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Politica

Candidature del centrodestra, c'è la «fumata grigia»

Damilano a Torino, Michetti a Roma ma ancora nessuna certezza su Milano. Il centrodestra rischia di arenarsi sul più bello

Alla fine, più che la fumata bianca, è arrivata la fumata grigia. Il centrodestra ha trovato la quadra su Roma dopo l'ennesima riunione, ma soltanto dopo aver sudato sette camicie per sette Colli. La carta calata sul tavolo per la corsa al Campidoglio è quella dell'avvocato Enrico Michetti, in aggiunta all'ufficializzazione del nome di Paolo Damilano per Torino. Professore di diritto degli enti locali e tribuno radiofonico, Michetti era l'uomo proposto da Giorgia Meloni. Doveva essere un candidato civico, e così è stato. Doveva essere parte di un "ticket" all'americana, e anche questo pronostico è stato rispettato. Michetti infatti si candida a braccetto con l'alternativa che piaceva alla Lega, quella del magistrato Simonetta Matone, che correrà con lui come vice. Una mossa che tende a ottimizzare i consensi: da un lato la Matone ha un profilo più riconoscibile, dall'altro Michetti appare però più "trasversale", qualità che tornerebbe utile in caso di ballottaggio. L'obiettivo è quello di gonfiare, o perlomeno conservare, quel 43% di consensi che almeno sulla carta i sondaggi attribuiscono al centrodestra nella sfida capitolina.

La scelta di Michetti arriva dopo una trattativa infinita, frutto di un centrodestra che in termini di consensi vede sempre più appaiati Salvini e Meloni, due leadership affiancate con le medesime pretese. Rispetto alle maratone assembleari del centrosinistra, i partiti di centrodestra ci hanno abituato ad accordi più rapidi, e queste amministrative fanno eccezione. Ma è pur vero che, oggi come ieri, alla fine il centrodestra l'accordo sul nome unico lo trova sempre: mentre la sinistra (considerando l'ex maggioranza contiana Pd-Cinque Stelle), anche stavolta si presenterà divisa, perlomeno al primo turno.

Se da un lato la difficoltà a trovare nomi è diretta conseguenza di una conflittualità nella coalizione tutt'altro che latente, dall'altro bisogna registrare un fatto: trovare persone di buona volontà disposte ad accollarsi la poltrona di sindaco è sempre più complicato per tutti. Soprattutto vista la facilità con cui i primi cittadini vengono messi sulla graticola da norme sempre più vincolanti e dagli assalti a volte troppo spensierati di certa magistratura.

Resta il fatto che c'è ancora un rebus da sciogliere. La partita ancora in alto mare è quella di Milano, dove a rigor di logica Matteo Salvini dovrebbe avere adesso la golden share. Anche qui i papabili, Albertini in testa, sono saltati uno dopo l'altro. Se, come probabile, anche nel capoluogo lombardo, si applicasse il "metodo Michetti", probabilmente si chiuderà l'accordo per la candidatura del manager Oscar Di Montigny, genero di Ennio Doris. Anche se al momento restano in campo le alternative dei dirigenti Fabio Minoli Rota e Riccardo Ruggiero, i quali potrebbero essere imbarcati come seconde file nella sfida, se anche a Milano prendesse piede l'idea del "ticket manageriale" anti-Sala. L'alternativa è puntare invece su un candidato politico, al momento ipotesi in subordine: e in questo caso l'ex ministro Lupi sembra ancora la scelta più verosimile. Nonostante gli inciampi del centrodestra, la sfida è tutta aperta: e lo dimostra un sondaggio Tecnè, che un po' a sorpresa, prevede che Beppe Sala verrà sconfitto a prescindere dall'avversario che gli si parerà davanti. Ma la forbice è strettissima, segno che all'ombra del Duomo ci sarà davvero battaglia.

Se il centrodestra riuscirà a conquistare entrambe le metropoli, il trionfo avrà certamente sapore nazionale. Vorrà dire che la svolta draghiana di Salvini è stata accettata pienamente dall'elettorato. E che il doppio binario governo-opposizione, con Lega e Fi nell'esecutivo e Fratelli d'Italia a guardare da fuori, è una formula accettabile per il popolo del centrodestra. In vista di una ritrovata unità alle prossime politiche.

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