Il problema del grano in Italia
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Il problema del grano in Italia
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Il problema del grano in Italia

Stiamo attraversando un periodo veramente complesso: prima la pandemia che ci ha duramente provato, poi la guerra, infine l’aumento delle bollette, della benzina e la situazione del grano. Una serie di eventi che ci hanno profondamente colpito.

Molte volte appare anche difficile comprendere il perché di tanti stravolgimenti. Per questo motivo vorrei analizzare e approfondire la situazione del grano, che rischia di far diventare inaccessibili pane, pasta e pizza che sono i prodotti che meglio rappresentano il nostro Paese nel mondo e gli attori principali nelle tavole di tutti i giorni.

Leggendo i dati si intuisce subito che l’aumento non dipende in maniera diretta, come vocifera l’opinione pubblica, dalla guerra in Ucraina o dai conseguenti cattivi rapporti diplomatici con la Russia, in quanto non ne importiamo una percentuale così rilevante da questi paesi.

Nel 2021 l’Italia ha importato oltre 2,2 milioni di tonnellate di grano duro, utilizzato per produrre pane e pasta. A queste si aggiungono le oltre 4,5 milioni di tonnellate di grano tenero, usate invece per i dolci e gli altri prodotti lievitanti. Nel complesso stiamo parlando di circa 6,8 milioni di tonnellate di grano importate in Italia dal resto del mondo. Ma quanto di questo grano viene effettivamente dalla Russia e dall’Ucraina? L’anno scorso il nostro Paese ha importato poco più di 96.000 tonnellate di grano tenero dalla Russia e circa 122.000 dall’Ucraina: sommati fanno appena il 3,2% di tutto il grano tenero importato nel 2021 nel Bel Paese. La percentuale scende se si guarda al commercio del grano duro: l’anno scorso l’Italia ne ha importato 0 tonnellate dall’Ucraina e oltre 57.000 dalla Russia, il 2,5% sul totale. Mettendo insieme grano duro e grano tenero, il peso dei due paesi belligeranti sulle importazioni italiane è di circa il 4%.

Allora da dove arriva il nostro grano? Nel 2021 quasi il 46% del grano duro importato dall’Italia è arrivato dal Canada; per quanto riguarda il grano tenero, invece, il principale esportatore verso l’Italia è stata l’Ungheria, con il 23% sul totale, seguita dalla Francia con il 16% (fonte: Elaborazione Ismea su dati Istat).

Certo l’Ucraina e la Russia sono un importante granaio mondiale, i due Paesi insieme rappresentano il 29% delle riserve globali di grano, in grado di sfamare tra i 600 e gli 800 milioni di persone, collocate soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente. Ma non per l’Italia che, come abbiamo visto, si approvvigiona altrove. E allora da cosa dipende l’oscillazione dei prezzi dei derivati del grano nella nostra nazione? Ciò che incide fortemente sul prezzo del nostro grano è, sorprendentemente, la Borsa di Chicago, che ha raggiunto quotazioni record di oltre 400 € a tonnellata; l’ultimo evento che aveva scatenato una tale bolla era stata la crisi finanziaria del 2008. Quindi, in sintesi, i rincari che osserviamo oggi sul grano sono dettati essenzialmente dalle speculazioni in atto sui mercati e non dalla guerra!

Detto ciò, una domanda sorge spontanea: perché non ci coltiviamo da soli il grano necessario al nostro fabbisogno? Perché i nostri agricoltori non coltivano più grano, visto anche che tra l’altro è di ottima qualità e pure privo del dannoso glifosato? La risposta è perché in Italia produrre grano non ha la giusta redditività. La resa a ettaro del celebre grano duro Senatore Cappelli, ad esempio, è in media di 20 quintali ad ettaro e - considerando che viene pagato circa 60/70 € al quintale, rispetto a quello estero che oggi costa 40/45 € - la spiegazione appare ovvia.

Ma perché questa differenza abissale di prezzo? I motivi sono riconducibili principalmente alle condizioni di produzione totalmente diverse dei paesi da cui esportiamo: come l’utilizzo di trattamenti aggressivi (come il glifosato), i costi di manodopera più bassi e le produzioni massicce su grande scala che aiutano a calmierare i costi.

Immaginatevi che, con i costi del gasolio odierni, produrre grano costa da 900 a 1.300 € ad ettaro: gli agricoltori italici, insomma, non hanno abbastanza margini di guadagno!

Per fare un esempio, un pastificio artigianale con un quintale di farina produce circa 65 kg di pasta, se la farina utilizzata è quella italiana il costo di farina per ogni kg di pasta arriva a 1,30€ al Kg.

Il Direttore Coldiretti Siena Simone Solfanelli dichiara: «Abbiamo bisogno che si dia attuazione completa alla tracciabilità delle produzioni, all’etichettatura di tutti i prodotti alimentari. Sull’etichetta della pasta ci deve essere scritto in maniera chiara il grano da dove proviene e così per tutti gli altri prodotti agricoli. Questo fa la differenza per il compratore che può scegliere consapevolmente tra i prodotti fatti con materia prima italiana e quelli con materia prima estera. L’agricoltura ha necessità di essere assistita e finanziata dallo Stato perché garantisce dei beni fondamentali: dalla pace sociale allo sviluppo di questo paese perché garantisce sicurezza alimentare, le derrate alimentari, salubrità, salute e garantisce la tutela ambientale. Questi grandi servigi che l’agricoltura fornisce al paese devono essere riconosciuti e ricompensati, in questo senso serve l’assistenza del pubblico per l’imprenditore agricolo, non come forma di sussistenza, ma per incentivare questi tipi di servigi essenziali che l’agricoltura rende al Paese».

In definitiva, per tutelare la salute e gli interessi di noi Italiani dovremmo tornare a produrre più grano italiano, ma il solo modo di farlo sarebbe grazie a uno Stato che aiutasse e favorisse con decisione i nostri agricoltori: con una etichettatura chiara e precisa degli alimenti, contributi e agevolazioni per chi produce grano tali da fare in modo che i produttori di grano d'Italia potessero guadagnare ed essere felici di prendersi cura del nostro territorio e dello splendido paesaggio! Così saremmo autonomi e mangeremmo di qualità. Sì perché poi i grani antichi italiani, e le lavorazioni dei piccoli mulini e pastifici, ci darebbero un prodotto altamente qualitativo e sano.

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