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Salute

Idrossiclorochina: un documentario denuncia le cure domiciliari mancate

Il lungometraggio apre il dibattito sulla politicizzazione del confronto scientifico ai tempi del Covid.

Firma la petizione su Change.org: https://www.change.org/PanoramaClorochinaCovid19


«Ho realizzato questo documentario per riportare sul piano scientifico la discussione sull'efficacia dell'idrossiclorochina contro il Covid, traviata dalla politica e probabilmente anche da interessi economici». Il documentarista Filippo Grecchi spiega perché ha definito un «caso» la storia dell'idrossiclorochina durante la pandemia, una vicenda esemplare che racchiude in nuce i temi più scottanti di questo periodo storico. Il suo documentario, intitolato proprio «HCQ - il caso idrossiclorochina», descrive in primis la complessità e la fallibilità del metodo scientifico. Di pari passo, sottolinea l'importanza della «real world medicine», cioè l'evidenza dei dati osservativi, ottenuti durante la pratica clinica di routine e non attraverso studi randomizzati. Ma il lavoro si sofferma anche sul potere delle più autorevoli riviste e più in generale sulla politicizzazione del dibattito scientifico. Un lavoro complesso, di cui parliamo con Filippo Grecchi, un giovane di 31 anni che con il fratello ha una società di videomaking, 2FG Bros. Intanto, la petizione di Panorama ha superato le 21.000 firme. L'obiettivo è arrivare a 25.000, per poi spedirle all'Aifa. Nel frattempo, il Senato ha votato l'ordine del giorno sull'istituzione di un protocollo unico nazionale per la gestione domiciliare dei malati Covid 19.

Lei è di Codogno. Quanto ha influito nella sua scelta di realizzare un documentario sul Covid?

«In effetti vivere questa esperienza fin dal suo inizio e così intensamente ha segnato profondamente me e molti miei concittadini: per chi si ammalava nella zona rossa di Codogno c'erano due ospedali chiusi e i medici di base non rispondevano alle chiamate. Per questo motivo, e per la mia predisposizione a voler vedere chiaro nelle cose, fin da subito mi sono interessato a questa pandemia, che ha sconvolto la vita di tutti e in primis la mia comunità. Per capire qualcosa in più e soprattutto per capire perché non è andato bene niente».

Com'è nata l'idea del documentario?

«Io ho una casa di produzione. E quando Codogno è diventata la prima zona rossa d'Italia, parecchie emittenti televisive mi hanno contattato per chiedermi dei servizi, che giravo e montavo. Una collaborazione che poi è proseguita. Quando poi ho scoperto l'idrossiclorochina, mi è parso un tema molto interessante. Ho iniziato a lavorarci sopra, nell'ottica di fare un servizio per qualche programma televisivo. Ma nessuno si è mostrato interessato al tema».

Quindi ha deciso di fare il documentario per conto suo?

«Sì, perché a ogni intervista che facevo, a ogni ricerca che leggevo, mi incuriosivo sempre di più. Ed emergevano sempre aspetti nuovi. È stato un documentario in cui io non sono partito da una tesi precostituita che cercavo di dimostrare. Io ho fatto un percorso formativo. Ho iniziato con il dottor Cavanna di Piacenza, ma poi mi sono spostato in tutta Italia: dal Piemonte alla Campania, dal Lazio alla Lombardia. Il mio lavoro si è svolto in cinque regioni».

E che cosa ha scoperto strada facendo?

«Realizzando il documentario mi sono reso conto che nell'ambito dell'informazione scientifica ci sono forti ingerenze politiche ed economiche. Ho cioè capito quanto le decisioni scientifiche siano inquinate da fattori politici, economici e mediatici. Ecco perché non ci si dovrebbe affidare in modo acritico a quello che pubblicano le riviste scientifiche private e sarebbe anche necessario verificare che i membri degli enti regolatori non abbiano conflitti di interessi. Ma, soprattutto, bisognerebbe finanziare pubblicamente la ricerca e lo sviluppo di terapie poco redditizie per le grandi case farmaceutiche e quindi scarsamente sperimentate e incentivate».

Questa presa di coscienza che effetto ha avuto su di lei?

«Mi ha spinto a far qualcosa per tornare ad avere un confronto sulla scienza che coinvolga l'opinione pubblica e gli scienziati nel modo più trasparente e meno politicizzato possibile. Altrimenti la scienza, che dovrebbe essere per definizione anti-ideologica, diventa ideologica».

Ideologica e manovrata dal potere del denaro.

«Certo. Il mio documentario però analizza più l'aspetto ideologico. Il potere del denaro è un sottofondo che si può intuire, ma che non sono stato in grado di documentare perché non ho potuto indagare a quel livello. È molto difficile farlo».

E che idea si è fatto?

«La mia idea è che abbiamo sottomano da parecchio tempo cure molto efficaci per il Covid, che avrebbero potuto ridimensionare parecchio la tragedia che abbiamo vissuto. Il comune denominatore di queste terapie è la tempestività di cura a livello domiciliare, con farmaci diversi. L'idrossiclorochina è uno dei principali. Si tratta però di esperienze così poco coordinate fra loro che non sono riuscite a diventare prassi a livello nazionale».

Perché?

«Perché manca la volontà. C'è stata un'iperconcetrazione mediatica e politica sui vaccini, prima ancora che questi si rendessero disponibili, che ha cancellato tutto il resto».

Intende dire che ormai a nessuno interessa più promuovere le cure domiciliari?

«Sì. Com'è possibile che a oltre un anno dallo scoppio della pandemia ci troviamo ancora a chiedere un sistema di cura domiciliare e precoce del Covid, al posto della tardiva gestione ospedalocentrica? Quali forze (e quali debolezze) ci impediscono di reagire adeguatamente? Il mio documentario non fornisce risposte definitive a questi quesiti, ma aiuta a porsi alcune domande fondamentali e ad acquisire gli strumenti per poter pretendere queste risposte da chi di dovere, sull'idrossiclorochina e riguardo alla mancanza di una terapia domiciliare efficace sul territorio nazionale».


Firma la petizione su Change.org: https://www.change.org/PanoramaClorochinaCovid19

Per vedere il documentario completo:
Vimeo: https://vimeo.com/523830960
YouTube: https://youtu.be/YxNwEb38eOQ



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