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La Camera dei deputati a Roma (Ansa).
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Politica

«Corsa al Quirinale: partiti sempre più distanti dal Paese reale»

Il sociologo Paolo Mancini denuncia l'autoreferenzialità del sistema politico italiano. Che, mentre ci sono ancora 378 morti di Covid al giorno, è trincerato dietro tatticismi e schermaglie. In un'elezione del Presidente della Repubblica che appare come una corsa di cavalli.

«L’elezione del Presidente appare del tutto interna alle élite, sempre più vicine a chi ha o avrà un ruolo diretto nella sua elezione». Il sociologo Paolo Mancini mette in risalto lo scollamento tra classe politica ed elettori, tra grandi elettori e cittadini della porta accanto. E aggiunge come «la notizia della sua elezione interessi molto meno l’uomo della strada», anche a causa dei «mutamenti radicali della struttura di fondo dei partiti». Originario di Foligno, classe 1948, Paolo Mancini è stato Professore ordinario di Sociologia delle comunicazioni presso il Dipartimento di Scienze politiche e direttore del Centro interuniversitario di comunicazione politica dell’Università di Perugia: studioso del rapporto tra sistema della comunicazione di massa e sistema della politica di massa, ha analizzato le campagne elettorali in chiave comparatistica. Il suo Manuale di comunicazione pubblica, (Bari, Laterza, 1996) fece ordine in una materia innovativa nel nostro Paese, mentre Comparing media systems beyond the western world (traduzione italiana Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali), scritto con Dan Hallin, professore di comunicazione all’University of California - San Diego, esaltò le correlazioni fra sistemi politici e sistemi di comunicazione. Rispondendo alle domande di Panorama.it, il sociologo della comunicazione ha interpretato il clima elettorale per l’elezione del Presidente della Repubblica, con una ricognizione sul sistema politico-mediatico italiano.

Professore, siamo nelle ore cruciali per l’elezione del Presidente della Repubblica.

«Mi permetta una nota comparativa: da molti anni, se non decenni, la campagna elettorale per le presidenziali americane è interpretata, letta e raccontata dai giornalisti, ai cittadini, come una horse race, una corsa dei cavali, esattamente come quanto sta accadendo da noi in queste ultime settimane».

Una formula originale per spiegare il clima d’opinione che si respira.

«Si tratta di una strategia di marketing penetrata anche da noi proprio in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica, come stiamo assistendo in queste ore: come la corsa dei cavalli coinvolge per pochi minuti animali, fantini e scommettitori, così la competizione tra una ristrettissima rosa di nomi, giocata per poche ore - il tempo di ogni singola chiama - focalizza l’attenzione dei cittadini, che non sono chiamati ad esprimere direttamente il proprio voto».

Sembra una corsa a ostacoli!

«È questione di coinvolgimento sociale ed emotivo: chi è in vantaggio? Chi raggiunge l’avversario? Chi vincerà? La metafora cui alludevo serve a coinvolgere emozionalmente il lettore e il telespettatore su un argomento che, viceversa, non vedendolo personalmente impegnato come elettore, potrebbe lasciarlo indifferente. Questo clima da “Sfida all’Ok Corral” porta al parossismo il focus della notizia».

Altro discorso per le tradizionali elezioni politiche.

«In quel caso a fare da sfondo sono soprattutto i partiti politici, chiamati direttamente in causa, con tutto il loro apparato di potere e di stimoli mediatici: non si tratta di singoli cavalli, ma di vere e proprie schiere di candidati».

Professore, il nostro è un sistema narrativo-mediatico particolare…

«Bastava dare un’occhiata a giornali e telegiornali dallo scorso lunedì, per rendersi conto di come la narrazione della competizione in corso permettesse di far emergere aspetti avulsi dall’ambito ristretto della vita politica. Tutta la vita attorno alla Camera dei Deputati, in Piazza di Montecitorio, è stata catapultata nel cuore dell’evento: bar e ristoranti trasformati in luoghi di interminabili riunioni notturne, appendici delle segreterie di partito».

Si tratta di un particolare escamotage mediatico?

«Certo, finalizzato a rendere più attraente e appetibile questo appuntamento elettorale, altrimenti destinato a rimanere relegato nella ristretta cerchia delle élites partitiche. Il format “Striscia la notizia”, ogni sera, presenta un frammento di immagine ripreso da un bar dell’area della Camera dei deputati, con l’inviato della trasmissione a conversare con un cittadino casualmente a passeggio o meglio con un azzimato personaggio della vita politica italiana come Clemente Mastella».

Significato?

«Un’indovinatissima tecnica di marketing utile per far uscire l’elezione del Presidente della Repubblica dai canoni della politica per politicanti ed avvicinarla alle percezioni dei cittadini, oltre che per vincere la competizione con le altre testate, in fatto di share. E’ la tecnica della drammatizzazione polarizzata: mettere in luce la distanza tra le varie candidature sin qui proposte per renderle attraenti, anche spettacolarizzando il ricorso a luoghi di quotidiana convivialità».

Professore, le prossime ore dovrebbero finalmente consegnarci il nuovo inquilino del Quirinale.

«Non dimentichiamo che di Presidenti della Repubblica eletti prima della sesta chiama ne abbiamo avuto praticamente la metà: nel 2013 proprio Giorgio Napolitano venne rieletto al sesto scrutinio. I due schieramenti, quanto a voti disponibili, equivalendosi, si sono praticamente polarizzati attorno a nomi rispettivamente graditi. E proprio in queste ore, stiamo assistendo alla sfumatura mediatica che più interessa a lettori e telespettatori: l’esaltazione del conflitto».

