Politica

Conte, un premier lascia e raddoppia

Il suo ingresso nella stanza dei bottoni è stato organizzato tessendo relazioni con la sinistra, il Vaticano e l'Europa

Conte presidente del Consiglio

Giorgio Gandola

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«Io come presidente della Repubblica sono il garante della coesione nazionale». Era il febbraio scorso, un’era geologica fa, quando Giuseppe Conte a Potenza pronunciò quella che tutti definirono un’omerica gaffe e invece era un’aspirazione «dal sen fuggita». Il premier si era confuso sui ruoli promuovendosi sul campo, uscita al limoncello ma niente in confronto con i tunnel scavati con la fantasia da Danilo Toninelli. L’avvocato civilista si scusò come un allievo di seconda media e tirò dritto verso la rivoluzione anti-establishment nella quale non ha mai creduto. Men che meno dal periodo in cui (primavera scorsa) è entrato a far parte del partito di Sergio Mattarella, il vero presidente, suo sponsor politico attuale e gran burattinaio del ritorno in pompa magna all’ambigua Italia del compromesso storico che oggi ci sfila davanti agli occhi. A forza di vedere Aldo Moro passeggiare sulla spiaggia di Terracina in grisaglia nelle foto postate sui social in chiave anti-Salvini, Conte ha pensato di poterne rinverdire la magica stagione (1961, almeno c’era il boom economico). Un altro giro di valzer e si ricomincia.

Così oggi non è più mister pochette, non è più Arlecchino servitore di due padroni, non è più la colf del cambiamento, un segnaposto col ciuffo e neanche un pianista di piano bar, ma è diventato - parole e musica di Luigi Di Maio mentre tutto il Pd annuisce con soddisfatta gravità - «un grande interprete del nuovo umanesimo italiano». E allora chi è questo campione del trasformismo scambiato per un Francesco Petrarca del terzo millennio, che solo sei mesi fa veniva considerato dall’Europa un «burattino mosso da Salvini e Di Maio» (Guy Verhofstadt) e adesso è raffigurato nelle cancellerie e nelle sacrestie come un incrocio fra don Luigi Sturzo ed Enrico Berlinguer?

Si potrebbe rispondere parafrasando il filosofo progressista Toto Cutugno: «È un democristiano vero» che cavalca il miracolismo, fa surf sulle parole, pensa a ciò che dice ma non dice mai ciò che pensa. Ci sono due concetti che lo caratterizzano e ne indicano la cifra. Il primo lo espresse in tv davanti a Giovanni Floris per definire il governo Cinque stelle-Lega, cosiddetto populista: «Il popolo è la somma degli azionisti che sostengono questo governo». Il secondo lo precede da quando, una settimana fa, ha tracciato il perimetro del Ribaltone antipopulista: «Dovrò fare in modo che quella fra 5Stelle e Pd non sia semplicemente una somma. Ma un amalgama, una sintesi, una coalizione». Il minestrone di chiacchiere ribolle. C’è chi lo paragona trionfalmente all’Uomo senza qualità (quindi indispensabile) di Robert Musil, ma a noi sembra più il professor Bellavista di Luciano De Crescenzo, che davanti a ideologie e dogmi soleva dire: «Eppure è sempre vero anche il contrario».
Perfetto per la stagione italiana del brodo Cinque stelle-Pd, Giuseppe Conte sta tutto dentro una frase che tanti anni fa il settimanale satirico Il Male dedicò ad Achille Occhetto: «Siamo d’accordo su tutto, basta che non si parli di politica». E infatti lui, da quando è nato 55 anni fa a Volturara Appula (Foggia), non è mai stato sfiorato dalla tentazione. Trasparente, anzi invisibile. Tutt’al più riconoscibile per il curriculum gonfiato (alla New York University hanno smesso di cercare tracce del suo passaggio) e per l’appoggio del metodo Stamina di Davide Vannoni vietato dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) perché ritenuto non solo inutile, ma dannoso. Il giornalista del Corriere della sera, Tommaso Labate, riassunse con un tweet il pensiero di molti: «Aver sostenuto le ragioni di Stamina anche solo per dieci secondi, è più grave di una laurea falsa, di un cv falso, persino di una patente automobilistica falsa. Punto».
È bene ricordare tutto questo oggi, mentre da nuova icona della sinistra Conte attraversa sulle strisce di Abbey Road con i Beatles (è quello col volto di John Lennon). Come è bene rammentare che la prima a smascherarne le nascoste simpatie politiche fu Simona, studentessa di Giurisprudenza all’Università di Firenze, dove il bispremier insegnava diritto privato. A chi le domandava come la pensasse politicamente il relatore della sua tesi, rispose: «Non si è mai esposto, ma dal suo modo di pensare è sicuramente più progressista che conservatore. Come idee è più vicino al Pd che ai 5Stelle». Per questo piace a Mattarella, per questo il salto della quaglia è il suo capolavoro. Anche con i numeri non se la cava male: è suo il giochino della trasformazione del deficit da 2,4 a 2,04. Ed è ancora sua la decisione di passare da un contratto di 58 pagine (Cinque stelle-Lega) a uno di quattro ( Cinque stelle-Pd), lievemente più generico e manovrabile. Il trasformismo gli ha illuminato la carriera e lo ha messo a capo della dittatura dei competenti con la benedizione di Beppe Grillo. Ma finalmente Conte può definirsi a casa e non provare imbarazzo per quelle foto in cui abbraccia calorosamente in Parlamento Maria Elena Boschi. Le frequentazioni con i renziani duri e puri sono sempre state intense; a tal punto che Matteo Renzi non ha mai fatto mistero dei «messaggini d’incoraggiamento» ricevuti quando era primo ministro dal professore universitario, «entusiasta delle riforme che facevamo, della Buona scuola, del referendum».
Ora è tutto chiaro, mai stato neutrale. Parafrasando il suo stesso motto, Conte è sempre stato «l’avvocato difensore di una parte degli italiani», quella con cui governa oggi. Nessun problema, lo statista di Biarritz è sensibile al vento. Nessun problema, c’è sempre una seconda volta. Il primo febbraio 2019 disse: «Ci sono tutte le premesse per un anno bellissimo. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. Dentro il governo ci confrontiamo e andiamo tutti d’accordo». Era il primo a non crederci perché due mesi dopo avrebbe spiegato con ben diverso sussiego: «La politica economica non può essere affidata a una battuta». Come se quella battuta l’avesse pronunciata un altro.
Da quando, il 20 agosto, ha trascorso 40 minuti su 50 ad accusare il suo vicepremier di destra in Aula (per il resto ha parlato di moti ondosi e di biomimesi) a Conte si perdona tutto. Sindacati, associazioni di volontariato e Vaticano sono ai suoi piedi. I rapporti con la Chiesa sono ottimi da sempre e su questo asse lui ha saputo costruire buona parte della carriera e del consenso dentro le stanze del potere. Uno zio frate cappuccino, ma soprattutto il perfezionamento degli studi a Villa Nazareth a Roma, tempio del cattolicesimo democratico militante dove si respirano pensieri e parole di Oscar Luigi Scalfaro, del cardinale Achille Silvestrini, di Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, lo stesso Mattarella. È l’ala sinistra della Chiesa e oggi Conte ne è anche finanziatore.

