Domenico Arcuri
(M. Ramagli, Getty Images)
Domenico Arcuri
Politica

Finalmente Draghi licenzia Arcuri. L'emergenza ora è nelle mani dell'esercito

Addio al Commissario Straordinario per l'Emergenza Covid voluto e difeso da Conte ma che ha fallito, su tutti i fronti

Domenico Arcuri non è più il Commissario Straordinario all'Emergenza Covid. L'uomo a cui per un anno (quasi) l'ex premier Conte ha affidato il Paese davanti alla Pandemia. L'uomo che doveva velocizzare, aiutare, creare e che invece ha rallentato, complicato in una parola sola: fallito. Come Il nostro direttore va dicendo da mesi sia su queste pagine che su La Verità.

La fine dell'era Arcuri non ha motivazioni politiche (come qualcuno proverà a spiegare). Ma semplici ragioni pratiche e di buon senso. Finché c'era Conte a sostenerlo dal suo scranno a Palazzo Chigi, tutte le pecche di Arcuri venivano coperte, giustificate, tollerate. Ora tolto il paravento il castello di carta è crollato, come previsto, come doveva essere da tempo.

E se ci fosse qualcuno così tifoso da tentare un'ultima difesa forse è il caso di ricordare un po' dei grandi errori di Arcuri. C'è solo l'imbarazzo della scelta:

- Il primo compito furono un anno fa le mascherine: erano introvabili. Soprattutto quelle a 50 centesimi da lui annunciate in pompa magna e che gli italiani non hanno mai ma proprio mai trovato in farmacia. Ai dubbi degli italiani poi si sono aggiunti sulle mascherine quelli più recenti, ma gravi, della magistratura che sta indagando su spese, bandi, commissioni, affari sicuramente poco chiari.

- Se sulle mascherine è andata male sui respiratori e le terapie intensive è andata pure peggio: all'arrivo della seconda ondata infatti ci siamo trovati del tutto impreparati, senza strumenti, mezzi, personale e senza il tempo per recuperarli. Come dimostra l'emblematico caso del bando per il potenziamento numerico delle terapie intensive, da 713 milioni, preparato ad ottobre, quando ormai la seconda ondata stava già mettendo in ginocchio il paese, non in estate se non prima come si sarebbe dovuto fare.

- Il piano vaccinale poi ci ha regalato delle vere e proprie perle, anzi, primule. Come quelle simpatiche costruzioni da 1300 euro/mq che Arcuri e Conte volevano in ogni piazza d'Italia come luogo delle vaccinazioni di massa. Soldi, tempo energie ed idee di un'inutilità assoluta che hanno fatto passare in secondo piano la ricerca del personale per le vaccinazioni, dei luoghi pubblici (gratuiti) dove somministrarli. per non parlare delle siringhe. Indimenticabile la conferenza stampa in cui un giornalista ha chiesto al Commissario Straordinario come mai mentre gli altri paesi europei avevano già ordinato decine di milioni di siringhe l'Italia era ferma a quota zero: l'imbarazzo e la risposta «ma arriveranno in tempo» parlarono da soli. Anche perché poi abbiamo scoperto di avere le siringhe sbagliate.

- C'è poi il vaccino italiano, Reithera, presentato in pompa magna ma fermo ai box anche per colpa di Invitalia e dei mancati fondi per la sperimentazione. Soldi più volte annunciati, ma non ancora arrivati. Un vaccino che doveva essere pronto ad aprile, poi giugno, oggi siamo a settembre.

Arcuri poi dovrebbe spiegarci come mai non esista un sito dove trovare tutti i bandi preparati, dove vedere fattura per fattura i soldi spesi (decine di cronisti hanno provato ad indagare, finendo rimbalzati tra Presidenza del Consiglio, ministeri vari, enti pubblici…).

Draghi ha quindi fatto una scelta logica e scontata. Di buon senso e non politica. Anche se un significato politico tutto questo ce l'ha. Da giorni qualcuno sta provando a raccontarci la favola delle cose belle fatte dal Governo Conte. Bene Arcuri è creatura sua: voluto, difeso, sostenuto da lui. Come i banchi a rotelle, la cassa integrazione ed i ristori in ritardo e a singhiozzo, il record europeo di disoccupati, il pilota più negativo del continente.

Al posto di Arcui il neo premier ha nominato il Generale Francesco Paolo Figliuolo, alpino, un fedele servitore dello Stato. Da sempre. Siamo certi farà meglio del suo predecessore. Anche perché fare peggio è praticamente impossibile

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