Politica

Pd: Minniti e Zingaretti dovrebbero unirsi e non dividersi

Figli della lunga transizione dal Pci al Pd, insieme potrebbero far buone cose. A cominciare da una vera opposizione

Marco Minniti e Nicola Zingaretti

Claudio Martelli

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Come altre volte nella storia la spinta al cambiamento è partita dal mondo anglosassone. È qui che il nazionalpopulismo ha colto i suoi primi grandi successi - l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea e l'elezione di Trump a presidente degli Usa. Il contagio si è esteso e moltiplicato ingrandendo focolai già attivi e accendendone di nuovi, dividendo i partiti conservatori, moderati e liberali fino a imporre nuove eretiche leadership. Ma a farne le spese in diversa misura nelle differenti realtà è stata soprattutto la sinistra. La democratica Clinton e il laburista Corbyn sono stati sconfitti ma sul filo di lana, non annientati come è accaduto ai socialisti francesi.

Resta che socialdemocratica o liberal, di stampo europeo o americano, la sinistra è in crisi in tutto l'Occidente. Il vento della storia non soffia più nelle sue vele almeno da quando le trasformazioni tecnologiche e la competizione globale hanno contratto, indebolito e impoverito il mondo del lavoro e le classi medie su cui poggiava la sua forza. Realizzando il suo programma la socialdemocrazia ha esaurito il suo compito e si è confusa con l'amministrazione dello Stato e la gestione del potere.

I militanti politici e sindacali da professionisti della rivoluzione o delle riforme si sono fatti professionisti a contratto di varie agenzie pubbliche e sono diventati parte del ceto politico e burocratico. Infine costretta a rimettere in discussione la sua più grande conquista - lo Stato sociale - e ad adottare misure di austerità, la sinistra di governo ha deluso i suoi storici rappresentati, ha suscitato la loro rabbia ed è andata a sbatterci contro.

Da allora in Europa - poi anche negli Usa - mentre i sommersi hanno cercato protezione nelle destre populiste, per la sinistra è cominciato il calvario. L'Italia non ha fatto eccezione e a farne le spese è stato il Pd. All'esordio, nel 2008, conquistò il 34 per cento. Quest'anno ha preso il 18. Il tentativo di Renzi, al netto di intuizioni felici ed errori rovinosi, è parte di questo contesto mondiale e si iscrive nel medesimo declino. Di questo dovrebbero discutere il congresso e le primarie del Pd che con colpevole ritardo ancora non sono stati indetti.

Si cimenteranno in questo compito Nicola Zingaretti e Marco Minniti? Se il primo ha il merito, più unico che raro, di aver vinto anche quest'anno le regionali del Lazio sconfiggendo la destra e i 5 Stelle, il secondo ha il merito di aver imposto da ministro degli Interni una nuova politica dell'immigrazione riducendo gli sbarchi dell'80 per cento. Figli della lunga transizione dal Pci al Pd, gli si farebbe torto a distinguerli in base alla distanza che li separa da Renzi. Entrambi hanno buone ragioni da far valere. La ragione di Zingaretti è di cercare una strada nuova e popolare, quella di Minniti sta nel senso dello Stato e nel dovere di garantire ai più deboli almeno la sicurezza. Insieme potrebbero far buone cose a cominciare da una vera opposizione. In fondo anche i loro avversari sono due.

(Articolo pubblicato sul n° 44 di Panorama in edicola dal 18 ottobre 2018 con il titolo "Eppure io dico che quei due dovrebbero unirsi e non dividersi")

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