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Il Pd alla resa dei conti: i 3 nodi da sciogliere

Doppio ruolo segretario-premier, Italicum e referendum costituzionale: dopo la batosta elettorale la minoranza va all'attacco di Matteo Renzi

Nel Pd è giunta l'attesa ora della resa dei conti interna. Dopo l'esito disastroso dei ballottaggi, la minoranza dem è pronta a sferrare l'attacco finale alla dirigenza considerata responsabile della debacle elettorale. Per venerdì 24 giugno è convocata la direzione nazionale del partito, dopo l'incontro della minoranza sempre al Nazareno (scelta non indifferente) per preparare il piano di guerra. Quasi tutti ne stanno approfittando per rinfacciare le scelte sbagliate assunte finora, a cominciare dall'alleanza con Verdini e per lanciare ultimatum e avvertimenti, ringalluzziti dalla prova della non-invincibilità di un leader che finora era riuscito a tenere i suoi avversari interni schiacciati in una posizione di assoluta marginalità e che oggi si auto-accusa di aver finora rottamato “troppo poco”. Doppio ruolo di Matteo Renzi da premier e segretario, Italicum, referendum di ottobre: questi i tre temi principali su cui accusati e accusatori si daranno battaglia. Eccoli, uno per uno, spiegati nelle slide che seguono.

Doppio ruolo premier-segretario

Si tratta della questione su cui da tempo la minoranza dem sta investendo di più per depotenziare Matteo Renzi e dimostrare che nel suo doppio ruolo riesce solo a sbagliare doppiamente, sia al governo che nel partito. Dopo la bruciante sconfitta nella sua città, anche Piero Fassino, ex sindaco di Torino battuto al ballottaggio dalla grillina Chiara Appendino, già segretario nazionale dei Ds, ammette che anche se in Europa “la guida del governo coincide quasi sempre con quella del partito”, uno dei modelli che lo convincono di più, nonostante non possa bastare a risolvere tutti i problemi, è quello tedesco con un leader, il cancelliere, e poi “una figura forte, il numero due del partito a cui è affidata la gestione”.

Molto meno sfumata la posizione dei bersaniani con Roberto Speranza, uno dei candidati a contendere a Renzi il ruolo di segretario al prossimo congresso di febbraio, che ribadisce che il doppio ruolo “non funziona, non fa bene al partito e non lo aiuta”. Davide Zoggia chiede, senza mezzi termini, all'attuale segretario di farsi da parte. L'ex sindaco di Roma Ignazio Marino spara a zero sulla “strategia eutanasica” utilizzata per perdere queste elezioni. Mentre Gianni Cuperlo, che non si accoda a chi chiede le dimissioni, mette in discussione più che altro la “linea politica”, sottolinea il distacco con la società e il proprio elettorato di riferimento (se ancora esiste) e critica il ricorso a operazioni spot di propaganda lanciate a pochi giorni dal voto come quella sul “No Imu day”.

Italicum

Matteo Renzi ha ribadito di non voler cambiare la legge elettorale. Anche per comunicare un'immagine di solidità e tranquillità che, da domenica notte, è stata pesantemente messa in discussione. Ma i risultati dei ballottaggi hanno certificato che contro il suo Pd si è determinata una convergenza degli elettorati di centrodestra, di sinistra e del M5S davanti alla quale è impossibile far finta di niente. Il rischio è dunque che alle prossime politiche possa verificarsi una situazione analoga. Tra l'altro, una parte della minoranza ha già minacciato non solo di votare contro il referendum di ottobre, ma addirittura di farsi promotrice dei comitati per il no se non verrà rimessa mano alla legge elettorale.

Tra le contromosse del premier ce'è quella di individuare una nuova squadra da testare in occasione della battaglia referendaria e poi da lanciare in campo per le prossime politiche. Si cercano, insomma, tante nuove Chiara Appendino e Virginia Raggi per cambiare verso alla politica, in questo caso del suo partito, per provare a riconquistare un appeal oggi fortemente appannato. Nel frattempo già venerdì annuncerà la nuova segretaria. quella vecchia non la l'ha più convocata da mesi.

Referendum costituzionale

Il premier ha ammesso ieri, durante il consiglio dei ministri, di aver forse sbagliato a personalizzare troppo la battaglia che, dopo i risultati dei ballottaggi, si annuncia ancora più difficile e dall'esito quanto mai incerto. La strategia è dunque destinata a cambiare. Come? De-personalizzando la questione e affrontarla di più nel merito. Ammesso che gli avversari siano d'accordo. E non lo sono.

Se uno dei motivi della sconfitta del Pd in molti comuni d'Italia, a cominciare da Roma, Torino e Napoli, sta nella volontà di parte dell'elettorato di lanciare un segnale di dissenso proprio al premier che per mesi ha sostenuto che le elezioni locali non hanno nulla a che fare con la politica nazionale, sarà difficile che quello stesso elettorato, guidato dai propri referenti politici (compresi i leader della sinistra dem a cominciare da Bersani) non sfrutti l'occasione del referendum costituzionale per colpire chi ha legato il proprio destino politico al risultato di questa consultazione. Ma ieri Renzi ha lanciato una sorta di aut aut: “basta balletti, dentro o fuori. Chi non ci sta lo dica. Questa riforma è pù importante di me e del Pd, serve all'Italia”. La domanda è se riuscirà in pochi mesi a convincere anche gli italiani che sia davvero così.

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