Romizi: "Passione e follia, così mi sono preso Perugia"
ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
Romizi: "Passione e follia, così mi sono preso Perugia"
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Romizi: "Passione e follia, così mi sono preso Perugia"

Parla il giovane sindaco di Forza Italia capace di prendersi lo storico capoluogo umbro "rosso" partendo dalla gente - La sconfitta annunciata di Boccali - Le 3 P di Renzi  - L'opinione

L’immagine sorridente del bel ragazzo di 35 anni, avvocato brillante, figlio della Perugia colta e borghese - il nonno è un importante grecista, autore di un vocabolario -  si staglia davanti al merletto di bifore, statue, archi che orna Palazzo dei Priori. È il Palazzo d’inverno conquistato da Andrea Romizi, in una magica notte d’estate incipiente. Palazzo dei Priori fino alla notte di domenica 8 giugno è stata la sede di uno dei Comuni più rossi d’Italia, il Comune capoluogo dell’Umbria del profondo rosso, dove gli ex comunisti l’hanno fatta sempre da padroni. Romizi, finora sconosciuto alla grande stampa nazionale - solo Panorama.it si era accorta che la sua sfida poteva essere vincente - discreto e riservato come la sua famiglia, in realtà fa politica da 10 anni, da quando a 25 anni diventò con Forza Italia consigliere comunale. All’opposizione con Forza Italia ha fatto una dura gavetta. È lui con la sua vittoria a sorpresa, vittoria storica e tonda con un 58 per cento di consensi, un vero  shock per il Pd, l’immagine del riscatto di Forza Italia, che dopo la sconfitta delle europee rialza la testa. Silvio Berlusconi incredulo lo ha chiamato e gli ha detto: «Andrea, non ci posso credere, ma come hai fatto?».

Come ha fatto sindaco Romizi a scalare questa sorta di Everest rosso?

«La mia era un’impresa improba, che ha richiesto anche un pizzico di follia».

La lucida follia che cita sempre Berlusconi?

«Sì, è contato il fatto di averci creduto fino alla fine, nonostante i gufi, nonostante i pronostici, i sondaggi».

Lei partiva dal 26 per cento, e comunque era stata già un’impresa portare il Pd al ballottaggio…

«Era già un risultato storico aver portato il Pd al secondo turno. E poi questo risultato eccezionale, sul quale neppure molti di noi avrebbero mai scommesso».

Ma lei se lo aspettava di vincere?

«Avevo percepito negli ultimi giorni un’aria strana, un clima particolare».

Cioè?

«Avevo capito che si era attivato qualcosa più grande di noi, che neppure noi controllavamo più e che ci ha fatto da grande contagio. È stato un clima di grande voglia di cambiamento che origina da un malcontento diffuso».

Michele Santoro era arrivato a definire Perugia la città della droga e dopo l’omicidio Kercher Perugia non era più risalita nell’immagine, era descritta come la città di Sodoma e Gomorra. Certo non si può imputare tutto questo esclusivamente al Pd. Ma  quanto ha pesato nelle urne?

«Il problema delle aree di degrado c’è e va affrontato. Bisogna risanare e di questo la politica si deve far carico».

La prima cosa che farà per Perugia?

«Il primo atto importante sarà la composizione della giunta, noi cercheremo di guardare innanzitutto alla competenza, preparazione  ed esperienza».

Romizi è l’astro nascente del firmamento azzurro, ma finora sconosciuto a livello nazionale. Quando ha iniziato a fare politica?

«Da qualche annetto (ride ndr). Il mio impegno civico e politico l’ho iniziato al Liceo dove ho fatto il rappresentante degli studenti. Poi a 25 anni diventai consigliere comunale, ho fatto anni di opposizione»

Che insegnamento le ha dato la sua famiglia?

«La mia è una famiglia borghese, molto semplice e molto riservata». 

Le ha telefonato il presidente Berlusconi?

«Sì, si è complimentato molto, è rimasto colpito, non ci poteva credere neppure lui come tutti noi».

Quale è stato il segreto per convincere gli elettori?

«Abbiamo parlato a cuore aperto alla gente, andando oltre le divisioni politiche, abbiamo fatto una campagna elettorale parlando con tutti e di contenuti, chiarendo che la ragione per la quale mi sono candidato è stata per cambiare Perugia, non per semplice ambizione di carriera».

Come si è avvicinato a Forza Italia?

«Anni orsono facevo parte del movimento giovanile azzurro, e ho capito che dentro FI c’erano valori importanti come la meritocrazia.  L’appartenenza al centrodestra l’ho maturata nella realtà umbra e perugina, una realtà chiusa, che non dà sviluppo al territorio…».

Una realtà dove il potere rosso ha soffocato energie, forze imprenditoriali, agendo in modo autoreferenziale?

«Esatto, questa è stata la principale molla che mi ha fatto avvicinare a Forza Italia, ai valori meritocratici e liberali».

Lei è persona schiva e riservata, ma quale insegnamento potrebbe venire a Forza Italia tutta dalla sua storica impresa?

«No, per carità non sono io il tipo da dare consigli. Ma in base al mio piccolo contributo posso dire che dobbiamo ripartire dai territori, con l’esperienza della gavetta, con le persone che ci mettono la faccia e che finora non sempre sono state riconosciute come meritavano. Insomma, riallacciamo tutti i livelli del partito, da quello romano a quello territoriale, dove sono i legami più forti che abbiamo». 

   

   

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