tamponi antigenici
Coda per tamponi rapidi a Milano il 23 dicembre 2021 (Getty Images).
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Salute

Il governo autorizza i tamponi antigenici, ma sono poco affidabili

I test rapidi presenti in farmacia danno un'alta percentuale di falsi negativi. Ma ne esistono altre tipologie, di seconda e terza generazione, molto più attendibili.

Mentre incalza il dibattito sulla validità dei test antigenici venduti nelle farmacie, il governo ha appena deciso di riconoscerne la validità per iniziare o interrompere la quarantena al posto dei tamponi molecolari. Una decisione poco scientifica e presa in emergenza a causa dell’aumento dei contagi che ha mandato i pochi laboratori presenti sul territorio nazionale (circa 50) in sofferenza, facendo saltare addirittura il tracciamento. Come abbiamo scritto, soprattutto con l’arrivo della nuova variante Omicron, i test antigenici potrebbero dare una percentuale di falsi negativi. Ma la priorità adesso è solo quella di porre rimedio al nuovo drammatico scenario che ancora una volta ha trovato il governo impreparato. I test antigenici hanno una performance clinica espressa in percentuale non elevata e si differenziano in tre tipologie, come spiega a Panorama Maurizio Sanguinetti, presidente di Escmid (Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive) e Direttore del Dipartimento di Scienze di Laboratorio e Infettivologiche, dell'Ircss Policlinico Gemelli di Roma.

Quali sono le differenze?

«In Italia ci sono tre tipologie di test rapidi, che potremmo classificare come test di prima, seconda e terza generazione. Quella di prima generazione sono i test a immunocromatografia. Di seconda generazione sono i test a immunofluorescenza. I test di terza generazione, a rilevazione microfluidica, hanno sensibilità analitica maggiore rispetto agli altri. Li usiamo anche noi nel nostro laboratorio al Gemelli»

Perché secondo lei le farmacie utilizzano ancora i test di prima generazione?

«I tamponi rapidi delle farmacie sono più semplici da utilizzare rispetto ai tamponi a immunofluorescenza, che richiedono un minimo di formazione operativa per l'esecuzione del test. Invece i tamponi di terza generazione richiedono apparecchiature dedicate, non facilmente utilizzabili in una farmacia».

Qual è efficacia di questi test?

«Come è risaputo, i test antigenici usati nelle farmacie generano una percentuale di falsi negativi non trascurabile. Rilevano una carica virale alta, mentre hanno meno sensibilità per le cariche virali più basse. I tamponi a immunofluorescenza invece hanno efficienza che va dal 60 all’80%, mentre gli ultimi test a rilevazione microfluidica hanno una performance clinica più elevata. Noi ad esempio al Pronto soccorso del Gemelli utilizziamo un sistema di approccio integrato da un test antigenico e molecolare. Il Gemelli è un ospedale molto grande con pazienti molto fragili e non possiamo correre il rischio di “mancare” qualche paziente positivo».

La rete dei laboratori in Italia è sufficiente?

«Il nostro laboratorio, come molti della rete regionale CoroNet, processa circa 2.000 campioni al giorno. Durante la prima ondata ci sono stati momenti drammatici per la mancanza dei reagenti, oggi il problema invece è che continuano a esserci pochi laboratori. Non c’è stato irrobustimento della rete microbiologica. Abbiamo in totale circa 50 laboratori specializzati pubblici che processano i tamponi per individuare il Covid».

Come mai così pochi?

«Questo perché negli ultimi dieci anni i laboratori pubblici sono stati accorpati e hanno perso dal 25 al 30% del personale e non hanno ricevuto adeguati finanziamenti. Queste scelte hanno comportato un ritardo nell'esecuzione dei test con file lunghe chilometri ai drive in per fare il tampone. Se ci fossero stati gli investimenti in queste attività, la domanda poteva essere drenata anche dai soli laboratori pubblici».

Cosa ne pensa della decisione di comparare i test antigenici di prima generazione ai molecolari per certificare la guarigione o la malattia?

«Credo che un test antigenico positivo, anche di prima generazione, può essere sufficiente, in questa fase con alta incidenza di casi, per certificare la malattia. Al contrario, per certificare la guarigione, penso sia necessario almeno un test antigenico di terza generazione. O, meglio ancora, un test molecolare negativo».

«Molto meglio i test di seconda generazione»

Anche per Pierluigi Bartoletti, medico di medicina generale delle Uscar nel Lazio, i tamponi antigenici di prima generazione non hanno una grande affidabilità.

Perché?

«Sull’attendibilità di un tampone incidono diversi sono i fattori che influiscono sul risultato. Il primo riguarda il prelievo che deve essere fatto in modo accurato, il secondo è la tempistica del prelievo, che deve essere fatto nei tempi giusti per rilevare l’antigene nel rinofaringe in relazione al contatto col virus e il terzo è il tipo di supporto utilizzato. Molte pubblicazioni hanno evidenziato l’affidabilità dei test rapidi negli screening di massa e meno nello studio di singoli casi».

E i tamponi di seconda generazione come sono?

«Tra le due tipologie il test a immunofluorescenza è più affidabile perché rileva la carica antigenica. Inoltre se è superiore a 10 è sovrapponibile come attendibilità a un tampone molecolare. Se poi a questo si associa una valutazione medica della persona, della situazione vaccinale e dei fattori di rischio individuali, si riesce a fare una diagnosi precoce e ad avviare prontamente una terapia mirata. I test antigenici a immunocromatografia, quelli di prima generazione, danno invece un risultato che va confermato dal tampone molecolare e che in caso di falso negativo sovraccarica inutilmente il sistema di tracciamento, mandando in sofferenza i laboratori e aumentando di gran lunga i costi».

Quali sono i costi delle due tipologie dei tamponi?

«I test antigenici delle farmacie hanno un costo che va dai due euro in su, mentre i test antigenici a immunofluorescenza, quelli di seconda generazione, di circa nove euro».

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