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Scacco matto alla malaria

Il team di un ricercatore italiano che lavora alla Columbia University scopre come il parassita diventa resistente ai farmaci

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Davide Mamone

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Quando Filippo Mancia lasciò Pavia prima e Cambridge dopo per iniziare la sua avventura di ricerca a New York, mai si sarebbe immaginato un giorno di poter contribuire a trovare un modo per fermare la malaria, una delle malattie più devastanti che, ancora oggi, uccide un bambino ogni due minuti in tutto il mondo, e solo nel 2017 ha provocato 266 mila morti sotto i 5 anni. E invece il ricercatore, cresciuto tra Londra e Milano, 51 anni, chimico di laurea e biologo strutturale di formazione, oggi è un professore nel Dipartimento di fisiologia e biofisica cellulare della Columbia University; e qui e guida un team di scienziati che ha fatto una scoperta potenzialmente decisiva per contrastare la malattia.

L’équipe di Mancia, con uno studio appena pubblicato su Nature, getta luce sui meccanismi molecolari con cui il parassita della malaria (trasportato dalla zanzara anofele) depotenzia l’azione dei farmaci utilizzati per bloccarlo. Il lavoro per arrivare a questo risultato è durato sette anni, e ha avuto un’accelerata decisiva nel 2017 grazie a una nuova tecnica di microscopia elettronica. 

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Filippo Mancia, del Dipartimento di fisiologia e biofisica cellulare della Columbia University

Due farmaci poco costosi,  ben tollerati ed efficaci sono la clorochina e la piperachina (chimicamente simile alla clorochina e somministrata con l’artemisinina o uno dei suoi derivati). «Il plasmodio della malaria si insedia e si nutre dei globuli rossi, la cui componente proteica più abbondante è l’emoglobina» spiega Mancia. Nell’emoglobina c’è però un composto chimico, l’eme (quello che lega il ferro), molto tossico per il parassita. La  clorochina  e la piperachina funzionano impedendo al parassita di convertire l’eme in una forma non dannosa. Nel corso del tempo, però, il parassita è riuscito ad aggirare i farmaci che hanno  l’obiettivo di mantenere l’eme nocivo – e questo ha reso il parassita spesso resistente ai farmaci. «È sempre stato più veloce di noi» riflette Mancia. «Ha trovato il modo per vanificare l’effetto sia della clorochina che della piberichina. E il modo in cui l’ha fatto è mutando un singolo suo gene». 

La novità importante è che i ricercatori hanno potuto determinare la struttura tridimensionale della proteina mutata, producendone per la prima volta un’immagine a risoluzione atomica. «Ora possiamo vedere a livello molecolare come il parassita agisce, capire come contrasta i farmaci e predire come potrà evolvere in un futuro» continua Mancia. «Quest’immagine ci dà un immagine 3D di oltre 50 anni di mutazioni della malaria, e ci permette di formulare ipotesi su come possano evolvere in futuro». Significa anche dare uno strumento in più, molto preciso, alle multinazionali farmaceutiche per mettere a punto nuove terapie.

Oggi, nel mondo, i casi di malaria sono 219 milioni. Secondo l’Oms, nonostante mortalità e incidenza siano molto diminuite dal 2000, da una decina di anni i progressi sono in fase di stallo. Stallo sbloccato, si augura Mancia, anche da questa scoperta: «I prossimi cinque anni di ricerca saranno molto eccitanti: ora conosciamo a livello atomico la proteina che conferisce resistenza al parassita. Con l’obiettivo di trovare, finalmente la terapia definitiva».

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