Pdl, tre facce ma una sola guida
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Pdl, tre facce ma una sola guida

Perché, al di là delle divisioni, il centrodestra non può oggi fare a meno di Berlusconi

Che cosa divide in realtà i governisti dai lealisti o dai «convintamente e non diversamente berlusconiani» del Pdl? Bando alle ipocrisie. La risposta a due domanda chiave: Silvio Berlusconi continuerà ad essere effettivamente il leader del centrodestra, un leader, anche dal «carcere» dei servizi sociali, insomma metodo Nelson Mandela o Julia Thimoschenko? E ancora: la stella polare resterà il berlusconismo o un moderatismo neocentrista?

Non vige per fortuna il pensiero unico nelle due aree pdl. Ma i governisti al netto sembrano dare Berlusconi ormai sulla via del tramonto.  Lo si evince tra le righe  di alcune dichiarazioni seppur sfumate e garbate di Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello. Del resto, chi scrive è testimone del fatto, che ancora prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio, quindi molto prima della sentenza Mediaset, nei capannelli del Transatlantico c’erano deputati peones pdl che già davano il cavaliere per spacciato. Salvo essere rieletti alcuni di loro proprio grazie al successo del Cav che impedì a Pier Luigi Bersani di diventare presidente del Consiglio. Erano i giorni antecedenti al convegno di Italia popolare, dove andarono molti degli attuali governisti. Convegno che ebbe il sostegno di colui che è ritenuto il loro leader, il vicepremier Angelino Alfanno. Come sono andate le cose in seguito lo sappiamo. Ed è anche ormai stranota la volontà del Cav di non mollare: «Non muoio neanche se mi ammazzano», ha promesso, usando il motto di Giovannino Guareschi,  a tutti (soprattutto a chi ancora una volta sembra apprestarsi a fargli i «funerali» politici), Berlusconi nell’intervista esclusiva al direttore di Panorama, Giorgio Mulè (N. 42) del 9 ottobre.

Ed anche all’altra domanda sul fatto se la linea debba essere il berlusconisno o il neocentrismo i governisti sembrano propendere, pur tra mille distinzioni e sfumature, per il no alla sopravvivenza del berlusconismo. Certamente un ex dirigente del Garofano come Cicchitto, intellettuale raffinato, non vorrà mica morire democristiano. E questo probabilmente anche il ministro Quagliariello. Ma mentre Raffaele Fitto che capeggia i lealisti nella lettera a Il Giornale di lunedì 14 ottobre ribadisce che la stella polare è il berlusconismo, il ministro delle Riforme invoca, sempre su Il Giornale di martedì 15 ottobre,  la linea realista delle larghe intese proprio per realizzare riforme come quella della Giustizia, bandiera del berlusconismo. Salvo che della riforma delle riforme non è  al centro del tavolo che sta studiando la modifica della seconda parte della Costituzione. 

Fitto, invece, ribadisce la linea del berlusconismo: riforma della Giustizia, e quindi riequilibrio dei poteri in un paese dove la magistratura o meglio certa magistratura che ha preso il sopravvento sulla politica; bipolarismo; meno tasse; poteri veramente decisionali e quindi una chiara e netta scelta presidenzialista. Riforme sulle quali anche i governisti a parole concordano, ma che secondo i lealisti sono annacquate dalle Larghe intese.

Insomma Fitto, e con lui pezzi da novanta come il coordinatore Sandro Bondi, intendono riprendere in mano la bandiera vera di Forza Italia. Perché, come sostengono, tutti i tentativi di fare il nuovo centro hanno sempre partorito centrini.  

Berlusconi uno e trino e il berlusconismo uno e trino, infatti, in questi vent’anni hanno rappresentato e continuano a rappresentare non solo il centrodestra, ma un centrodestra- sinistra. Dove per sinistra si intende quella moderna del Psi di Bettino Craxi, che lanciò la Grande Riforma presidenzialista, e  che ha portato al Cav quasi l’80 per cento dei voti craxiani. Ma nel centro-destra-sinistra del Cav per sinistra  si intende anche quella ex Pci. Il Pd rappresenta ormai meno del Pdl gli operai. E il lealista Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto a Panorama.it ricorda: «Forza Italia al Petrolchimico di Porto Marghera prese l’85 per cento dei voti, quasi tutti di ex comunisti, che videro in Berlusconi e nelle sue ricette un volano di emancipazione sociale». E ancora è un po’ così. Sopravvisse il gaullismo al generale De Gaulle, e sopravviverà anche il berlusconismo ma con lo stesso Berlusconi leader? Probabilmente sì. Anche perché la polizza sulla vita politica al  Cav, già di suo dalle sette vite, gliela dà ancora una volta una sinistra mai riuscita a sdoganarsi dal conservatorismo catto-comunista.

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