Christopher Furlong/Getty Images
News

La lezione della Scozia

Il referendum sull'indipendenza (per organizzazione, commenti, serietà) è stato uno schiaffo all'Italia

Una lezione per il mondo. Una lezione per l’Italia. Il referendum in Scozia sull’indipendenza dal Regno Unito ci ha dato una plastica dimostrazione di come dovrebbero  funzionare uno Stato e una classe dirigente.

Gli scozzesi sono stati chiamati a dire Sì o No. Non Sì per No o No per Sì. Dieci parole di quesito, e una risposta secca che avrebbe potuto cambiare la storia. Sì o No all’indipendenza della Scozia come Paese.

In Spagna, la Catalogna sta lottando per potersi esprimere liberamente. Madrid non vuole. In Italia si discute da anni di indipendenza padana, intesa come secessione e non solo come devolution o forte autonomia. Ma un referendum sembra impossibile perché si scontra con la Costituzione e al tempo stesso non conviene a chi lo propone (probabile che vincano i No).

In Scozia, il premier e leader del fronte indipendentista, Alex Salmond, ha spinto fino al punto di proporre e ottenere il referendum sull’indipendenza. Dieci parole di quesito per una risposta che avrebbe avuto conseguenze epocali. Detto, fatto. La Corona non si è opposta. Il primo ministro britannico, David Cameron, ha dato il suo assenso. Il popolo scozzese ha avuto la possibilità di esprimersi. E il risultato è stato che la maggioranza vuole restare dentro un Regno Unito.

“Meglio uniti”, era il messaggio di Cameron, ribadito nel primo commento al voto (il Sì all’indipendenza si è fermato al 45 per cento). Salmond ha riconosciuto la sconfitta, ma incamerato le tante promesse che Cameron e gli altri partiti rappresentati a Londra hanno fatto pur di rafforzare il Sì al Regno Unito. Un discorso appassionato di Cameron ha segnato gli ultimi giorni prima della consultazione. “Se io non vi piaccio, mi cambierete, non sarò per sempre. Ma se direte no al Regno Unito, sarà per sempre”. Con una chiara ricognizione di tutte le conseguenze pratiche, dalle pensioni alle ambasciate, dalla moneta al sistema bancario. Almond, l’indipendentista, da parte sua ha strappato il massimo che poteva strappare a Londra e al governo centrale in promesse di autonomia su tasse e welfare. E gli scozzesi hanno creduto agli impegni che Cameron e gli altri partiti di Londra si sono pubblicamente assunti. Perché se costoro non mantenessero le promesse, la loro carriera politica sarebbe “over”. Chiusa.

Così, dopo il voto Salmond ha riconosciuto la sconfitta. Si è presentato senza gonnellini e cornamuse, senza sorseggiare Whisky o rivendicare una supremazia da Braveheart. E Cameron in meno di 7 minuti 7 ha detto al podio arrangiato davanti a Downing Street N. 10 che manterrà tutte le promesse. Anzi, le estenderà agli altri popoli del Regno Unito, dai gallesi agli irlandesi dl Nord agli stessi inglesi. Poi tutti sono tornati al lavoro. È venerdì e la vita continua. Posso dirlo? Provo una grande invidia per quella “antica democrazia”, come nel suo breve discorso post-referendum l’ha definita Cameron. 

“Uniti siamo migliori”. Noi lo saremmo (migliori), se lo fossimo (uniti). Ma soprattutto se avessimo nel Dna quella cultura della democrazia e quel senso della nazione. Ma non l’abbiamo. Né l’una, né l’altro.
 

Ti potrebbe piacere anche