Politica

1919-2019, alle radici del fascismo

Antiborghese, dirompente, fu l'unico movimento che rese voce e dignità all'Italia uscita distrutta dalla I^ guerra mondiale

25 luglio Marcia su Roma fascismo Mussolini

Due movimenti come il fascismo in Italia e il nazismo in Germania maturarono nello stesso contesto sociologico che seguì la Prima guerra mondiale. Anche se potrebbe non piacere, Benito Mussolini e Adolf Hitler sono i figli primogeniti di quel conflitto. Nel 1918 l’Italia, pur formalmente vittoriosa, non ebbe motivo di rallegrarsi. Le regioni del Nord-est si trovarono diroccate. Nel Veneto, 135 mila edifici ridotti a macerie con 300 municipi, 90 scuole e 70 ospedali. Ipotizzabile che, per riprendere una vita decente, occorressero decenni. Senza casa e senza lavoro perché l’economia agricola era annientata e inesistente quella industriale. A Trieste già litigavano italiani e slavi. A Trento qualche accenno di festeggiamenti, ma silenzio a Bolzano. Prima della guerra, uno scellino valeva due lire. Dopo, per una lira occorrevano due scellini. La vittoria si era mangiata i tre quarti del patrimonio. Solo con un coraggio che si avvicini all’impudenza, è possibile sostenere che la guerra mondiale si concluse con un «successo» per l’Italia. E, infatti, unico Paese vincitore (sulla carta), si trovò ad affrontare gli stessi travagli degli sconfitti.

Le sofferenze, al fronte, erano state spropositate. Ma anche chi era rimasto a casa aveva affrontato quattro anni d’inferno. I soldati, vessati da una disciplina militare oltre l’umano, esposti al fuoco dei nemici e alle angherie dei superiori, tornarono - quelli che tornarono - piagati nel fisico e nel morale. Erano per la stragrande maggioranza contadini che avevano abbandonato il lavoro nei campi. A lavorare la terra dovettero pensarci le loro donne, costrette anche a sostituire gli autisti e i tramvieri, i netturbini e i manovali, gli impiegati delle poste e gli stradini.

Ognuno di quei milioni di poveracci si convinse di aver maturato un credito che gli sarebbe stato onorato rapidamente. A mezza bocca avevano persino promesso che ci sarebbe stata una distribuzione di terre per cui i mezzadri e i salariati giornalieri avrebbero potuto diventati proprietari. Piccoli appezzamenti, s’intende, ma che si sarebbe trattato di un miglioramento era del tutto evidente. Invece, per una riforma agraria, fu necessaria la Seconda guerra mondiale. Solo nel 1950 Antonio Segni, allora ministro dell’Agricoltura e futuro presidente della Repubblica, patrocinò una legge per ridurre i latifondi a favore dei contadini. Ma dopo il primo conflitto mondiale la vittoria obbligò quei milioni di poveracci a fare i conti con la propria miseria e -peggio- a vedere che un manipolo di profittatori era riuscito ad arricchirsi a dismisura, rubando sulle forniture militari e speculando sulle fatiche dei soldati. I rancori, altro che sopirsi, andarono ingrossando.

Il clima d’insoddisfazione si propagò su scala esponenziale diventando (prima) insofferenza e trasformandosi (poi) in ribellione. Sulla base di queste recriminazioni, un gruppo di reduci si riunì, a Milano, in un salone messo a disposizione dall’Unione degli industriali lombardi. In piazza San Sepolcro. Nacquero i «fasci di combattimento» con propositi bellicosi: ognuno di loro si era mostrato impavido nella trincea, non si sarebbe lasciato spaventare dai politicanti di casa nostra.

