I kafka del green pass: bloccati nel limbo della burocrazia
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I kafka del green pass: bloccati nel limbo della burocrazia
Politica

I kafka del green pass: bloccati nel limbo della burocrazia

Sono migliaia in attesa. Chi si è ammalto di Covid spesso non riesce a ottenere il certificato. Affidare le nostre libertà personali alla macchina dello Stato può essere molto pericoloso già quando funziona. Se poi non funziona...

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Che nell'emergenza assoluta della pandemia e con decine di milioni di cittadini da vaccinare una percentuale di individui possa incappare in problemi burocratici o errori del sistema è fisiologico, ma quanto questi inghippi amministrativi sono compatibili con un provvedimento che di fatto prevede una limitazione delle libertà costituzionali? È la domanda che dovrebbe assillare i vertici politici, ancora più di quanto non debba farlo l'interrogativo sulla giustizia o meno del provvedimento in sé. Chi scrive è uno di quegli italiani incappato all'interno della trappola burocratica, per errore, sfortuna o bug del sistema e che da oltre un mese non riesce a ricevere il proprio green pass. A quanto risulta ci sono diverse migliaia di casi, e di conseguenti pratiche aperte sul tavolo del Ministero della Salute, ancora irrisolti di cittadini che hanno diritto ma non riescono ad ottenere il certificato, mentre lo scoccare della data del 6 agosto, in cui saranno operative le limitazioni per chi non ottiene il green pass, si avvicina.

Nel mezzo di questo ingranaggio burocratico ci sono vite, famiglie, vacanze, lavori, percentuali del Pil. Senza green pass si può vedere limitata la propria socialità, la possibilità di fare certi sport, di praticare i propri hobbies e in alcuni casi anche di lavorare. Può uno Stato permettersi di limitare le libertà costituzionali se non è in grado di risolvere errori e problemi che permettono di ottenere un documento a chi ne ha diritto? Persi nella caccia mediatica ai No vax e nelle provocazioni intellettuali degli Agamben e dei Cacciari i politici italiani si sono dimenticati la cosa più importante: far funzionare a dovere la macchina dello Stato, questione fondamentale se non si vuol far scivolare la prudenza in farsa. Per i "Kafka del green pass" la strada verso l'agognato certificato è una via crucis lastricata di difficoltà: centri vaccinali, Asl Urp regionali, numeri verdi del ministero, mail governative. Telefonate, attese, richieste a plurime istituzioni e comunque non se ne viene a capo. Gli operatori telefonici, gentili e ben disposti a dire il vero, sono l'ultima frontiera. Muro invalicabile oltre i quali non si riesce ad andare anche se si richiede il green pass da settimane. La burocrazia per correggere gli errori del processo vaccinale è senza volto, senza uffici, senza responsabili del procedimento con cui rapportarsi. Per non dire di quanto spezzettata sia la catena di comando tra Asl, Regioni e ministero.

Non una sola burocrazia, ma più burocrazie insieme e plurimi terminali telematici. Basta un errore o un passaggio saltato in una di queste fasi e si entra nel purgatorio dei regolari a metà. Gli stessi operatori del sistema di fronte alla disperazione del cittadino sono costretti ad ammettere, protetti dall'anonimato, che "la procedura fa acqua da tutte le parti" e che le pratiche di color che sono finiti nel limbo del green pass sono numerosissime. Difficile anche dare la colpa agli amministratori di medio e basso livello: le normative sono cambiate rapidamente ed in continuazione, l'organizzazione progettata nell'emergenza, la certificazione introdotta in fretta e furia. Il governo ha forse imposto una accelerazione troppo rapida per la capacità della pubblica amministrazione italiana. Il sapore è quello del romanzo distopico: si aprono segnalazioni e pratiche, si aspetta che il sistema generi il codice, si prega che i dati siano caricati correttamente sul terminale, si controllano mail ed sms che non arrivano. I giorni passano e non succede niente, la sensazione d'impotenza contro l'ingranaggio è peggiore della impossibilità di mangiarsi un panino al chiuso.

Dopo aver sopportato la malattia, i lockdown, le mascherine, il caos e l'incertezza sui vaccini, anche il diritto ad avere il certificato verde è sospeso. Tutti gli zelanti operatori invitano alla calma e alla fiducia, si riuscirà a smaltire tutte le pratiche per il 6 agosto, o al massimo per la settimana successiva. E se così non fosse? Forse ai piani alti non hanno calcolato gli scenari, il sistema si è perso una variabile di rischio per lo stesso Stato. Se migliaia di persone che avrebbero diritto al green pass non dovessero riceverlo entro il 6 agosto quanto ci metterebbero i cittadini più avveduti a correre dall'avvocato? Quanto poco mancherebbe all'arrivo delle cause al Tar e alle richieste di risarcimento danni? Quanto costerebbe tutto ciò allo Stato? Come pensa di gestire il governo l'ulteriore fase di attuazione del sistema green pass prevista per settembre che dovrebbe prevedere anche i mezzi pubblici? Dopo tutto stiamo parlando di una limitazione delle libertà costituzionali non per rifiuto volontario del vaccino, ma per un errore burocratico o informatico dell'amministrazione e che la stessa amministrazione non è riuscita a risolvere in tempo. Troppo spesso si è invocata a sproposito la dittatura sanitaria, altrettanto spesso si è preso a cuor leggero la limitazione della libertà. Ma ciò di cui ci si deve preoccupare davvero sono le spire della pesante catena burocratica, del frazionamento incomprensibile delle competenze e dell'impossibilità di umanizzare i processi burocratici. Per ogni procedura c'è sempre un'eccezione, un errore, e servono la flessibilità e la responsabilità per risolverle. Come si può pensare altrimenti di chiedere a tutti un certificato quando alla data d'ingresso delle norme c'è ancora chi non è riuscito ad ottenere il pezzo di carta a cui ha diritto per vivere tranquillamente la propria vita post-pandemica? E quanto mina tutto questo la già flebile fiducia che gli italiani hanno nello Stato?

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