A chi piace il nulla di fatto sul nucleare iraniano
Ansa: EPA/Abedin Taherkenareh
A chi piace il nulla di fatto sul nucleare iraniano
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A chi piace il nulla di fatto sul nucleare iraniano

Gli accordi internazionali di Vienna slittano ancora. Un insuccesso che piace a Israele e sauditi. Ecco perché

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La voce che giunge in queste ore dall’Austria parla di un rinvio, tecnicamente definito “estensione degli accordi”, di quell’intesa storica sul nucleare iraniano che doveva essere raggiunta oggi tra Iran da una parte e Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina, Francia e Germania dall’altra, nella veste dei P5+1. Come tutti sanno, e come i funzionari del governo americano ripetono da un anno a questa parte, l’obiettivo dell'accordo con l’Iran è limitare il programma nucleare di Teheran in cambio di un alleggerimento delle sanzioni al Paese Islamico. Alcuni passi in avanti sono stati fatti in questo arco di tempo.

Delegazioni del P5+1 si erano già attovagliate a più riprese con gli omologhi iraniani in quel di Ginevra, per tentare di risolvere una questione cara tanto all’Amministrazione Obama - alla perenne ricerca di risultati storici per non finire nell’oblio di due mandati inconcludenti - quanto al regime degli Ayatollah, che governa un popolo affamato e bisognoso di tutto. Sinora, complici i buoni auspici di raggiungere una sintonia entro la notte del 24 novembre 2014, i P5+1 avevano allentato alcune importanti sanzioni imposte sulla Repubblica Islamica, liberando dall’embargo beni e proventi delle risorse petrolifere per 4,2 miliardi di dollari, e togliendo i divieti alle compagnie aeree e all’industria automobilistica, che ora sono libere di trafficare anche con l’Occidente.

Le reazioni al mancato accordo
Le varie giustificazioni delle delegazioni occidentali sul probabile mancato raggiungimento dell’obiettivo non riescono tuttavia a frenare la delusione dell’opinione pubblica e il giudizio severo che ne deriverà, soprattutto se verrà stabilita una nuova data, troppo lontana nel tempo. Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha detto in queste ore che “se l'Occidente non fa richieste eccessive, un accordo è a portata di mano” ma la realtà pare un’altra. L’ultima speranza è appesa all’arrivo intempestivo del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, giunto a Vienna solo oggi, giusto in tempo per la foto di gruppo ufficiale.

 Che da Pechino giunga la soluzione al fotofinish è difficile però immaginarlo e non molti, Obama in primis, vedrebbero di buon occhio il crescente protagonismo del governo comunista cinese, soprattutto in tema di trattati nucleari. La comparsata tardiva di Wang Yi pare piuttosto suggerire la poca affidabilità che Pechino dà al tavolo diplomatico viennese.

 Ad aggiungere imbarazzo al fallimento diplomatico dei P5+1 è però un altro accordo, quello firmato una settimana fa tra Mosca e Teheran per la costruzione di altri otto impianti a energia nucleare, da sviluppare grazie alle tecniche degli ingegneri russi e con il loro uranio.

I repubblicani USA contro Teheran
La notizia, passata quasi sotto silenzio, deve aver influito pesantemente, soprattutto sul giudizio del Congresso americano dove i repubblicani, che come noto hanno appena sfilato al presidente Obama il controllo di Camera e Senato, sono i primi a voler boicottare qualsiasi accordo con l’Iran.

 Influenti membri del GOP, il Grand Old Party alternativo ai democratici, hanno già dichiarato che si opporranno alla concessione di ulteriori incentivi e che, anzi, proporranno di imporre nuove sanzioni a Teheran nei prossimi mesi, forti della loro maggioranza. A fargli da sponda troviamo anche Arabia Saudita e Israele, entrambi contrari a che l’Iran acquisisca capacità nucleari di dubbio utilizzo.

 Se la posizione israeliana è nota (il premier Netanyahu ha nel cassetto della scrivania anche piani segreti per bombardare i siti nucleari iraniani), per comprendere meglio la percezione della questione nel Golfo Persico basta segnalare come il principe Saud al-Faisal, ministro degli Esteri saudita, abbia visitato “informalmente” Vienna durante il fine settimana.

 

Faisal ha avuto un colloquio privato con il Segretario di Stato Usa, John Kerry, a bordo di un aereo parcheggiato sulla pista dell’aeroporto della capitale austriaca, nonostante il suo Paese non sia coinvolto nei colloqui. Riad teme l’avvicinamento di Teheran a Washington e farà di tutto per avversare un accordo che sposterebbe a favore degli sciiti iraniani il rapporto di forza in Medio Oriente, a discapito del mondo sunnita (di cui Riad è principale esponente).

 

Da Ginevra a Vienna
Un anno fa a Ginevra tutti i partecipanti ai colloqui avevano intravisto la possibilità di risolvere un problema concreto che avrebbe potuto potenzialmente causare una guerra catastrofica in Medio Oriente, opponendo anzitutto Iran e Israele.

Oggi, però, un’altra guerra infuria in buona parte di questa regione e l’Iran ne è pienamente coinvolto, stavolta dalla parte dei “buoni”, dal momento che ha messo i fatidici “boots on the ground” in Iraq per frenare l’avanzata dello Stato Islamico, raggiungendo un accordo - questo sì storico - con gli Stati Uniti.

Dunque, mentre si profila all’orizzonte un nulla di fatto, le questioni pregnanti per Washington e Teheran restano altre e si concentrano soprattutto sulla gestione del dopoguerra in Iraq e Siria, mentre il nucleare può attendere.

Anche se nei corridoi di Capitol Hill si continua a dire che “il processo in corso non può continuare per sempre”, le ultime notizie lasciano supporre che l’intesa finale sarà procrastinata sine die.

Sembra un po’ di rivedere in tutto ciò il balletto internazionale sugli accordi per la nascita dello Stato palestinese, un feticcio che quasi tutti sbandierano ma che nessuno s’impegna davvero a portare a termine.

 

Vero è che in questo tempo sono stati fatti più progressi che mai nelle relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran, ma questo deludente stop - tutt’altro che imprevedibile - potrebbe avere conseguenze

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