesse avvenire solo con contatti molto stretti: in questo, fortunatamente, è diverso dal Covid, anche perché il coronavirus è costituito da un singolo filamento di RNA (cosa che lo rende particolarmente adatto alla diffusione aerea) mentre il vaiolo delle scimmie è composto da DNA a filamento doppio. Sono virus quindi molto stabili e che si evolvono lentamente: “Monkeypox è un virus grande, molto diverso da Sars-Cov2, e fortunatamente è soggetto a molte meno mutazioni” continua Cauda “Il sequenziamento dei casi che si sono verificati nelle ultime settimane ci ha permesso di affermare che il virus attuale sembrerebbe molto simile a quello isolato nel 2017 in due piccoli focolai del Regno Unito e quasi uguale a quello riscontrato in Africa Occidentale, più benigno e quindi meno aggressivo del virus originario trovato in Congo. Questo è ciò che sappiamo, al momento, dal punto di vista epidemiologico”.

I NUOVI VACCINI

E per quanto riguarda i vaccini? Al momento, non abbiamo vaccini specifici contro Monkeypox, ma contro il vaiolo umano –oltre alle ingenti scorte di farmaci “vecchi” usati in Italia fino al 1981, 100 milioni di dosi negli USA, 5 milioni in Italia- abbiamo a disposizione un vaccino europeo sviluppato nel 2013 dalla casa farmaceutica Bavarian-Nordic, che si chiama Imvanex e uno americano, chiamato Jynneos e già autorizzato nel 2019 dalla FDA: essendo della stessa famiglia, non c’è motivo di dubitare del fatto che i vaccini sviluppati per l’originaria malattia umana funzionino anche per quella delle scimmie, che di per sé è molto meno grave. Imvanex e Jynneos sono vaccini di terza generazione, che non contengono il virus vivo e capace di replicarsi come quelli vecchi, e quindi non danno particolari problemi e non lasciano cicatrici: vanno somministrati in due dosi a distanza di 28 giorni l’una dall’altra. Ora come ora, però, solo il Regno Unito consiglia la vaccinazione ai contatti stretti degli ammalati: “Al momento, infatti, non c’è alcun motivo di pensare a nuove campagne di vaccinazione di massa” continua il professor Cauda “Innanzitutto perché parliamo di pochissimi casi, circa 100 in tutto il mondo, e i focolai tendono a esaurirsi spontaneamente. Ricordiamoci sempre che parliamo di una malattia benigna: ci vuole grande attenzione ma non allarmismo.

Inoltre, abbiamo a disposizione anche dei farmaci: si tratta degli antivirali tecovirimat e cidofovir, dei quali al momento però, vista la benignità della patologia, non abbiamo per fortuna bisogno. E’ vero che il Covid ci ha spaventati e siamo tutti diventati molto accorti davanti alle epidemie, ma non per questo adesso dobbiamo perdere lucidità e arrivare ad aver paura di “scottarci anche con l’acqua fredda”.

LO STIGMA SOCIALE

C’è però anche un altro problema: lo stigma sociale che inizia circolare intorno alle comunità Lgbtq, perché Monkeypox comincia a essere definita come “malattia gay”, dato che molti dei casi che si sono verificati nelle ultime settimane sono ascrivibili a uomini che hanno avuto rapporti sessuali con altri uomini. Solo etichette, anche deleterie: “Chiunque può ammalarsi, se ha contatti a rischio” spiega ancora Cauda “quindi starei molto attento a fare generalizzazioni di questo tipo. Per le generazioni come la mia, che hanno vissuto il dramma dell’Aids sentire ancora queste affermazioni riapre vecchie ferite. Non ci sono elementi per affermare che la trasmissione sia legata a comportamenti sessuali, e non farei assolutamente un’identificazione di maggiore rischio di alcune persone rispetto ad altre: dobbiamo indagare, studiare la genesi, ricostruire tutto in modo molto preciso e solo alla fine trarre le conclusioni”.

I più letti