Mentre Salvini imbracciava i rosari, il bispremier mostrava a Porta a Porta l’immaginetta di Padre Pio in favore di telecamera e tesseva porporate relazioni. Il momento decisivo, quello in cui scocca la scintilla, viene fatto risalire al 15 dicembre scorso, giorno dell’incontro con Papa Francesco in Vaticano. Neppure due mesi dopo il Conte bipartisan, equilibrista ed equivicino, si trasforma nel Signornò con la missione primaria di fermare la Lega. La megaconversione a U si nota subito nell’atteggiamento sui migranti. A un «prima» caratterizzato dalla necessità di fermare «i taxi del mare», segue un «dopo» a braccia aperte. Illuminante la frase sui 49 clandestini della Sea watch: «Se non li facciamo sbarcare, vado a prenderli io con l’aereo».
A quel punto lui stesso si trasforma in scaltro traghettatore. Può finalmente dichiarare di avere votato «per l’Ulivo di Prodi e poi per il Pd fino al 2013». Può intestarsi solidi rapporti con la Chiesa e può sorridere (rigorosamente in privato) davanti all’idea dei grillini di aprire il Parlamento come una scatola di tonno utilizzando un democristiano per apriscatole. L’incedere mellifluo e quell’eleganza da maître d’hotel sono rassicuranti anche per l’Europa dello spread e delle tasse; a Bruxelles sanno che lui farà sempre portare in tavola i piatti richiesti. Strepitoso nei baciamano ad Angela Merkel, da leggenda la spiegazione su come ha conquistato Donald Trump inducendolo all’endorsement: «Un giorno mi ha chiesto di un mio abito e gli ho suggerito il mio sarto napoletano. Da allora abbiamo costruito un rapporto».
Riesce a essere insieme il Gatto e la Volpe di Pinocchio, altro che segnaposto col ciuffo. E per questo mix di ecumenismo oratoriano e di statalismo rosé si avvia a diventare un Romano Prodi del diritto e del rovescio. Colui che dovrà arginare Salvini come il professore bolognese fece con Berlusconi; colui che dovrà far galleggiare la legislatura fino al 2022 perché sia ancora il centrosinistra a eleggere il nuovo capo dello Stato (guardacaso con Prodi in pole position).
Mentre lui leggeva in Senato l’atto di scioglimento del governo, Lucia Annunziata per prima lo sgamava su Huffington Post: «Un discorso con poco pathos, molto scolastico, da avvocato più che da politico. Ma sembra quasi una piattaforma per un Conte bis con il Pd». Bingo, il civilista pugliese passato dal Lungarno e dalle sacrestie, era pronto per il carpiato con avvitamento alla Klaus Dibiasi. Tutti giù per terra tranne lui, abile a riciclarsi come leader per tutte le stagioni. Da quel giorno il variegato mondo progressista è impegnato a togliere certi imbarazzanti post contro «la colf del cambiamento» dalle bacheche. Perché se è vero che la granitica coerenza è solo degli stupidi, cambiare più idee che mutande fa troppo marionetta.
Ora comanda lui, che si addormentò rivoluzionario e si è svegliato sacrestano. O meglio, comandano i suoi vecchi e potenti sponsor. Ma l’effetto sorpresa è finito e dovranno farlo alla luce del sole, operazione un po’ più difficile. Mentre la goffa definizione «nuovo umanesimo» viene replicata e campionata al mixer come un’omelia pronunciata da un jukebox a beneficio delle amate élite, la morale di questa vicenda tutta italiana sta dentro una frase in dialetto napoletano. «A guerra nun ’a vince chi è chiù forte, ’a vince chi è chiù brav’ a aspetta’». La pronuncia un altro Conte, Salvatore, boss malavitoso in Gomorra. Spietato ma molto religioso.
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