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Politica

Il falò delle vanità

L'editoriale del direttore Maurizio Belpietro sul presidente del consiglio Giuseppe Conte. Che forse si è fidato troppo del giurista che è in lui.

Presidente, ma perché ha tenuto per sé la delega sui servizi segreti? Certi suoi predecessori hanno scelto di non farlo». Era il pomeriggio del 27 novembre dello scorso anno quando io e il collega Antonio Rossitto, al termine di una lunga conversazione, rivolgemmo questa domanda a Giuseppe Conte. Il capo del governo aveva quasi perso la pazienza quando avevamo insistito a chiedere lumi sui suoi rapporti con Guido Alpa, il professore che lo giudicò al concorso che lo fece diventare docente ordinario all'Università di Firenze.


Ma appena passammo ad altro, cioè al suo ruolo nel cosiddetto affaire Mifsud, dal nome del misterioso insegnante maltese che la Giustizia americana insegue da mesi, il premier si sciolse, lasciandosi andare a un panegirico sull'acume della scelta di tenere per sé il controllo sulle agenzie per la sicurezza nazionale. «C'è una ragione precisa» rispose. «Il presidente del Consiglio ha comunque la responsabilità di tutto il comparto, un'eventuale delega non mi metteva al riparo dalla responsabilità. A questo punto, il giurista che è in me ha fatto una riflessione: se ne devo rispondere dovrei nominare un alter ego, oppure un fratello, ma non li ho. Allora ho preferito tenermi la rogna. Immaginate se ci fosse stato un altro al posto mio, senza contezza dei rischi e della complessità giuridica. Chissà che casino sarebbe successo».

Le parole mi sono ritornate in mente nei giorni scorsi, quando si è parlato del pasticcio combinato da Conte con Fayez al-Sarraj. Il capo del governo libico riconosciuto dall'Onu, la sera dell'8 gennaio doveva essere a Roma per discutere con il premier italiano del cessate il fuoco. Peccato che qualche ora prima abbia annullato l'incontro, avendo saputo che a Palazzo Chigi, prima di lui, era stato ricevuto il generale Khalifa Haftar, ossia il comandante delle truppe che vogliono rovesciare proprio al-Sarraj.

Un bel casino, per usare le parole del premier. Per di più scatenato proprio con l'ausilio di quei servizi segreti che Conte aveva voluto tenere sotto il suo controllo. Già, perché il presidente del Consiglio, o meglio il giurista che è in lui, per preparare l'incontro con Haftar prima, e al-Sarraj dopo, si è affidato agli 007, tagliando completamente fuori la Farnesina, cioè i canali più esperti in questo genere di affari. Doveva essere il suo capolavoro, la dimostrazione della sua abilità di mediatore, la certificazione di quel ruolo di esperto di diritto costruito in lunghi anni di studio.

Quel 27 novembre in cui andammo a trovarlo, prima di consegnare le bozze del libro su di lui che anticipiamo a pagina 8, Conte parlò a lungo della sua competenza giuridica al servizio della politica. «Ho la capacità d'inquadrare i rischi delle cose. Io sono terribile come avvocato! I miei collaboratori hanno calcolato il 90 per cento delle vittorie. Meglio non avermi contro». Il presidente si dilungò su quel ruolo conquistato in poco tempo con i partner europei, rivelando una vocazione per le relazioni internazionali e per i vertici con i grandi della terra. «Hanno imparato a rispettarmi. Ero appena arrivato. Ero l'ultimo. Pensate al primo Consiglio europeo: non sapevo neanche come muovermi. Invece, siamo rimasti lì tutta la notte a litigare con Merkel e Macron. Non in modo velleitario, ma con argomentazioni giuridiche. Alla fine, sono dovuti stare zitti».

Meglio ancora andò a Biarritz, quando Conte si presentò dopo aver rassegnato le dimissioni. È lì che capì di avere un'autostrada spianata davanti a sé: «Per un premier dimissionario come me, andare al vertice non era una gran cosa, anche psicologicamente. Ma tu, Rocco, - disse rivolgendosi a Casalino, il suo portavoce - mi hai visto sfiduciato o depresso?». Domanda retorica. Rocco scosse la testa e Conte potè riprendere il filo del discorso gongolante: «I colleghi non mi evitavano. Anzi, mi apprezzavano e mi stimavano. Però, diciamocela tutta: è un fatto personale». Chiaro il concetto? Non era rispetto e considerazione per l'Italia, ma proprio per lui, per l'avvocato del popolo, di cui all'improvviso avevano scoperto le qualità. Al punto da dirgli, in separata sede: «Ci piacerebbe che tu rimanessi primo ministro». Ma chi c'era a tifare per Conte? «Dal premier indiano, Narendra Modi, al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk».

Per non parlare di Trump. «Quando stavamo andando via, mi chiamò: Giuseppe, devi rimanere in politica. Ma fidatevi, è più un fatto personale». Sì, non si trattava di squisite questioni politiche, ma proprio di una sintonia fra persone che se la intendono: «Dovreste conoscere Trump», buttò lì a un certo punto come se parlasse di uno stravagante vicino di casa. «La prima volta che ci siamo visti, mi ha preso da parte: Giuseppe, sei simpatico. Cosa posso fare per te? Vieni a trovarmi negli Stati Uniti. Facciamo una grande visita di Stato». A conferma di questa relazione speciale, Casalino aggiunge un aneddoto: «Al primo G7, appena eletto, c'era uno spettacolo a notte fonda. Chiunque voleva sedersi accanto a Trump. Lui invece chiese al presidente di stare accanto a lui. Hanno chiacchierato tutta la sera».

Da questo racconto sono passati poco più di due mesi, ma le frasi aiutano a capire quel che è successo. Dal rapporto «personale» con lo special one, si è passati alla mancata telefonata per anticipare il lancio del missile contro il generale iraniano Soleimani. La Casa Bianca ha chiamato tutti i partner - Francia, Germania, Gran Bretagna - ma non quello che ha il contingente militare più consistente a Bagdad. Nella ricostruzione dei rapporti personali con i grandi della terra, conquistati nei vertici internazionali, c'è anche la spiegazione del disastro diplomatico in Libia, con lo sgarbo ad al-Sarraj, ossia a colui che avrebbe dovuto essere il nostro alleato e che invece abbiamo regalato alla Turchia.

Per dirla con Giuseppi, come lo chiamò in un tweet Donald Trump, forse Conte si è fidato troppo del giurista che è in lui. O semplicemente ha confuso le pacche sulle spalle con i pacchi che, nell'interesse nazionale, i capi di Stato sono soliti tirare ai partner. Un peccato di ingenuità, insomma. O forse solo di vanità.

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