La questione dei mancati rimborsi del M5S, spiegata bene

Come un gruppo di grillini ha raggirato le promesse elettorali e perché, per il movimento dell'"Onestà", questo è un problema

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Beppe Grillo durante un flash mob del M5S in piazza di Montecitorio all'urlo di "onestà" - Roma, 7 maggio 2015 – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Redazione

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Tira una brutta aria nel Movimento 5 Stelle. I mancati rimborsi dei parlamentari Andrea Cecconi e Carlo Martelli sono probabilmente solo la punta dell’iceberg di un vero caso “rimborsopoli” che si sta allargando a macchia d’olio e che potrebbe costare caro in termini elettorali visa la prossimità delle elezioni politiche.

Il candidato premier Luigi Di Maio tenta il recupero e promette di cacciare le “mele marce”. Ma intanto il Movimento dell’onestà, delle promesse e della lotta alla casta, si ritrova affogato nella disonestà, nelle bugie e nell’essere uguale a quella casta denunciata da sempre.

Cosa è successo

Un servizio delle Iene ha scoperchiato il caso dei due parlamentari pentastellati rei di non aver restituito le quote dei loro stipendi da devolvere al fondo del microcredito, come previsto dai regolamenti del Movimento e come promesso agli elettori. I due hanno presentato per anni bonifici fittizi che venivano revocati subito dopo l’invio.

Ma non erano i soli. La questione, secondo il servizio delle Iene, riguarderebbe almeno una decina di parlamentari per un buco totale stimato inizialmente in 226 mila euro, cifra già rivista al rialzo dopo il controllo richiesto dai vertici del M5S al Ministero dell’Economia presso cui il fondo è registrato.

I calcoli, fatti salvi eventuali errori commessi dai tecnici del Movimento nel riportare i dati delle restituzioni, rivelano che a mancare sarebbero infatti anche 606 mila euro in capo agli eurodeputati grillini e 500 mila euro dovuti dai consiglieri regionali, stando a quanto riportato dall’ANSA. Si arriverebbe dunque facilmente a cifre che superano il milione di euro.

La reazione di Luigi Di Maio

"Le mele marce le trovo e le caccio, nessuno inficerà il nome del M5S", ha dichiarato subito il candidato premier del movimento Luigi Di Maio impegnato nella campagna elettorale in Campania dove è accorso in suo aiuto anche Beppe Grillo. "Da noi chi sbaglia è fuori, le mele marce negli altri partiti diventano ministri", è la sua difesa durante l'intervento a Scampia nella palestra di Gianni Maddaloni dove ha incontrato anche il "comitato Vele", presidio di disoccupati che lo aveva accolto con cori e striscioni di protesta.

E intanto il Pd attacca. "Si sono trasformati in arca di Noè: scrocconi, truffatori e riciclati di altri partiti. Querelatemi se dico il falso", ha detto Matteo Renzi che sulle mele marce paragona Di Maio a Craxi. "Ricorda Bettino Craxi che aveva definito Mario Chiesa un mariuolo”.

Perché è grave

Presto, nel Movimento, si saprà chi ha violato le regole pentastellate. Intanto il senatore Maurizio Buccarella si è autosospeso. Il fatto è serio per almeno tre motivi.

Per un Movimento che ha fatto dell’”onestà” la propria bandiera, aver violato il patto con i propri elettori in modo così clamoroso è uno schiaffo indubbiamente molto pesante.
Così come per un Movimento che ha fatto della restituzione di una parte dello stipendio al Fondo per il microcredito uno dei punti chiave della propaganda elettorale, è dannoso sapere che un gruppo nutrito di parlamentari e di eletti ha raggirato le promesse.
Infine, per un Movimento che ha professato la diversità e la lotta alla “casta”, riscoprirsi uguale alla casta che ha denunciato per anni è davvero umiliante. Soprattutto nel momento in cui si deve chiedere un voto per le elezioni ormai alle porte.

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