Leader indiscusso del movimento: Benito Mussolini che, in quella occasione, fu omaggiato da un poema «breve» di Filippo Tommaso Marinetti scritto, secondo i canoni del «futurismo», senza punteggiatura». «Il Duce in primo piano il Duce potenza irradiante fuor da un corpo solido elastico pronto allo scatto senza pesi né abitudini per un continuo pensare volere decidere agguantare schiacciare respingere accelerare verso la nuova luce Il suo pugno stringere idee pratiche e audacie indispensabili Geometria dei suoi gesti resi eleganti dall’entusiasmo nel cesellare rompere riplasmare e la voce li prolungava sferzando ironica o tagliando analisi in sintesi nette Minaccia ed estasi intorno alle quadrate pause mussoliniane che nel soffitto burocratico facevano tremare antiche prudenze e meticolose avarizie di bilanci».

Ma, al di là delle stravaganze letterarie, quella gente rappresentò l’avanguardia del partito fascista che cominciò da lì la sua rincorsa per la conquista del potere. Potere che stava agonizzando senza riuscire a venire a capo di questioni che, altro che sbrogliarsi, andavano intricandosi maggiormente.Per esempio, pessime notizie da Versailles dove erano in corso le trattative di pace. Il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson sembrò muoversi sull’onda di nobili sentimenti. Individuò 14 punti che avrebbero dovuto assicurare giustizia, libertà e civiltà, ma non riuscì ad andare oltre l’enunciazione delle buone intenzioni. Arrivò in Francia con uno stuolo di mille esperti che però, dell’Europa, conoscevano soltanto i diagrammi e le statistiche da essi stessi prodotti. Gli splendidi propositi americani, a contatto con la rigida realtà del dopoguerra, si trasformarono rapidamente in fastidiose utopie.

Ognuno degli Stati vincitori coltivò una propria strategia di rivalsa nei confronti degli sconfitti ma senza concedere troppa soddisfazione agli alleati. Il più duro di tutti? Georges Clemenceau, presidente della Francia che, non a caso, soprannominarono «il tigre». Di conseguenza, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando si trovò come il vaso di coccio fra quelli di acciaio. Già allora, l’Italia sedeva al tavolo con le potenze mondiali ma occupando la seggiola del parente povero. Queste negarono che potesse aspirare a concessioni che andassero oltre le intese siglate alla vigilia del conflitto e, per la verità, stentarono a riconoscere anche ciò che faceva parte degli impegni già sottoscritti. Per reazione, la delegazione di Roma abbandonò il tavolo delle trattative. Ritenne, sbagliando, che quel gesto polemico favorisse un ripensamento degli alleati. Che al contrario si accordarono fra loro, a scapito delle pretese degli assenti. Orlando, sconfitto sul piano diplomatico, non ebbe alternativa se non dimettersi dall’incarico. La crisi politica risultò lo specchio di una crisi sociale, già ampiamente in atto. Era stato inutile sconfiggere gli austriaci, protestarono, la vittoria era stata «mutilata» e, dunque, «tradita».

I fascisti, a queste recriminazioni, diedero voce e lo fecero in un contesto meglio organizzato.Un luogo comune li vuole «conservatori» e genericamente «di destra». Invece, posto che in seguito assimilarono caratteristiche reazionarie, all’origine si presentarono con convinzioni programmatiche del tutto differenti. Il fascio e i fasci rappresentarono uno sviluppo delle leghe operaie e venivano dalla sinistra. La camicia nera era diffusa, da sempre, nelle campagne e nelle fabbriche, specialmente della Romagna. Era stata scelta da contadini e operai perché teneva lo sporco e poteva essere usata per più giorni. Con quella bianca era impossibile. Ispirarsi a quel colore significò scegliere una matrice populista e indicare un riferimento al proletariato. Poi l’artista futurista Fortunato Depero esagerò sostenendo che era «a prova superchimica e superguerriera, elastica nella casa, rigida nella cerimonia, imperforabile alla mitraglia, cucita coi pugnali, abbottonata coi bulloni».