Sfumatura diventata la chiave di lettura.

«Anche nell’elezione del Capo dello Stato è penetrata quell’idea di perenne conflitto politico che sta ulteriormente spettacolarizzando quest’appuntamento. La chiave interpretativa che seguo da decenni è che sia molto più coinvolgente raccontare la difficoltà a raggiungere l’accordo che, invece, come i due schieramenti possano contare su forze praticamente equivalenti».

È la narrazione di un conflitto…

«Non possiamo prescindere dal sistema dei nostri mezzi di comunicazione che solo nell’immediatezza dell’appuntamento si sono letteralmente fiondati sull’evento con una ridondanza assolutamente scontata e praticamente chiassosa. I media fanno della competizione uno strumento per aumentare la propria audience, e la “corsa dei cavalli” serve a riempire di contenuti giornali e palinsesti».

In che senso, professore?

«Soltanto un paio di mesi addietro notavo, ad esempio, come Tg1 e Tg5, i format nazionali informativi più importanti, non avessero dedicato che rapidi passaggi all’elezione del Presidente della Repubblica, mentre i giornali da mesi dedicano pagine su pagine all’appuntamento elettorale».

Si tratta di indicare i destinatari della comunicazione di massa…

«È il processo di targettizzazione. Al telespettatore del Tg1, come a quelli della maggior parte dei telegiornali, le strutture informative non dedicavano continuativamente molto spazio alla vicenda elettorale del Presidente della Repubblica, a differenza di quanto accadeva, ad esempio, con il Tg di La7 che possiede una propria audience molto targettizzata in funzione di una élite educata, già socializzata alla politica».

E con la carta stampata?

«Stessa cosa, in quanto il target di riferimento è essenzialmente una élite già ampiamente educata e colta sui temi in questione: alla fine si tratta degli stessi uomini politici. Ecco perché la carta stampata continuava a dedicare almeno una pagina pro die all’elezione del capo dello Stato».

Anche i social imperversano…

«I social network guardano praticamente all’interno della propria cerchia di “friends” e “followers”: se c’è un dibattito sul Presidente, questo viene ad interessare quasi esclusivamente gli stessi elettori del Presidente, ovvero i 1009 “grandi elettori”, quella nicchia ristretta di nostri concittadini che stanno votando - loro e solo loro - il nuovo capo dello Stato. Non coinvolge l’anonimo navigatore della reta, l’utilizzatore internettiano della porta accanto».

Si tratta di autoreferenzialità socio-comunicativa?

«È la base del sistema dei media popolari italiani. Invito i lettori del vostro settimanale a verificare questa mia affermazione: soprattutto nei giorni passati, il dibattito politico sull’elezione del Presidente della Repubblica sulle pagine del Corriere della Sera piuttosto che di Repubblica o de La Stampa, è apparso del tutto interno a vere e proprie élites, sempre più vicine a chi ha o avrà un ruolo diretto nella sua elezione, interessando molto meno l’uomo della strada, il cittadino della porta accanto».

Peculiarità nostrane…

«Non c’è dubbio, anche perché ci confrontiamo con un sistema che appare sempre più ricco di fonti di informazione e di emittenti che generano, primariamente, il fenomeno della targettizzazione, la scelta mirata degli obiettivi da raggiungere e degli attori da coinvolgere all’interno del processo comunicativo. Ogni mezzo e ogni fonte possiede un proprio pubblico di riferimento».

Sistema ricco ma frammentato.

«È come se ogni medium scegliesse il proprio pubblico di riferimento cui parlare, lasciando da parte la generalità dei destinatari anonimi. Si tratta della frammentazione, che caratterizza la comunicazione politica contemporanea».

Professore, dove sta andando il giornalismo politico italiano?

«Da noi esistono persistenze e mutamenti: da un lato, il nostro intero sistema mediatico (stampa, televisione, social), rimane fortemente incollato alla politica, come se quest’ultima ne fosse una sorta di azionista di maggioranza, e lo spettacolo poco edificante dello stallo nell’elezione del Presidente della Repubblica ne è la prova».

E dall’altro?

«Questo sistema riflette i mutamenti radicali che hanno interessato i partiti politici: ciò che di quest’ultimi influenzava il sistema della comunicazione di massa, oggi non rimane che un vago ricordo per studiosi. Sino al crollo del Muro di Berlino, i partiti di massa avevano una struttura organizzativa marcata, oggi sostituita da una loro profonda personalizzazione».

Beh, in Italia, è così da una celebre discesa in campo del 1994…

«Con partiti e formazioni politiche che nascono e muoiono nel giro di pochissimo tempo, accade che il sistema mediatico ne sia stato marchiato a fuoco. Trent’anni addietro parlavamo di parallelismo politico, cioè di un rapporto strettissimo tra partiti di massa e mezzi di comunicazione di massa: in queste ore, con un Presidente della Repubblica che stenta a materializzarsi, emerge una forte partigianeria, legata alle singole personalità estremamente volatili».

Si riferisce alla «rose di candidati», pura élite politica?

«Lo sono i grandi elettori che stentano a dialogare, lo sono i partiti sempre più scollati dal paese reale. E lo dimostra che solo da qualche ora Letta e Salvini pare abbiano iniziato a parlarsi. E la pandemia, questa volta, non ha colpe, nonostante i 378 morti per Covid di ieri».

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