Le parole (che non ha detto) il Capo dei capi
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Le parole (che non ha detto) il Capo dei capi
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Le parole (che non ha detto) il Capo dei capi

Nel carcere di Opera dove è detenuto, «Totò ’u curtu» rimesta tra i suoi orrori. Con uno scopo e un lessico preciso: dimostrare di essere ancora l’unico boss mafioso in grado di seminare il terrore tra magistrati e poliziotti

Da un lato c’è la casa di Lucia (leggi qui l'intervista ). Che sarà pure una finzione o, se volete, un contrappunto di normalità costruito ad arte dalla figlia di Totò Riina per seppellire le memorie di una adolescenza vissuta tra infamie e scelleratezze, tra fughe e nascondimenti, tra silenzi obbligati e parole che suonavano come campane a martello. E dall’altro lato c’è la cella di Opera, il carcere milanese di massima sicurezza, dove il capo dei capi sconta i suoi ergastoli, guardato a vista notte e giorno da guardie e spioni quanto mai impegnati a frugare negli abissi del suo passato per scoprire la prova di chissà quale dimenticata collusione o di chissà quale annerita complicità.

Da un lato c’è la casa di Lucia, pulita e ordinata fino all’inverosimile, dove ogni oggetto sembra un amuleto messo lì per allontanare i fantasmi del passato e, con i fantasmi, anche i segni delle vergogne e delle umiliazioni patite. E dall’altro lato c’è la cella dove «Totò ’u curtu», sottoposto da 21 anni al regime carcerario del 41 bis, non fa altro che rimestare i suoi orrori, con l’unico scopo di dimostrare a chi lo ascolta di essere ancora l’unico boss mafioso in grado di terrorizzare giudici e poliziotti, di imporre la sua legge e i suoi soprusi e di minacciare nuove e sempre più devastanti carneficine.

Certo, fuori da quella cella non ci sono più gli eserciti di killer e picciotti; e la gabbia del carcere duro lo fa somigliare tanto a quei vecchi mammasantissima in disarmo che i poliziotti americani del Bronx o di Brooklyn chiamavano «toothless lions», leoni sdentati. Le intercettazioni che i magistrati della Procura di Palermo hanno realizzato con la complicità di un mafioso di mezza tacca travestito da cimice umana, rivelano anche vertiginose punte di delirio che ricordano da vicino Johnny Stecchino: «Quando parlavo io tremavano pure i mobili». Ma, al netto di ogni eccesso, o di ogni farneticazione, Salvatore Riina ci offre dalla cella di Opera il ritratto autentico di un boss che parla, in libertà e senza alcuna mediazione, dei meccanismi che lo spingevano a uccidere, dei codici criminali che stavano alla base del suo comando e persino dei demoni che, nella infelicissima Palermo delle stragi, lo hanno trasformato in una belva. Anzi, nel capo di tutte le belve.

Rileggete con attenzione i racconti che fa della strage di Capaci o di quella di via D’Amelio. Oppure la cronaca di come la sua cosca decise di «dare il benvenuto» al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato nel 1982 a Palermo con i pieni poteri del superprefetto antimafia: «Qua il culo glielo facciamo a cappello di prete». Vi accorgerete che in quelle ricostruzioni il boss dei boss non usa mai le parole cupe della morte. Non dice uccidere, ma «rompere le corna». Quando parla di Nino Di Matteo, pubblico ministero al processo sulla fantomatica trattativa tra Stato e mafia, e perciò suo odiatissimo nemico, non si affida alla tetraggine della parola «ammazzare» ma tira fuori l’immagine della mattanza: «Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono» dice con l’avidità sanguinaria di chi pregusta una vendetta non più rinviabile. Stesso linguaggio allusivo per Rocco Chinnici saltato in aria nel luglio del 1983 per l’esplosione di un’autobomba piazzata sotto la sua casa di via Pipitone Federico. Il magistrato, secondo le visioni di Riina, mostrava indifferenza e arroganza: «Salutava e se ne saliva nei palazzi».

