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Pamela Mastropietro e le vittime di serie B

Si parla tanto di violenza sulle donne poi però come nel caso della giovane stuprata ed uccisa da uno spacciatore nigeriano, si difendono più i carnefici che le vittime

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hissà perché i loro nomi non compaiono mai nel lungo elenco di vittime pubblicato dai giornali. Anche il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, sono andato a cercarli. Ma pure nell’occasione di una ricorrenza voluta per ricordare gli omicidi di sesso femminile né Pamela Mastropietro né Desirée Mariottini, due ragazze assassinate nel peggiore dei modi, sono state ritenute degne di essere menzionate nella Spoon river delle martiri. Eppure era il loro giorno, il giorno dedicato ai femminicidi. Ciò nonostante il circo Barnum dell’informazione ha preferito lasciare che le loro storie rimanessero confinate nel mondo delle tenebre, dimenticandole. Come se associare quelle due vite spezzate al destino tragico di donne ammazzate dai compagni fosse una profanazione. Anzi, quasi se si giudicasse ingiusto mettere sullo stesso piano l’assassinio delle due da parte di spacciatori ed extracomunitari con quelli commessi da mariti e fidanzati.

Nell’intervista che troverete in questo numero di Panorama, la madre di Pamela, la diciottenne drogata, stuprata, uccisa e fatta a pezzi due anni fa, a Macerata, da un pusher nigeriano, racconta il suo dolore. Non soltanto per l’assassinio di una figlia, massacrata in modo atroce, quasi fosse carne da macello, ma per l’indifferenza che la sua morte sembra aver suscitato in molti ambienti, politici e non solo. Le frasi sono urticanti. Perché la madre della giovane andata incontro a una fine tremenda testimonia come ci siano vittime di serie A e altre di serie B. Anzi, Alessandra Verni dice senza mezzi termini che c’è chi ha pietà del carnefice e non della ragazza che è stata uccisa e scarnificata. Pamela era quella che definiremmo una tossica. Una ragazzina fragile, che a un certo punto della sua vita si era persa, iniziando a fare uso di droghe a causa di una patologia psichiatrica borderline. La madre, una donna che con il proprio lavoro l’aveva cresciuta, certo non immaginava che proprio a pochi chilometri dalla comunità terapeutica che avrebbe dovuto aiutarla a disintossicarsi, Pamela avrebbe incontrato la morte.

Pamela aveva bisogno di drogarsi e per ottenere la dose era disposta a tutto. «Era confusa, sicuramente non nel pieno delle sue facoltà mentali». Così, chi l’ha incontrata, a chi quella ragazzina si è rivolta, ha approfittato di lei. In parole povere ne ha abusato. Una corsa in taxi in cambio di un rapporto sessuale. Un passaggio in macchina in cambio di un’altra violenza. Tutto ciò per arrivare al traguardo, al luogo dello spaccio e della morte.

È stato a casa di Innocent Oseghale che Pamela ha incontrato il suo carnefice. La droga, lo stupro, l’omicidio, la distruzione del suo corpo fino a farne un mucchietto di organi da chiudere dentro i trolley. Il pusher nigeriano non doveva essere in Italia. Era già stato condannato per spaccio, ma continuava a vendere droga e c’era perfino chi lo aiutava considerandolo un povero rifugiato. Prima il centro di accoglienza, poi l’appartamento, che - dice il fratello della madre di Pamela, l’avvocato che ha seguito passo passo il processo all’assassino della nipote - era pagato anche con i soldi della parrocchia. Sì, perché lo spacciatore, oltre a mettersi in tasca migliaia di euro distribuendo dosi a ragazzi disperati, intascava anche i soldi della carità. Oh, certo, il parroco poteva non sapere che il tizio che stava finanziando non era una pecorella smarrita, ma un lupo. Certo, poteva non sapere che era un avvelenatore di anime e non un buon pastore.

E tuttavia, ciò che racconta Alessandra Verni è ancora più sconvolgente. Perché anche adesso che una Corte d’assise ha riconosciuto Oseghale responsabile di un omicidio atroce, condannandolo all’ergastolo, c’è chi ha pietà di lui e lo aiuta. È all’assassino che arrivano i pacchi della Caritas, mentre alla famiglia della vittima non giunge neppure una parola di conforto, né dall’amministrazione comunale che pure coccolava gli immigrati, né da quella Chiesa che dovrebbe aiutare chi soffre.

La mamma di Pamela è certamente una donna che soffre, così come la mamma di Desirée. Due ragazze perse nelle angosce dell’adolescenza, andate incontro a un identico destino. Drogate, stuprate, lasciate morire. Ma anche due ragazze dimenticate in fretta, quasi fosse colpa loro se hanno incontrato una morte atroce. I giornali scrivono spesso di donne ammazzate, della violenza su mogli e fidanzate. A uccidere sono quasi sempre italianissimi assassini e dunque se ne può parlare e discutere liberamente. Pamela e Desirée invece sono morte per mano di immigrati. Quelle risorse che tanto piacciono a qualcuno. Risorse lasciate libere di spacciare con il permesso di soggiorno e spesso con l’aureola del perseguitato. Carnefici trattati come angeli. Così si finisce per avere più pietà per loro che per le loro vittime. 

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