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Salute

«Meno alcol, tabacco, carne rossa. Così vinceremo la guerra contro il cancro» | Esclusiva

La commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides parla con Panorama del Piano che l'Unione ha lanciato per battere i tumori. Tra le misure previste per ridurre i fattori di rischio della malattia, limitazioni per il tabacco, la carne rossa e l'alcol, che hanno provocato dibattito e anche polemiche. Replica la responsabile della Sanità continentale: «Ci basiamo su ciò che dice la scienza».

Ci sono vittime del coronavirus che non lo hanno mai contratto, ma ne sconteranno gli effetti nei prossimi anni: «Sono i cittadini a cui è stato impedito l'accesso alle visite di controllo, i pazienti che hanno visto ritardare trattamenti e operazioni chirurgiche». Anche a loro è dedicato lo «Europe's Beating Cancer Plan», l'ambiziosa dichiarazione di guerra totale ai tumori nata durante la pandemia, mentre il mondo era preoccupato da tutt'altro, trascurando un male ben più antico del Covid-19, in grado di uccidere 1,3 milioni di persone e colpirne 2,7 milioni nell'Ue secondo stime dell'Ocse riferite al solo 2020.

Presentato lo scorso febbraio dalla Commissione europea per lottare a tutto campo contro le varie forme di questa letale patologia, il piano unisce educazione, prevenzione e tassazione mirata, promuove un accesso certo a diagnosi e cure. Lo fa attraverso traguardi a medio e lungo termine e un budget ingente: quattro miliardi di euro. «Per me è una priorità personale, io stessa ho avuto un cancro. Riguarda tutti noi. Ci vedo un'opportunità per cambiare davvero la realtà per i pazienti, per i sopravvissuti, per le loro famiglie» spiega a Panorama da Bruxelles Stella Kyriakides, il Commissario europeo alla Salute, investita dalla presidente Ursula von der Leyen della responsabilità di realizzare il progetto sin dalla lettera d'incarico.

Commissario, il piano afferma innanzitutto un principio di uguaglianza.

Trovo inaccettabile che il tasso di sopravvivenza dipenda da dove si vive nell'Ue. Dobbiamo assicurarci che, a prescindere dal proprio luogo di residenza, le opportunità di combattere la malattia siano le stesse. Perciò intendiamo creare un registro che evidenzi le lacune, dica alle singole nazioni come investire per colmarle. L'intenzione non è svergognare pubblicamente chi è rimasto indietro, ma supportarlo.

Ha usato la parola vergogna, un sentimento che accompagna di frequente i guariti dal cancro, spesso penalizzati, per esempio quando provano a chiedere un prestito in banca.

Il cosiddetto «diritto a essere dimenticati», a non subire discriminazioni, è un'iniziativa importante, già supportata da vari Stati membri. Per la prima volta, ci stiamo lavorando da vicino con gli altri Commissari. L'obiettivo è dare a tutti uguali opportunità, anche a chi ha superato la malattia e desidera sottoscrivere un mutuo o un'assicurazione sulla vita.

Il primo pilastro del piano è la prevenzione, che include l'idea di ridurre l'incidenza di fattori di rischio come il tabacco, assicurandosi che meno del 5 per cento della popolazione lo usi entro il 2040. Oggi i fumatori sono oltre il 25 per cento. Come riuscirete a ridurre quella quota tanto drasticamente?

Il 40 per cento dei tumori può essere prevenuto. Dobbiamo essere coraggiosi, ambiziosi, intervenire sulla legislazione, aggiornarla includendo i nuovi prodotti, rivedere le regole.

Negli ultimi anni ci sono state diverse aperture verso le soluzioni di ultima generazione. Public Health England, l'autorità di salute pubblica britannica, già nel 2015 affermava che le sigarette elettroniche sono del 95 per cento meno nocive di quelle tradizionali. Ne terrete conto?

