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Politica

Nuovo Dcpm di Draghi: ne fa le spese la scuola

Chi si aspettava un decreto «morbido» è rimasto deluso. Anzi. Il primo provvedimento a marchio Draghi, che entra in vigore il 6 marzo fino a Pasqua, è tutto all'insegna del rigore, in continuità con la passata gestione.

Che il metodo di governo sia cambiato, è evidente. Che non ci siano protagonismi, né fughe cesaristiche in avanti, come il Conte Bis ci aveva abituato, è altrettanto chiaro. Per il resto, chi si aspettava un dpcm «morbido» è rimasto deluso. Anzi. Il primo decreto a marchio Draghi, che entra in vigore il 6 marzo fino a Pasqua, è tutto all'insegna del rigore, in continuità con la passata gestione. Diciamo che a sfogliare il provvedimento, si vedono ovunque le impronte del ministro Speranza, che insieme al ministro Gelmini ha appena presentato il decreto in conferenza stampa.

Il cuore del nuovo testo è la stretta pesante sulla scuola. Su cui si è consumato uno scontro aperto: alla fine la cordata chiusurista si è imposta con prepotenza. Nella zona rossa lo stop alle lezioni sarà totale. Ma non finisce qui. Sarà possibile chiudere le scuole persino in zona gialla e arancione, nei territori ad «alto rischio contagio», cioè dove l'incidenza settimanale raggiunge i 250 casi ogni 100 mila abitanti. Il parametro scelto dal Cts potrebbe essere fallace, perché, come ha fatto notare Luca Zaia, penalizzerebbe le regioni che effettuano più tamponi. L'altra perplessità riguarda il fatto che in questo caso saranno comunque le regioni – e non il governo – ad avere la facoltà di chiusura delle scuole: con ciò perpetuando il rischio di ingenerare confusione. Secondo le proiezioni del sito Youtrend, oltre a Basilicata e Molise (zone rosse), in 44 province su 107 le scuole sono a serio rischio chiusura.

Stiamo parlando di un numero imponente di studenti, già sofferenti per mesi di reclusione, che saranno relegati nuovamente tra le mura domestiche con l'arrivo della primavera. E' indubbio che i numeri dei contagi sono allarmanti, e che occorre cautela: ma adesso è obbligatorio occuparsi degli aiuti alle famiglie. Stasera il governo ha promesso di stanziare fondi nel prossimo «decreto sostegno»: la speranza è che siano adeguati al sacrificio. Come faranno i genitori, già stremati da un anno di emergenza, a continuare a lavorare con i figli a casa? Come faranno le madri, che magari hanno già intaccato le ferie estive, a conciliare famiglia e lavoro? Come faranno le partite iva, i titolari di negozi, già martoriati dal lockdown?

I congedi certamente saranno indispensabili, ma restano strumenti non previsti per i lavoratori autonomi, né per chi usufruisce dello smartworking. Il rischio, tra l'altro, è che alla fine il settore privato si debba nuovamente accollare i sacrifici più pesanti rispetto al pubblico. Certamente è giusto essere prudenti di fronte al virus che rialza la testa: ma qualcuno si è preoccupato di evitare il default economico e mentale alle famiglie già in crisi di nervi?

Sullo stato di salute dei nostri ragazzi (e dei loro genitori) s'imporrà una riflessione, dal momento che in contemporanea prosegue la serrata dei centri sportivi e di ogni attività ricreativa (i proprietari di impianti sciistici possono dire addio alla stagione). Una cordata governativa voleva addirittura chiudere i centri commerciali insieme alle scuole, ma non si è arrivati a tanto.

Per il resto, la filosofia resta quella di sempre, basata divieto fondamentale di spostamento tra regioni. Mentre i ristoratori dovranno continuare a stringere i denti, visto che le richieste di governatori e associazioni di categoria di apparecchiare i tavoli per cena sono state respinte al mittente. Resta ovviamente il divieto assoluto in zona rossa di visitare parenti e amici, con un lockdown totale che in questo caso si estende anche ai parrucchieri.

L'unico spiraglio arriva per cinema e teatri, che dovrebbero riaprire - sempre che arrivino per tempo le linee guida - a partire dalla fine del mese. Si tratta di una mossa soprattutto simbolica, con capienza e orari ridotti: per dare un messaggio di ripartenza, perlomeno culturale. E' l'unica timida concessione, l'unico accenno di normalità: mentre l'economia italiana resta chiusa per Covid.

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