centrale nucleare
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Politica

Mentre il mondo apre o chiude centrali, in Italia di nucleare non si può nemmeno parlare

In tutto il mondo si discute di energia nucleare, in questa fase di emergenza gas e materie prime. Tranne che da noi, dove siamo fermi a Chernobyl

C’è poco da fare. In Italia le cose si fanno – o non si fanno – solo sull’onda delle emozioni. Solo in ossequio alla filosofia mozzafiato dell’emergenza permanente: economica, sanitaria, e adesso anche ambientale. Aver inserito in costituzione la dottrina “green” e la difesa degli animali, come se la Carta fondamentale fosse un rotocalco in cui infilare le mode del momento, è solo l’ultimo esempio di questa tendenza.

Prendiamo il nucleare: nel dramma del caro energia che sta mettendo in ginocchio l’Europa, sarebbe senz’altro un tema sul quale confrontarsi senza pregiudizi. La Germania, ad esempio, entro la fine dell’anno spegnerà definitivamente le ultime centrali: un processo di dismissione che è stato accelerato dopo il disastro di Fukushima. In Francia, decisione opposta: il presidente Macron ha annunciato la costruzione di sei nuove centrali nucleari, perché “il Paese ne ha bisogno” per contrastare la crisi energetica.

Insomma, all’estero si discute, ci si confronta anche duramente, si decide in forme diverse: perché il nucleare è un tema sul tavolo. Non può che esserlo. Invece in Italia l’argomento è tabù: vietato anche solo parlarne. Da quarant’anni in questo paese è più facile parlare di fascismo (spesso a sproposito) che di energia atomica. E’ più facile parlare di monopattini che di fissione nucleare. Se fossimo un paese energeticamente autosufficiente, potremmo anche accettarlo: al contrario, siamo il paese che importa più energia elettrica al mondo, e che sulle energie fossili è schiavo dei capricci delle potenze estere. A maggior ragione dovremmo sederci intorno a un tavolo, prestare ascolto al grido di dolore di chi fatica a pagare bollette stellari, e delle imprese che in questi giorni si vedono dimezzare i margini per le spese di luce e gas. E dovremmo porci l’obiettivo di affrontare una discussione seria. Senza osanna e crucifige.

Invece il nucleare, per noi, semplicemente non esiste. Non è un tema all’ordine del giorno. Anzi: in un mondo sempre più deideologizzato, il nucleare pare l’ultimo bastione della guerra fredda. L’ultimo rifugio delle ideologie del novecento, dove si ragiona per partito preso e non sulla base della logica. Del resto, siamo troppo coinvolti nella campagna volta a decarbonizzare il mondo, pur senza avere la sensibilità di portare rispetto alla realtà economica, e facendo pagare lo scotto al nostro tessuto industriale. Anche perché l’Europa è in prima fila quando si tratta di rendere “green” l’industria: ma produce solo il 9% della Co2. Se altri Paesi non aderiscono, le emissioni degli altri vanificano i nostri sacrifici. Ci sentiamo sempre più svenati, sempre più arrabbiati, e sempre più al buio. Salterà il sistema, e noi finiremo per odiare la transizione ecologica come fumo negli occhi: fumo non inquinante, ma pur sempre fumo.

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