Non mi lascio guidare dalle emozioni, lascio parlare la scienza. La nicotina è una sostanza tossica che dà dipendenza, questo è fuori discussione. E i prodotti che la contengono devono essere accuratamente regolati. So che c'è molto dibattito intorno alla possibilità che le e-cigarette siano uno strumento in grado di far smettere di fumare, ma possono anche produrre l'effetto opposto, indurre i non fumatori e i giovani a iniziare. Ho chiesto un'opinione in merito al Comitato scientifico sulla salute, l'ambiente e i rischi emergenti. In base alle loro conclusioni, decideremo come procedere.

Vi viene mossa l'accusa di non voler essere associati in alcun modo all'industria del tabacco.

Il tabacco causa circa il 25 per cento di tutti i tumori, attraverso la prevenzione potremo evitarne otto o nove su dieci tra quelli che colpiscono i polmoni. Non si tratta di discutere in termini di riduzione del danno, ma di creare, in Europa, una generazione di non fumatori.

Il piano non è clemente nemmeno verso i consumatori di carne.

Sappiamo che influenza il cancro. Di nuovo, lo diciamo guardando alla scienza. Promuoviamo una dieta e uno stile di vita salutari. Facendo ciò, possiamo ridurre di circa il 18 per cento i rischi di sviluppare patologie. L'Europa ha uno dei più alti livelli pro capite di consumo annuale di carne, non la stiamo mettendo al bando, sosteniamo che il suo consumo può essere sostenibile, in linea con il fabbisogno dietetico.

Un altro bersaglio sono le bevande alcoliche.

Entro il 2025 intendiamo ridurne l'uso nocivo del 10 per cento. Come per altri prodotti, le informazioni riportate sulle bottiglie devono essere più chiare, per dare modo ai cittadini di prendere decisioni informate. Ma in nessun modo intendiamo etichettare questi prodotti come il tabacco. In Grecia c'è un detto che recita: «L'eccellenza sta nella moderazione». Ed è in questi termini che dovremmo approcciarci agli alcolici.

State lavorando a un'applicazione per lo smartphone che aiuterà a prevenire il cancro. Può darci qualche dettaglio in più?

Nascerà con l'intento di aiutare le persone a capire, in modo pratico, qual è l'impatto dei loro comportamenti individuali. Quali sono i nessi tra le scelte singole e le possibili conseguenze. Nessun individuo è uguale all'altro, nessun cancro lo è. Dobbiamo accelerare il processo verso una medicina personalizzata.

Il traguardo passa anche da una massiccia diffusione dei vaccini. I dati dicono che il 13 per cento dei tumori registrati nel mondo dipende da un'infezione da parte di virus, batteri o parassiti.

Il Covid-19 ha dimostrato cosa sia capace di fare la scienza. Ha portato ai cittadini vaccini sicuri ed efficaci in meno di 10 mesi. Non siamo alla fine della pandemia, ma s'intravede una luce. Se vogliamo trovare un lato positivo in questa faccenda, è che la salute è diventata una priorità nella mente di tutti. C'è la consapevolezza che il cancro, le malattie cardiovascolari e le altre patologie non stanno ferme ad aspettare. Da una crisi, nascono anche delle opportunità.

Un piano ambizioso, ma con zone d'ombra

Un conto sono le buone intenzioni, indiscutibili, un altro i metodi per realizzarle. Lo «Europe's Beating Cancer Plan» ha scatenato un forte dibattito all'interno delle stesse istituzioni europee per il suo oltranzismo su alcuni punti chiave: «Balza all'occhio il fatto di considerare il fumo tradizionale della sigaretta uguale a tutti i prodotti alternativi, per esempio il vaping, anche dal punto di vista fiscale. Tutta una serie di studi scientifici dimostrano che le alternative al fumo che stanno uscendo ultimamente sono sicuramente meno pericolose del fumo tradizionale» afferma l'europarlamentare Pietro Fiocchi. Gli fa eco il collega Aldo Patriciello, il quale definisce l'esclusione delle e-cig «un'occasione persa per la salute pubblica» e chiede l'avvio «di un dibattito che favorisca l'adozione di un rigoroso approccio scientifico da parte delle istituzioni europee, affinché la riduzione del danno sia riconosciuta quale strumento di contrasto al fumo».

