Renzi punta a una nuova Dc
PAOLO CERRONI / Imagoeconomica
Renzi punta a una nuova Dc
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Renzi punta a una nuova Dc

Dietro il cambio improvviso di impostazione della legge elettorale c'è l'idea di governare indisturbato. Altro che bipartitismo

Più che il Partito della Nazione è, per rendere più esplicita l’operazione di Matteo Renzi, la nuova Democrazia cristiana, quella degli anni 2000. Ovvero il partito interclassista, che piglia tutto, dai ricchi ai poveri, dagli operai agli imprenditori, dai giustizialisti agli antigiustizialisti, dai liberali agli statalisti. Il tutto tenuto assieme da una melassa destinata a governare però un paese in miseria e con scarse speranze, completamente diverso da quello che, con Amintore Fanfani, si accingeva a fare l’Autostrada del Sole. Come la Dc per governare a lungo, per essere almeno per un decennio il sole attorno al quale ruotano i satelliti degli altri partiti, Renzi ha in mente il taglio delle ali. Al centro il suo nuovo Pd, o Partito della Nazione che dir si voglia, ai lati le opposizioni estreme di destra e sinistra. Insomma, da una parte quel che resta del partito di Nichi Vendola, Sel, della minoranza interna Pd se farà la scissione e tutti gli altri gruppetti antagonisti; dall’altra parte una destra sempre più vicina a Marine Lepen dominata dalla Lega Nord e magari alleata di Fratelli d’Italia. Sullo stesso versante potrebbe trovarsi il Movimento di Beppe Grillo, però considerato ormai in via di disfacimento.

Insomma, il sogno di Matteo è quello di governare indisturbato e a lungo, dall’alto del premio di maggioranza che darebbe al suo partito una legge elettorale diversa dall’Italicum (che invece premia le coalizioni), con opposizioni destinate a restare su posizioni residuali, incapaci di incidere sul suo sistema di potere. È ovvio che se Renzi e il suo nuovo Pd non possono essere paragonati ancora alla Dc, neppure la sinistra che un giorno gli farà opposizione dall’esterno potrà mai avere la forza del vecchio Pci.

L’opposizione sul fianco destro sarebbe comunque meno residuale del vecchio Msi di Giorgio Almirante e poi di Gianfranco Fini. La forza della Dc consisteva nel cosiddetto fattore K, che imponeva alle forze moderate di allearsi con lo Scudo crociato contro il "pericolo rosso". La forza di Renzi consiste nella desertificazione del quadro politico. Un vuoto provocato dalla persecuzione giudiziaria con la quale Silvio Berlusconi è stato perfino fatto decadere, su due piedi, da senatore, grazie all’applicazione retroattiva della legge Severino, dopo la condanna Mediaset.

Il dilemma di Forza Italia sul "che fare" a proposito del cambio della legge elettorale non può prescindere da questo. Secondo alcuni sondaggi, FI è in caduta, dal 17 per cento delle europee è al 14, starebbe cedendo voti a Renzi, ma al Nord soprattutto alla Lega. Se dovesse restare una forza del 10 o 12 per cento, alcuni osservatori, ricalcando sempre gli schemi della Prima Repubblica, la immaginano già nel ruolo del Psi di Bettino Craxi, che incentrò la sua sfida in un rapporto di competizione-collaborazione. Il vero senso dell’operazione "nuovo Pd" sembra davvero diverso dal bipartitismo invocato dal premier. L’obiettivo suona come quello di morire democristiani, senza la Dc. Anzi, renziani.              

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