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ANSA/ GIORGIO ONORATI
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Renzi: il piano di salvataggio in 4 mosse

Ecco come il premier sarà costretto a cambiare strategia per salvarsi dalla crisi di consenso in previsione del referendum costituzionale

Tra i risultati dei ballottaggi e il referendum costituzionale di ottobre Matteo Renzi si ritrova oggi a un bivio: andare avanti come nulla fosse o cambiare strada prima che sia troppo tardi. Già in queste ore si sta profilando l'ipotesi di un “piano b” sul referendum al quale, fino a domenica scorsa, aveva condizionato il suo destino politico. Un cambio di strategia che dovrà inevitabilmente passare attraverso una serie di iniziative. Che avranno a che fare con la sua segreteria, con il partito più in generale sia a livello centrale che periferico, con la legge elettorale e con un nuovo modo di comunicare e di comunicarsi sul referendum costituzionale. Di seguito le analizziamo punto per punto.

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Spersonalizzare la campagna sul referendum

Sembra che il suo entourage lo abbia quasi convinto a smettere di dire che in caso di sconfitta ad ottobre egli si dimetterà da premier per ritirarsi a vita privata. La scelta di trasformare il referendum sulla riforma costituzionale in un referendum su se stesso rischia infatti di rivelarsi un boomerang per lui e per il Partito Democratico. I risultati di domenica ne sono una chiara testimonianza.

Lo stesso Massimo D'Alema, in un'intervista al Corriere della Sera, ha invitato Renzi a dire “che resta comunque; proprio come dopo la sconfitta alle amministrative”. Secondo l'ex premier, infatti, “costruire una campagna sulla paura può generare un effetto controproducente, inasprire l'irritazione già evidente negli elettori”. Se dunque “personalizzare in chiave plebiscitaria il referendum” è stato “un gravissimo errore”, adesso Matteo Renzi deve fare ammenda e trasformare la campagna dei prossimi mesi in una sfida nel merito della riforma e provare a rovesciare a suo favore il dogma del “cambiamento”. Se questo ha funzionato per far vincere i grillini nelle città, a maggior ragione esso potrà funzionare a livello nazionale.

Investire sul "cambiamento" e il merito della riforma

Non è detto però che funzioni. La strada si è ormai messa in salita. E il primo a esserne consapevole è proprio il premier. Teme che adesso saranno gli altri, quelli che voteranno no, ad approfittare della crisi di consenso che il premier sta subendo e dell'occasione referendaria per convincere gli elettori, anche quelli tentati di votare sì, che solo battendolo a ottobre sarà possibile liberarsi di lui.

Le resistenze di Matteo Renzi a chi gli chiede di smentire le sue dimissioni in caso di sconfitta hanno però anche a che fare con qualcos'altro. A suo avviso un dietrofront così clamoroso rischierebbe infatti di farlo apparire debole e incerto. Tuttavia resta l'unica exit strategy possibile: convincere gli italiani che la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione dei parlamentari e delle spese legate alla politica, rappresentino l'unica chance per ridare slancio al Paese e non alla sua leadership.

Aprire alla trattativa sull'Italicum

Un'altra conclusione che Renzi, in questo caso in qualità di segretario di partito, sta probabilmente metabolizzando è che, d'ora in avanti, non potrà più pensare di fare tutto da solo o insieme a pochi fedelissimi. Una parola che gli è stata sentita pronunciare spesso in queste ore è “mediazione”. Per questo non si può escludere una riapertura della trattativa sulla legge elettorale.

È ciò che gli chiede la sua minoranza e per non ritrovarsela tutta contro il premier dovrà, per forza, concedere qualcosa su questo fronte. D'Alema ha dichiarato di voler votare contro la riforma costituzionale indipendentemente da tutto, ma altri, a cominciare da Pierluigi Bersani, aspettano solo un segnale di apertura sull'Italicum per non rassegnarsi a fare lo stesso. Senza contare che per il 4 ottobre è atteso il parere della Corte costituzionale che potrebbe anche dichiarare incostituzionale l'Italicum. Motivo in più per rivedere una legge che, tra l'altro, rischia di far perdere le elezioni al Pd.

Cambiare la segreteria

Ecco perché ormai Renzi si ritrova nella condizione di dover trattare con tutti e cercare nuovi alleati. Esterni al partito ma anche interni. Uno dei primi passi riguarderà la sua segreteria destinata a essere pesantemente rimaneggiata. I nomi che circolano sono molti. Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, ha già detto che non ne farà parte e che piuttosto si occuperà di più di Roma. Più probabile un coinvolgimento dell'ex presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani, assolto ieri in appello nell'ambito del processo “Terre Emerse” e che potrebbe avere un ruolo di primo piano, e del ministro Maurizio Martina. Ma si parla anche del governatore della Toscana Enrico Rossi.

L'annuncio dovrebbe comunque arrivare venerdì in Direzione nazionale. Un appuntamento che si annuncia già come una resa dei conti con Matteo Renzi principale imputato. Oltre alla legge elettorale e al referendum, si parlerà anche di come rilanciare il partito a livello territoriale. L'idea è quella di investire su volti nuovi e sul recupero di consensi laddove se ne sono persi di più, ossia nelle periferie delle città, a cominciare da Roma dove in quartieri popolari come Tor Bella Monaca il 5Stelle hanno sfiorato l'80%. Si pensa per esempio a una sorta di bonus casa da elargire a rate attraverso sconti sulle bollette e più in generale.

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