Vari membri della comunità scientifica hanno espresso le loro perplessità, senza eufemismi: «Abbattere la percentuale dei fumatori nei prossimi 20 anni? Sarebbe un obiettivo auspicabile, ma il problema è che rimarrà tale sulla carta perché è impossibile far smettere i fumatori più incalliti, neanche con la lupara o le bombe noi medici riusciamo a convincerli. Per queste persone sarebbe meglio passare dalle sigarette tradizionali ai nuovi prodotti» ha affermato Salvatore Novo, professore ordinario di malattie dell'apparato cardiovascolare presso l'università degli Studi di Palermo. Concorda Fabio Beatrice, fondatore del Centro antifumo dell'ospedale San Giovanni di Torino: «Queste proposte sono pensate da chi non ha dimestichezza con la trincea del tabagismo e, di conseguenza, non può tenere conto di quello che succede nella vita reale».

Umberto Roccatti, presidente di Anafe Confindustria, l'associazione nazionale dei produttori di fumo elettronico, promette battaglia dopo aver letto il parere definitivo dello Scheer (Scientific commitee on health environmental and emerging risks), l'organo consultivo che orienta molte delle decisioni della Commissione europea in materia di salute pubblica. «Lo Scheer ha continuato ad avere un approccio conservativo e di massima precauzione, ha analizzato gli effetti dello svapo solo in termini assoluti, senza procedere a un paragone rispetto alle tradizionali sigarette» contesta Roccatti. Perciò, assieme alla Liaf (Lega italiana antifumo), Anafe ha lanciato una petizione per chiedere al Governo italiano di farsi portavoce a livello europeo della promozione di un'analisi comparata «che, una volta per tutte, fornisca ai cittadini e ai consumatori informazioni chiare e adeguate sull'impatto sanitario delle sigarette elettroniche». Sarebbe opportuno non ripetere quanto successo nel 1992, quando l'Ue vietò la vendita dello snus, il tabacco in polvere per uso orale. Alla norma si oppose la Svezia, dove «il fumo è già sceso vicino all'obiettivo che l'Ue ha per il 2040, con i fumatori attuali al 7 per cento. Tassi di fumo più bassi si sono tradotti in livelli inferiori di cancro e altre gravi malattie, specialmente tra gli uomini, i principali consumatori di snus» ricordano da Ethra, l'organizzazione «European tobacco harm reduction advocates».

Il malumore si estende sul fronte alimentare, di nuovo per la tendenza del piano a generalizzare troppo, pur di applicare indifferentemente le norme a ciascuno dei Paesi membri. «Si tende a penalizzare singoli alimenti, come i prodotti della carne e il vino, senza una netta distinzione tra uso e abuso che invece sarebbe indispensabile» commenta Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni, prima di scendere nel dettaglio: «In Italia» rileva «il consumo reale di carni rosse, bovina e suina, è di circa 75 grammi, di un quarto inferiore all'indicazione dei 100 grammi data dall'Oms e dalla stessa Iarc, l'agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. D'altronde, ci sarà un motivo se in dieci anni (2009-2019) i centenari nel nostro Paese sono passati da 11mila a oltre 14mila, i cittadini di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati. Il nostro Paese è primo in Europa, seguito dalla Francia, per longevità. Sono le nazioni del Nord Europa a stare peggio ed è lì che il limite tra abuso e uso, pensiamo all'alcool, non è chiaro».

Anche promuovere una dieta salutare da parte dell'Ue, precetto in sé sacrosanto, nasconde delle insidie: «Il pericolo che si corre» sottolinea Scordamaglia «è che si faccia il gioco di quelle multinazionali che hanno tutto l'interesse a sostituire prodotti naturali come la carne o i derivati del latte con prodotti di sintesi, presentati come base vegetale e quindi venduti con falsi slogan salutistici. In realtà, sono ultratrasformati, privi del valore nutrizionale della carne e ricchi di ingredienti chimici per provare a dare artificialmente, senza riuscirci, l'aspetto e il sapore della carne stessa».
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