Quello «Sansepolcrista», in origine, non è catalogabile in un progetto tradizionalmente moderato. Proposero il suffragio universale, quando tutti i governanti erano preoccupati di far votare poca gente per essere certi di tornare in Parlamento con il minimo sforzo. Ipotizzarono l’avvento di una repubblica, mentre l’aristocrazia, con tutti i suoi titoli nobiliari e le patacche da esibire per le feste comandate, faceva a gara per stare un po’ più vicino alle altezze reali. Immaginarono l’abolizione della leva obbligatoria, la giornata di 8 ore, la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa, i consigli di fabbrica, le libertà civili e politiche, la parità dei sessi. Le femministe si trovarono, perciò, d’accordo con Mussolini mentre le borghesi storsero il naso. A piazza San Sansepolcro si presentò Margherita Sarfatti, rossa come il colore dei suoi capelli, ribelle come i ricci che le cascavano di traverso sulla fronte. Veniva da una ricca famiglia veneziana e poteva scegliersi il destino: volle scrivere sull’Avanti! e sul giornale La difesa delle lavoratrici.

Con lei Regina Terruzzi, insegnante che, al contrario, aveva origini modeste ma credeva nella promozione sociale. E Ines Donati che, nel 1920, fu fotografata a Roma mentre spazzava le strade per boicottare lo sciopero dei netturbini. La gente «di sinistra» si trovò, di gran lunga, in maggioranza e, fra loro prevalsero i più estremisti: il repubblicano Armando Casalini, il sindacalista rivoluzionario Edmondo Rossoni, il socialista arrabbiato Ottavio Dinale, l’agitatore bresciano Augusto Turati, l’anarchico di Bologna Leandro Arpinati. Le statistiche dicono che, in quei primi vent’anni, vennero distrutte e bruciate 110 camere del lavoro, 83 leghe operaie, 151 circoli socialisti e 59 «case del popolo». Ma non si può ignorare che gli assalti furono ispirati e, spesso, fisicamente guidati dagli stessi che in quei circoli occuparono ruoli di responsabilità senza però riuscire a incidere, come avrebbero voluto. Avevano predicato la rivoluzione e la rivoluzione avevano sognato, senza che fosse possibile realizzarla. Il fascismo sembrava offrire loro questa opportunità. Come resistergli?

La sinistra, anche quella ufficiale, fu lungamente suggestionata dall’esperimento di Mussolini.Se occorreva buttare tutto all’aria… beh… lui lo stava facendo. Pietro Nenni, in un primo momento, fu accanto al duce e comparve fra i fondatori del fascio di Bologna. Poi, quando comprese la piega che prendeva il partito, abbandonò tutto e scappò in Francia. I travagli, i ripensamenti, gli abbandoni e i ritorni segnarono parecchie biografie. Eucardio Momigliano che, nel 1946, alla fine della guerra, pubblicò una «storia tragica e grottesca del razzismo fascista», presenziò a Sansepolcro. Augusto Monti, padre della futura dissidenza di Torino, nel 1926 firmò un articolato saggio sul «fascismo, partito di Stato». Il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris collaborò a costruire il sindacato nero e poi aderì, anche lui in Francia, al raggruppamento antifascista. Come lo scrittore Ardengo Soffici. O come il pittore Ottone Rossi.

A conferma della radice «di sinistra», i fascisti si imposero più velocemente nelle terre rosse di Rovigo, Bologna, Ferrara, Pavia, Torino. A Cremona, per affermarsi, Roberto Farinacci dovette prima sbarazzarsi delle cooperative bianche di Guido Miglioli. Quello fascista s’impose come atteggiamento antiborghese, sprezzante, forse anche spaccone. «E la corrente elettrica/ l’è una corrente forte/ chi toccherà i fascisti/ pericolo di morte».

Il «me ne frego» e tutto l’armamentario di teschi e tibie incrociate venivano dal repertorio anarcoide. «Ce ne fregammo un dì della galera/ ce ne fregammo della brutta morte». Alla caduta di Mussolini, quelle stesse città che erano sembrate nere con maggiore determinazione, diventarono comuniste, a stragrande maggioranza. Ma vent’anni dopo, con un’altra storia.

(Lorenzo Del Boca)

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