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(Ansa)
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Politica

La batteria scarica della campagna elettorale Pd, furgone compreso

Il mezzo con cui Letta voleva girare il Paese per conquistare elettori si è guastato, non serve aggiungere altro sulla già nera estate dei dem

Nella corsa alle elezioni più pazza dell’ultimo secolo, si registra nell’ordine un cappottamento in curva e un testacoda. Il cappottamento, o se vogliamo il precipitoso rientro ai box, è quello di Enrico Letta. L’agghiacciante camper elettrico che doveva essere il simbolo della campagna elettorale “green”, in quel di Alessandria ha iniziato drammaticamente a singhiozzare. Invano lo staff del segretario dem ha cercato di trasmettere energia alle macchine, ma senza risultati: non c’era nelle vicinanze una prolunga che potesse resuscitare il camioncino. La diagnosi è infausta, e politicamente azzeccata: batteria scarica. E così, il simbolo motorizzato metafora d’una campagna spompata, si è tramutato sostanzialmente nella fiat 127 di Fantozzi, o se vogliamo nella minuscola automobilina verde di Mister Bean. Il paradosso è che, tradito dal bus elettrico e prontamente salvato da due autostaffette smarmittanti diesel, il segretario dem ha avuto il cuore di proseguire il tour elettorale inneggiando al futuro ecologista. Con annessa giustificazione zoppicante degli spin doctor: “Vogliamo attirare l’attenzione sui problemi della mobilità sostenibile, denunciando la carenza di piazzole per la ricarica sulle strade del nostro Paese". Insomma, una perfetta rappresentazione dei dolori del partito democratico, costretto a trascinarsi nell’ultimo miglio elettorale con le pile a terra.

L’altra esibizione automobilistica, più che uno svarione di percorso, sembra piuttosto una prodezza motoristica. Un testacoda degno dei film americani, quelli dove nell’inseguimento si bruciano i semafori e con le ruote fumanti si innesta la retromarcia, si tira il freno a mano in corsa facendo guaire i pneumatici, tra lo stupore dei passanti. Alla guida c’è un pilota buono per tutti i circuiti: è passato dalla scuderia populista a quella europeista e viceversa. Parliamo ovviamente di Giuseppe Conte, che in televisione ha avuto il coraggio di dirsi orgoglioso di aver mandato armi in Ucraina, "armi che stanno permettendo la controffensiva. Non ci si può difendere con le mani nude da una tale aggressione”. Una frenata circense non da ridere, per chi fino all’altro ieri si professava leader pacifista. “Una politica al passo con i tempi aprirebbe oggi un dibattito sulla necessaria fine della corsa agli armamenti, non solo in Ucraina”, diceva per esempio Conte solo un mese fa. E oggi? Con sprezzo della decenza, il capo pentastellato che diceva “basta all’escalation degli armamenti” oggi invece “auspica una piena riconquista da parte degli ucraini dei territori occupati”. Una riconquista, s’intende, attraverso quelle armi che lui per primo si rifiutò di cedere, al punto da terremotare lo stesso governo Draghi. Tutto cancellato, con un colpo di freno a mano e un dietrofront sconcertante.

Siamo all’ultimo giro del gran premio della comicità, e si ha l’impressione che questa campagna elettorale somigli a quelle sit-com anni Ottanta, dove ogni giorno si azzerano le dichiarazioni della puntata precedente, e si ricomincia ex novo, con un’altra esilarante avventura. Leader dalla memoria cortissima, guidatori della domenica, che quando non deragliano, restano in panne. Se al camper Pd si esaurisce la batteria, a tutti gli spettatori si è già esaurita la pazienza.

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