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Perché Conte rischia di essere la "colf" di Salvini e Di Maio

La sua sarà una fiducia su un "contratto di governo" su cui la base ha potuto esprimere un voto, mentre lui no. L'ennesimo atto contro le istituzioni

Attacco Londra: bandiere a mezz'asta a Palazzo Chigi

Sara Dellabella

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Si chiama Giuseppe Conte, ma in realtà poteva essere anche un robot il Presidente del Consiglio scelto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Dopo un faticoso lavorio sul contratto di governo, il nome designato dai due leader ricade su un autorevole esponente del mondo accademico, un tecnico quindi, e di fatto un signor nessuno per l’opinione pubblica.

Una figura non in grado di oscurare il potere di Salvini e Di Maio che rimangono i veri titolari di questo governo e che probabilmente piazzeranno dei fedelissimi pretoriani come Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio a vigilare sulle mosse del premier.

L'ordine delle cose su cui si sono concentrati i due leader, prima il programma e poi la scelta della figura da proporre a Mattarella, la dicono lunga sul potere di autonomia del prossimo inquilino di Palazzo Chigi che come una colf sarà chiamata all'esecuzione puntuale dei compiti assegnati.

Un premier ignaro

La leadership, il potere, la dirigenza sono altrove e non riguarderanno direttamente il Prof. Conte che si presenterà alle Camere per chiedere la fiducia su un programma scelto da altri, in una sede in cui non ha potuto esprimere neppure un'opinione.

Quella richiesta sarà una fiducia su procura e quella procura si chiama "contratto di governo", su cui la base ha potuto esprimere un voto, mentre lui no.

Quello del premier è l'ennesimo capovolgimento costituzionale che questa neppure iniziata legislatura ci mostra, con un Quirinale che rimane vigile sulle mosse dei partiti richiamandoli spesso all'ordine.

Così dopo la lista dei ministri con cui Di Maio si è presentato al Colle pochi giorni prima delle elezioni, le consultazioni inconcludenti, quelle lampo, il governo del Presidente stoppato ancora prima che Mattarella finisse il suo discorso, ora avremo un premier che sarà chiamato a giurare al Colle senza avere avuto neppure la possibilità di partecipare alla stesura del programma e concordare la squadra dei ministri con cui dovrà collaborare.

L'irritazione del Quirinale

Ma è chiaro che questo atteggiamento al Colle non piace. Mattarella dopo le consultazioni di ieri, si è trovato stretto in un angolo. Salvini e Di Maio si sono presentati a lui, non per dire che erano pronti a unirsi in una maggioranza, ma che di fatto stavano aspettando la convocazione per giurare al Quirinale come prossimi ministri della Repubblica.

Ignorando del tutto il ruolo e le prerogative che la Costituzione riserva al Capo dello Stato nella formazione del nuovo governo. Uno sgarbo istituzionale, l’ennesimo, che non è stato gradito da Mattarella che di tutta risposta prima di convocare il Prof. Conte, ha preferito risentire i due presidenti delle Camere e non annullare gli impegni già in agenda in questi giorni. Il tempo è l'unica arma in mano al Presidente per stoppare le ambizioni di due ragazzi che ieri sera parlavano già da ministri incaricati.

Il primo governo elettorale

L’impressione è che il prossimo premier sia solo una pezza d’appoggio per i due leader che anche se investiti di responsabilità di governo si eserciteranno in una campagna elettorale permanente. Il discorso di Salvini al Quirinale sugli italiani che prendono psicofarmaci, poi replicato in serata in una lunga diretta Facebook dalle terrazze degli uffici della Camera dei Deputati sono solo l’anteprima dei mesi che ci aspettano.

Il primo governo delle forze antisistema d’Europa rischia di trasformarsi in un governo elettorale, dove sia Movimento 5 stelle che Lega sfrutteranno la loro nuova posizione di comando per scalare ancora i sondaggi e annientare le forza a loro vicine. Perché è sempre più evidente che Salvini punti a erodere completamente il bacino elettorale di Forza Italia.

Per questi motivi, a Palazzo Chigi serve una persona che una volta investita non abbia troppa smania di comandare e sia capace di accettare il ruolo di mero esecutore di cose decise da altri, in barba a quell'articolo 95 della Costituzione che vede il premier dirigere la politica generale del Governo ed esserne responsabile. Serve un premier ombra che non attiri troppo l’attenzione su di sé e che cammini sempre un passo indietro ai veri leader.

Il potere della campanella

Così quel passaggio di campanella tra Gentiloni e il prossimo premier rischia di diventare l'ennesimo rituale stanco di una democrazia che negli ultimi mesi ha visto rottamate parecchie prassi, anche di bon ton istituzionale.

Al Professor Conte non resta che il mero potere di scuotere la campanella quando gli allievi si faranno troppo indisciplinati, in segno di tregua.

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