Israele, palestinesi: la marcia di Gaza che allontana la pace

Gli islamisti di Hamas sono gli unici a non aver capito che lo Stato ebraico è disposto a dare terra in cambio di pace, tranquillità e sicurezza

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Dimostranti palestinesi a Rafah, al confine fra Gaza e Israele, 9 aprile 2018 – Credits: SAID KHATIB/AFP/Getty Images

Sherif El Sebaie

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Il 18 febbraio 1978, durante un summit internazionale a Cipro, un gruppo di militanti palestinesi uccise Yussef El Sebaie, caporedattore del principale quotidiano egiziano, Al-Ahram, già docente di storia all'accademia militare e ministro della Cultura del Cairo. Fu ucciso perché faceva parte della delegazione che aveva accompagnato il Presidente egiziano Sadat a Gerusalemme, ed era a favore degli accordi di Camp David, che sancirono la pace tra l'Egitto e Israele.

Qualche mese prima, nel suo famoso discorso al parlamento israeliano, Sadat disse: 

"Dovete comprendere la lezione del confronto tra voi e noi. L'espansionismo non vi sarà di nessun aiuto. Che cosa è la pace per Israele?  Vivere nella regione con i suoi vicini arabi in tranquillità e sicurezza. A questa pace io dico sì. Vivere entro le proprie frontiere, al riparo da ogni aggressione. A questa pace io dico sì". 

E per discutere questi confini, Sadat invitò Arafat  e l’OLP ad unirsi ai negoziati. Ricevette in cambio insulti ed accuse di tradimento, fino a pagare – anche lui – con la vita, il 6 ottobre del 1981.

Che Israele abbia dimostrato di aver compreso la lezione del confronto e di volere quella pace, non vi è alcun dubbio: quella quarantennale tra Egitto ed Israele resiste ancora, ed è anzi diventata attiva collaborazione per la sicurezza di entrambi paesi nella lotta contro i jihadisti annidati nel Sinai. Che Israele abbia rinunciato all’espansionismo è facilmente dimostrabile: dopo essersi ritirato dal Sinai, nel 2005 Israele si è ritirato anche unilateralmente dalla striscia di Gaza. Per farlo non ha esitato a mandare le sue forze di sicurezza a sfrattare i residenti.

Quelli che però evidentemente non hanno capito che Israele è disposto a dare terra in cambio di pace, di tranquillità e sicurezza, sono gli islamisti di Hamas. Nonostante anni di stallo e di sospensione degli aiuti da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea (di cui pagano le conseguenze proprio i palestinesi governati senza elezioni da quando Hamas prese il potere nella Striscia), i leader islamisti insistono ancora oggi con la retorica della violenza.  Ed è nel segno di questa retorica che  in questi giorni hanno spinto diverse migliaia di cittadini di Gaza a ridosso del confine con Israele in un’improbabile “marcia del ritorno”.

Una provocazione dall’esito scontato, visto che contraddice proprio il principio di pace cosi come formulato da Sadat: "Vivere entro le proprie frontiere, al riparo da ogni aggressione". Orde di manifestanti che tentano di forzare un confine, con o senza armi, non è proprio una manifestazione gandhiana.
Finora i morti sono 28 e i feriti un migliaio. Per non parlare di quelle che sono le conseguenze sul piano ambientale e della salute della scellerata decisione di bruciare migliaia di copertoni lungo la linea del confine. A chi giova tutto questo? Non certo ai palestinesi che perpetuano l’immagine dell’arabo violento e persino stupido (gli israeliani hanno usato ventole industriali per respingere il fumo proprio verso Gaza). Di certo però favorisce la leadership di Hamas, che potrà trasformare ogni funerale in un comizio di supporto e un generoso assegno da parte dei propri sponsor regionali.

Gli islamisti hanno sempre, regolarmente, maniacalmente, respinto ogni occasione storica per fare una pace duratura con Israele.
Una pace che converrebbe ai palestinesi che potranno concentrarsi sul miglioramento delle proprie condizioni di vita,  ad Israele che potrebbe normalizzare i rapporti con i paesi arabi circostanti e a tutta l’area. Si tratta di un sogno che diversi leader arabi stanno certamente accarezzando.  E uno di questi è probabilmente il Principe ereditario dell’Arabia Saudita Bin Salman, che in una recente intervista a un magazine americano, quasi riprendendo le parole di Sadat, ha affermato: Credo che tutti i popoli, ovunque, abbiano diritto a vivere nella loro nazione pacifica. Credo che i palestinesi e gli ebrei abbiano diritto alla loro terra. Ma dobbiamo trovare un accordo di pace per assicurare la stabilità a tutti e avere relazioni normali". Oggi, il principale ostacolo a questa pace sono gli islamisti di Hamas.

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