E il boss, dopo trent’anni, ricorda con beffardo compiacimento la scena dell’attentato che sbalzò in aria il povero consigliere istruttore facendolo poi ricadere a terra: «Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia... ma poi è sceso, disgraziato...». La similitudine di Chinnici che «sale nei palazzi» e, per contrappasso, viene lanciato in aria dal tritolo non è una novità. L’allusione, come insinuazione o ammiccamento, appartengono a quel particolare linguaggio con il quale i boss mafiosi di ogni ordine e grado cercano di nascondere innanzitutto a se stessi il lerciume della realtà che li circonda.

È come se questi malvagi facessero di tutto per inghiottire, con le parole che non hanno più il coraggio di pronunciare, quel grumo di sangue che dopo ogni strage o assassinio, gli rimane maledettamente in gola fino a strozzare il respiro. Come se il velo della metafora potesse appannare l’immagine dei tanti corpi straziati dalle bombe, crivellati dalla lupara o incaprettati e sciolti nell’acido.

La parola «morte», nel linguaggio della mafia, salta fuori al massimo quando il delitto è ancora da compiere: «Nella vita tutto si aggiusta, solo alla morte non c’è riparo» ricordava Michele Greco, che fu capo dei capi prima di Riina, quando chiedeva un favore che nessuno poteva rifiutare. Ma appena il delitto è compiuto, quella parola nera e luttuosa diventa impronunciabile: «Dov’è Brasi?» chiede Vito Corleone, il padrino inventato da Mario Puzo. Ma il devoto Peter Clemenza non dice che Brasi è stato sorpreso e ammazzato come un cane dai killer dei Tattaglia, la famiglia nella quale si era infiltrato per scovare gli intrighi di Virgil Sollozzo. Preferisce dare una risposta degna della più alta letteratura mafiosa: «Luca Brasi dorme coi pesci». E lo dice senza mostrare né sgomento né dolore. A Riina, che è mafioso vero e non da cinematografo, le metafore non bastano.

Forse per allontanare da sé l’insorgere di un pur labile rimorso, o forse per rivivere come anni di gloria gli anni che invece furono i più sciagurati della sua vita, ricorre alla trasfigurazione teatrale dei ricordi e mette in scena racconti che gli consentono di rinverdire il suo odio e la sua efferatezza, di insultare persino la vittima che muore. Per capirlo, basta lo sfregio con cui il capo dei corleonesi accompagna l’assassinio del generale Dalla Chiesa e della sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro: «Figlio di puttana... S’era preso la picciuttedda ma non se l’è potuta godere, gli è rimasta nella gola». Oppure l’ultimo oltraggio a Giovanni Falcone: «Meno male che lui si è voluto mettere là al posto dell’autista, sennò si salvava, disgraziato...». Un insulto verminoso. Lanciato il quale, «Totò ’u curtu» descrive come fu vissuta, nel tinello di casa Riina, in quel tremendo 23 maggio 1992, l’agonia del giudice e di Francesca Morvillo, sua inseparabile compagna di vita e di morte. «Mentre era al telegiornale... sono feriti lui e la moglie. Minchia, feriti. Poi, nel mentre il telegiornale: è morto Falcone. Ti metti là minuto per minuto, no? Ci siamo! Ci siamo! Ci siamo». Fin qui l’esultanza del boia. Subito dopo, per meglio rappresentare l’ultimo atto della tragedia di Capaci, Riina chiama sul palcoscenico di questo osceno teatro del rancore anche la moglie Ninetta Bagarella che negli anni della latitanza reggeva le corti della famiglia. «Minchia, ho detto, ma guarda che bordello. La moglie è viva, è viva. Dopo dieci minuti dice: l’hanno ammazzata pure. Mia moglie dice: ma cosa è successo?... ma che disgrazie... mischineddu, mischineddu...».

Povero Falcone. Ma mischinedda pure Lucia. C’è da sperare che, chiusa nella sua casa pulita e ordinata, non abbia mai letto questo reliquiario di nefandezze.

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