Politica

Il mio "ping pong" con Andreotti

L'uomo simbolo della Dc compirebbe 100 anni in questi giorni. Lo intervistai ed ebbi la misura di quello che per lui fosse il potere

Giulio Andreotti

Giampaolo Pansa

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Qualcuno potrebbe chiedermi: «Caro il mio Pansa, ma quale diritto hai di scrivere anche tu sul conto di Giulio Andreotti? È vero che lo fanno in molti, dal momento che siamo nel centenario della sua nascita. Però il Bestiario non è mai stato interessato agli anniversari. È una rubrica corsara che osserva l’Italia senza troppo badare alle buone maniere...». Una risposta ce l’ho. Mi arrogo questo diritto poiché credo di essere stato l’unico giornalista a fare un incontro in diretta televisiva con quel leader politico, ritenuto da molti il più interessante, complesso e discusso fra i tanti boss dei partiti italiani. Accadde nel settembre 1982, la bellezza di trentasette anni fa, a Viareggio, durante la Festa dell’Amicizia, il parallelo bianco della Festa nazionale dell’Unità, quella del vecchio Pci. Allora avevo 47 anni, ero vicedirettore nella Repubblica di Eugenio Scalfari e anch’io assistevo sbigottito all’inferno italiano di quel tempo. I delitti si susseguivano ai delitti. L’ultimo ci lasciò tutti sbigottiti. La sera del 3 settembre la mafia assassinò il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il prefetto di Palermo, ed Emanuela Setti Carraro, la sua giovane moglie. Dopo quel delitto pensai che la Festa nazionale dell’Amicizia sarebbe stata rinviata. E il mio faccia a faccia con Andreotti l’avrebbero cancellato. Ma la Dc era anche un partito dai nervi d’acciaio e non mutò programma.

Arrivato a Viareggio, venni subito portato a salutare Andreotti che mi aspettava nella sua camera d’albergo. In quel momento aveva 63 anni compiuti, ma sembrava assai più giovane. Capelli nerissimi e coperti di brillantina, le famose orecchie ad ali di farfalla, la pelle del viso candida e lisca, la voce nasale, il tono freddo, ma cortese. Per rispetto verso un signore più anziano di me, gli chiesi se voleva conoscere gli argomenti sui quali intendevo
interrogarlo. Mi rispose di no e replicò, serafico: «Le sue domande le ascolterò quando saremo davanti al pubblico della Festa. E proverò a rispondere». Il tendone per il nostro ping pong era stracolmo. In prima fila stava Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc, accanto a lui Clemente Mastella e Franco Evangelisti, la spalla di Andreotti. A moderare il dibattito era stato chiamato Bruno Vespa, aveva 38 anni ed era il redattore capo del Tg1. Come arbitro dell’incontro fu bravissimo perché rimase sempre in silenzio. Chiesi subito ad Andreotti se non si sentisse un po’ in colpa per avere lasciato crescere, accanto a un’Italia democratica, anche un’Italia piena di misteri e di delitti. Il mio elenco non trascurò quasi nulla: lo scandalo del banchiere Michele Sindona destinato a morire in carcere per un caffè avvelenato, l’uccisione del giornalista Mino Pecorelli, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, un eroe civile, la morte violenta del banchiere Calvi, il delitto Moro e, ultima in ordine di tempo, l’uccisione del generale Dalla Chiesa. E gli domandai se, da big della Balena bianca, non si sentisse un po’ in colpa per tutto quel sangue versato.
La sua risposta fu andreottiana al massimo: «Neppure il Padreterno era riuscito a creare un paradiso terrestre senza difetti, come dimostra la faccenda della mela offerta da Eva ad Adamo. Per l’Italia bisognava fare un consuntivo sul tempo lungo. Allora si sarebbe visto che il bilancio della Democrazia cristiana era positivo». Provai a insistere: «Davvero non si sente in colpa neanche un poco?». Andreotti ribadì: «Neanche un poco». E aggiunse: «Come democratico e cristiano mi sento profondamente orgoglioso dell’Italia che abbiamo costruito dal primo dopoguerra a oggi». Gli spiegai nei dettagli perché la sua risposta non mi convinceva. Ma fu come gettare un bicchiere d’acqua contro una roccia. Giulio non si scompose né in quel momento né dopo. In seguito qualche giornale scrisse che avevo messo in difficoltà il dicì più astuto d’Italia. Ma non era vero. Ogni volta che tentavo di farlo, la roccia respingeva i miei assalti. Difese tutti i dicì siciliani, a cominciare da Salvo Lima. E respinse sarcastico le accuse di Bettino Craxi che descriveva il divo Giulio come il burattinaio di Licio Gelli, il capo della Loggia massonica P2. Quel giorno compresi che Andreotti era davvero un chiodo da mordere anche per un giornalista senza collare come il sottoscritto. Il suo stile dovrebbe essere studiato dai big politici di oggi. Parlo di signori come Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Gente che urla, minaccia, sproloquia, promette a vuoto, disprezza gli avversari ed è sempre lì a dichiarare.

Per tutto il nostro lungo ping pong il grande Giulio fu imbattibile. Sempre freddo, sfuggente, ironico. Non aveva mai tradito il minimo fastidio per le mie domande. A quelle più scomode si era ben guardato dal rispondere, pur fingendo di farlo. Un vero campione nel rivoltare la frittata che gli presentavo. Ma capace di sparale grosse, con quella sua voce nasale sempre uguale, con il tono di chi offre una verità ovvia, banale, ma inconfutabile.

Per quel che riguardava il potere mafioso che stava sparando e minacciando un pezzo importante dell’Italia politica, da quel ping pong ricavai un’impressione precisa su Andreotti, giusta o sbagliata che fosse. A lui non importava niente della mafia. La considerava un male incurabile contro il quale risultava inutile accanirsi. Era soltanto il suo cinismo? Oppure una constatazione dettata dalla certezza che l’umanità doveva convivere con
il male? Confesso di non sapere rispondere

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